Enrichetta Carafa Capecelatro.
(DUCHESSA D'ANDRIA).


ROVINE DI STELLE.

Parte 2.

1928 Ceschina Editore, Milano.

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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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29.
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Nell'autunno Dino ebbe un attacco di febbre malarica e rimase sedici giorni all'ospedale. Quando stava gi meglio, una mattina, Onorato Aldinelli capit da lui, e si mise a sedere accanto al letto nella corsia dove soltanto pochi letti erano occupati e dove una suora andava e veniva, piegando della biancheria.
 Dunque? Quando usciamo?  disse Onorato sorridendo e battendo la mano sulla rimboccatura pulita del lenzuolo. Avvertito della malattia di Dino, era accorso appena aveva potuto, preso da una segreta inquietudine, e ora si rallegrava trovandolo gi in via di guarigione.
Dino, appoggiato ai guanciali, sorrideva anche lui con quel sorriso che pareva gli sfuggisse dagli angoli della bocca. Era di un pallore giallognolo e anche la sclerotica era giallognola, mentre l'occhio era come appannato.
 Presto, presto. Non mi ci posso veder pi qui. Sente quest'odore di marcito? Se bevo anche un sorso di latte mi pare che abbia sempre questo odore di marcito. Mi dica di lei... dei suoi voli... Noi tutti, alla batteria, siamo continuamente col pensiero a lei.
Sulla divisa grigio-verde Dino not due distintivi di medaglie.
 Un'altra medaglia?...
 Sai?... Le medaglie cascano dove capitano... Ho visto io tanti bravi ragazzi far degli atti di eroismo... e nessuno li ha saputi. Ora riprendiamo l'offensiva verso Gorizia...
 S?  disse Dino sollevandosi sui guanciali.  Noi, chi sa dove ci manderanno!
La suora si accost con una tazza di brodo.
  cattivo  disse Dino, prima di portarvi le labbra, e fece una smorfia di disgusto.
 No,  buono,  buono  disse la suora con tono persuasivo.  Lo prenda... Sa che se no il dottore s'inquieta.  Dino bevve qualche sorso di brodo.  Sempre quel sapore di marcito,  brontol volgendosi ad Onorato.  Credo che non manger mai pi nulla con gusto.
 Sciocchezze! Vedrai fra un paio di settimane come divorerai.  Ma Dino allontan da s la tazza con nausea.
 Mi  rimasta come una ribellione dello stomaco....  I suoi occhi parevano grandi grandi nel viso dimagrato.  Sa? Gucci  stato ferito... Dicevano che gli si doveva amputare un braccio.  stato qui qualche giorno, poi lo hanno mandato in gi... Non ne ho saputo pi nulla.
 Tenter d'informarmene  disse Aldinelli, ma subito volle sviare il discorso perch vedeva nel viso di Dino un'espressione di angoscia paurosa che la malattia aveva tirata fuori e che prima era nascosta dalla spavalderia giovanile. Un brivido lungo scosse tutto il corpo che si disegnava magro sotto le coperte.
 Hai freddo?
 No. Non  nulla. Guarisco, guarisco... Per questa volta guarisco...  I suoi occhi cercarono gli occhi di Aldinelli come per avere una conferma.
 Naturale che guarisci... sei gi bell'e guarito, si pu dire.
 S... Lo dice anche il dottore. Quando mi portarono qui stavo proprio male. Che rabbia! Il giorno dopo ci doveva essere un attacco dei nostri... Noi dovevamo far la preparazione con le artiglierie. E io con una febbre che mi faceva battere i denti... Credevo proprio di morire. Questa non me l'aspettavo. Una bella palla, s... scheggia di mitraglia, gaz asfissiante, quello che si vuole... Ma questa febbre traditrice, no! Morire in un ospedale, con quest'odore di marcito...
 Via, via,  passata, non ci pensar pi  disse Aldinelli alzandosi.  Scrivimi quando esci dall'ospedale.
 S... e, a proposito: mamm non sa niente. Le ho fatto telegrafare dicendo che la posta in questi giorni  sospesa... Lei crede tutto.
Dino porse ad Aldinelli la sua mano arida. Onorato se ne and con un senso di malessere. Ma dopo pochi giorni ricevette una lettera di Dino che gli annunziava la sua uscita dall'ospedale.
Verso i primi di marzo Dino ebbe un altro attacco di febbre. Questa volta l'attacco si present meno grave ma pi lungo e Dino cadde in una prostrazione di forze che allarm anche i medici. Lo avevano mandato a Udine, all'ospedale, e l, in un letto, in mezzo a malati di tifo, di febbri, di polmonite, alla rinfusa, lui si sentiva prendere da uno sconforto infinito, da un desiderio nostalgico della sua casa, della sua camera, del suo letto, della mamma, del giardino... La notte, quando non lo vedevano, piangeva. Accanto a lui c'era un tifoso che delirava: a sedere sul letto, con la faccia che gli ardeva, e la voce rantolosa, parlava, parlava... E Dino lo guardava spaurito e desiderava tanto potersi assopire un momento: si voltava dalla parte del muro (il suo letto era l'ultimo della fila) e guardava la parete bianca nella mezza luce che veniva da una lampadina elettrica sospesa al soffitto, nel centro della sala, e si sentiva frizzare gli occhi. E il tempo non passava mai. Gli pareva d'esser l, dimenticato in quel cantuccio d'una sala d'ospedale e che sarebbe entrato in agonia, e lo avrebbero portato via ancora vivo e buttato in un cumulo di morti, gi mezzo putrefatti.... Quest'immagine gli si ripresentava sempre alla mente con un'insistenza spietata e non gli pareva vero che facesse giorno perch col giorno quella visione cessava. Vedeva le suore che andavano e venivano, gl'infermieri, gli altri malati nei loro letti, una striscia di sole che entrava dalla finestra, tutte cose reali, e allora si calmava.
Il maggiore medico, assistito da un tenente, passava, lo esaminava un momento, leggeva la tabellina posta accanto al letto: spesso si erano dimenticati di segnare i gradi di febbre e la tabellina portava le indicazioni del giorno precedente.  Beh, al solito!  diceva il maggiore e andava avanti. E fino alla sera non sarebbe tornato. Tutta una giornata da passare con gli occhi fissi a quella parete bianca, nell'aspettativa dei terrori della notte.
Una mattina non resse pi e fece telegrafare alla madre. Il telegramma, dopo tre giorni, giunse alla marchesa al momento che tornava dall'aver fatto una passeggiata a quel sole ancora incerto di marzo, ed era allegra, rinfrancata, tutta elegante nel suo vestito di panno grigio scuro, con in mano un grosso mazzo di violette. Il comandante Orsengo era a Napoli. Si erano incontrati in Villa e avevano passeggiato un po' insieme, ed egli l'aveva accompagnata su verso Monte di Dio. La sera prima si erano bisticciati per uno dei soliti accessi di gelosia del comandante, ma quella mattina erano tutt'e due di buon umore ed ella gli aveva permesso di passeggiare con lei, cosa che non faceva mai. Si sentiva ancora bella e provava piacere ad accorgersi che per il comandante quei diciassette anni non erano passati e che egli l'ammirava e la desiderava come il primo giorno. Aveva lasciato che egli comprasse le violette e affondava il viso nell'umido profumato dei fiori freschi freschi, con una gioia leggera. Il comandante le parlava di cose della marina, di certe forniture per le quali era stato interpellato, di tutto un intricato cumulo di affari, di speculazioni che sorgevano accanto alla guerra: ella non lo stava ad ascoltare, ma era contenta di sentirsi accanto a lui, protetta da lui, che escogitava mille mezzi per renderle meno penose tutte le privazioni che diventavano ogni giorno pi sensibili: egli trovava sempre modo di procurarle dello zucchero, della legna, della farina bianca; la circondava di cure, di attenzioni, rivestendo di velluto il pugno di ferro col quale la teneva sempre pi in sua bala.
Al principio della salita la marchesa aveva voluto congedare il comandante, ma egli si era ostinato ad accompagnarla fino a casa.  Tanto, fra pochi minuti dovrei tornare per colazione. Lasciami venire con te.  Ella aveva acconsentito, debole come sempre.
In anticamera trovarono Giovanni con un telegramma. La marchesa divent bianca bianca e il comandante corrug le sopracciglia. Preso da febbri sono ospedale Udine. Non agitarti.  Dino.
 Voglio partire, voglio partire  grid la marchesa mentre il comandante le strappava di mano il telegramma. Butt su di una sedia le violette; la borsa, i guanti.  Subito... quel' il primo treno?... Subito...
 Calmati, calmati  grid il comandante, dimenticando la presenza del cameriere.  Piuttosto parto io stasera.
 No, voglio andare io, voglio andare io, subito,  urlava la marchesa.
Ci volle il bello e il buono per persuaderla a consultare un orario, a vedere quali erano le coincidenze dei treni. Si vide che prendendo il treno delle cinque sarebbe ripartita da Roma con quello delle undici e mezzo. Il comandante l'obblig a mettersi a tavola e mangiar qualche cosa. A poco a poco la marchesa si tranquill alquanto: insomma, una febbre non era poi gran che, Dino era giovane e sano, si sarebbe trattato di qualche giorno d'ospedale, poi lo avrebbe condotto a Napoli, in licenza di convalescenza. In fondo in fondo forse era una fortuna che Dino si allontanasse dal fronte, venisse a riposarsi un po' a Napoli... La marchesa part quasi consolata, con una provvista di acque aromatiche, di pastiglie di menta, di cioccolata, di biscotti per Dino, accompagnata fino a Roma dal comandante che la mise nel treno per Bologna, le baci la mano e la lasci, mentre lei, affacciata al finestrino, gli sorrideva.
Durante il viaggio ci furono alti e bassi: momenti nei quali si desolava e piangeva, senza accorgersi che la gente nello scompartimento la guardava: momenti nei quali si sentiva tutta animata e si divertiva a guardare la campagna, i monti in lontananza, le mandre di pecore e perfino i pali del telegrafo.
Quando giunse a Udine si trov tutta sperduta fra la folla di soldati, di ufficiali, di persone affaccendate: non sapeva a chi rivolgersi per chiedere dell'ospedale, presa tutt'a un tratto da una grande angoscia, da un presentimento sinistro. Finalmente le indicarono un ospedale: ma non era l, dov traversare tutta la citt, andare al polo opposto. Un ufficiale l'assicur che il tenente Valeri non era mai stato a quell'ospedale. La povera donna era l l per scoppiare in singhiozzi. Ma un altro ufficiale, che in quel momento traversava il cortile, disse che sarebbe andato a vedere. La lasciarono sola. Piovviginava. C'erano nel cortile dei grandi carri che stavano scaricando; passavano soldati, pass un generale che la guard, passarono due suore. L'ufficiale non tornava. La pioggia si faceva pi insistente.  Signora, entri qui,  le disse uno di quelli che scaricavano i carri. La fecero entrare in una specie di magazzino, e lei si sedette su di una cassa, con la valigetta ai piedi, accanto alla porta, guardando sempre dalla parte dove era sparito l'ufficiale. Schizzi di pioggia le bagnavano il vestito. Finalmente l'ufficiale torn. La marchesa si alz e gli and incontro, senza badare alla pioggia.
 S, il tenente Valeri  qui. Venga con me  disse l'ufficiale. La fece salire per una scala in fondo al cortile, passare per due o tre corsie piene di malati e finalmente si trov accanto al letto di Dino, cos tremante e sperduta che non lo riconosceva nemmeno.
 Mamm!  disse Dino sollevando le palpebre pesanti di febbre. E gli parve cos naturale che lei fosse l che non pens neppure a meravigliarsene. Richiuse gli occhi e due lacrime grosse grosse gli scivolarono gi per le gote. La marchesa piangeva.
 Dio! come sei sciupato! Perch non mi hai avvisata prima? Da quanti giorni sei qui?... Dino mio! Figlio mio!...
Gli altri malati si sollevavano sui letti per vedere quella signora cos elegante nella sua grande pelliccia di lontra, con quella bella valigia, con quel vago odore di verbena, con quegli scarpini dai tacchi alti e le calze di seta.
Dopo circa due settimane Dino pot mettersi in ferrovia, e in una mattina della fine di marzo giunsero a Napoli lui e la marchesa, dopo un viaggio lungo, pieno di peripezie, di fermate, di ritardi, di perdite di coincidenze. Alla stazione li aspettava la carrozza col domestico, coi guanciali, col plaid di pelliccia, con la borsa d'acqua calda, e Dino si sdrai accanto alla madre, tentando di sorridere ma tanto debole che la testa gli girava e che la carrozza dov andar piano perch si temeva uno svenimento. Ma lungo la strada si rianim un poco e disse alla madre con quella sua voce tanto mutata e che pareva venirgli dallo stomaco:  Ora guarisco, sai? Hai fatto bene a portarmi via.
Svoltando per la strada di Chiaia incontrarono Camilla Casamartana, ora contessa Germani, a piedi con la sorella Margherita: avevano tutt'e due i vestiti corti corti ed erano accompagnate da due giovanotti: uno era in divisa. Dino si rincantucci nel fondo della carrozza e volt la testa dall'altra parte.
 Oh! Camilla e Margherita!  disse la marchesa con un cenno di saluto.
 Non ti far vedere, non ti far vedere  disse in fretta Dino.  Non voglio che mi vedano cos.  La carrozza era passata via.
 Sai che Margherita  fidanzata al marchese Alberoni e si parla di un matrimonio per Elena?  disse la marchesa, ma Dino aveva chiuso gli occhi e figurava di non sentire.
A casa trovarono Giovanni gi al portone, e fra lui e il domestico aiutarono Dino a salire. Per le scale venne incontro Francesca che scambi con la marchesa un'occhiata di desolazione.
Quando fu in camera sua, nel suo letto ben riscaldato, sotto al piumino di seta verde, Dino prov un gran benessere e cominci a piangere: ora piangeva per nulla.  Sto bene,  diceva  sto tanto bene. Spalancate gli scuretti, voglio vedere gli alberi... spalancate... Era diventato cos magro che gli si vedevano i tendini del collo, come delle corde, uscire dal goletto del pigiama di seta bianca. I capelli s'erano fatti lisci lisci e parevano bagnati.
Il giorno dopo ci fu un consulto fra tre dei primari medici: dopo aver visitato il malato, i professori si riunirono nello studio di Dino a discorrere col medico curante, un uomo d'una quarantina d'anni, in divisa di capitano. Tutt'e quattro si uniformarono all'opinione del pi vecchio che era anche il pi autorevole, e il medico curante scrisse una lunga ricetta sotto la dettatura dei suoi illustri colleghi. La marchesa, ansiosa, stava fuori della porta, aspettando il momento nel quale l'avrebbero chiamata: finalmente, non potendone pi, spinse la porta ed entr.
 Insomma, che cosa mi dicono? Quando guarir mio figlio?...
Il pi vecchio dei medici scambi un'occhiata con gli altri tre e disse:  Veda, signora marchesa, il germe della febbre malarica  entrato nel sangue e ha dato luogo a gravi fenomeni della milza e del fegato e ad alterazioni profonde del ritmo cardiaco... In conseguenza, malgrado l'et giovanile dell'infermo e la sua costituzione robusta, non possiamo...
 Ma via, quando?... quando?...  interruppe la marchesa, impaziente, che non voleva ammettere una possibilit funesta.
 La prognosi  ardua, signora marchesa  disse un altro dei medici.  Speriamo che la natura risolva da s...
 Dunque, presto sar guarito, vero?  disse la marchesa, guardando ora uno ora l'altro di quei quattro visi seri e impenetrabili: e ogni volta che il suo sguardo si fissava su di uno subito si portava su di un altro, sperando di trovarlo pi aperto, pi conforme al suo desiderio.   impossibile che non guarisca presto, ora che  qui, a casa sua, ben curato... vero?...
 Speriamo, speriamo  dissero in fretta e quasi ad una voce i quattro medici, e si congedarono senza smettere la loro aria impassibile.
La marchesa torn da Dino sorridendo. In fondo era soddisfatta; aveva sentito tutto quello che c'era di meglio a Napoli in fatto di medici, doveva esser tranquilla: era affar loro di guarire Dino.
 Che cosa t'hanno detto, mamm?  chiese Dino che si appoggiava con un gomito al guanciale, fissando i vetri della finestra.
 Hanno detto che guarirai presto. Siamo in primavera. In primavera tutti i mali vanno via.
Dico ora la guardava negli occhi come per indovinare che cosa veramente avessero detto i medici: ma in fondo voleva anche lui, come sua madre, credere nella giovent e nella primavera.
XXX.
Il 4 maggio 1917 i Formisani passarono nella casa nuova, a via dei Mille: un bell'appartamento al secondo piano di un gran casamento finito allora allora. C'era la scala di marmo, il telefono gi dal portiere e l'ascensore. Le stanze erano piccole, ma c'era un salottino, una saletta da pranzo, uno studio separato per Oreste, una bella camera matrimoniale e una camera sul cortile per Maria Antonia. Oreste aveva comprato parecchi mobili nuovi, e a Maria Antonia tocc la tavola nero e oro e un divanetto dell'antico salottino: ebbe anche una portiera di stoffa di cotone a righe, e un tappeto, un po' macchiato, che Oreste non aveva pi voluto in camera sua. Per tutto l'appartamento si sentiva un odore di vernice, di pittura fresca, di legno nuovo, di mura umide.
Maria Antonia aveva ordinato in uno scaffaletto in camera sua i suoi pochi libri, libri di studio per la maggior parte, qualche romanzo, dei libri di versi, rilegati semplicemente, tutti un po' sciupati, letti e riletti. Li guardava con malinconia, come una cosa cara e finita. Eppure ora aveva pi tempo: c'era una seconda donna in casa che veniva la mattina per la spesa e per far pulizia. Gi-gi s'era fatto grandicello. Ma la sua vita s'era orientata diversamente: aveva smesso l'abitudine dello studio, non era pi andata alla Universit; a poco a poco aveva perduto di vista i suoi antichi compagni, i quali del resto erano quasi tutti in guerra. Anche dalle sue allieve, quelle due o tre che aveva, era stata abbandonata perch spesso mancava alla lezione o arrivava troppo tardi: e aveva smesso le traduzioni dall'inglese perch l'editore che gliele affidava aveva perso la pazienza per il suo continuo rimandare la consegna. E poi Oreste diceva che ora non aveva pi bisogno di affaticarsi, che provvedeva lui a tutto; difatti si viveva pi largamente dacch Oreste era tornato a Napoli e aveva trovato modo di farsi adibire a un ufficio di sussistenza, ma quel tenue filo che teneva legata Maria Antonia alla vita intellettuale si faceva sempre pi tenue, pi tenue...
Una cosa che la stringeva ancora a quel suo mondo di sogni e di pensieri erano le sue visite a Sebastiano Prokesch. Entrando nella casa del Mago le pareva di ritrovare tutta una fila d'idee smarrite che sembrava si fossero rintanate l e l'aspettassero: idee folli e dolci, cos lontane dalla sua vita quotidiana, dai discorsi d'Oreste, dalle lamentazioni della sorella, dai capricci di Gi-gi, dalle querimonie della servetta. Si meravigli molto una mattina che Oreste le chiese di condurlo con lei da Prokesch.
 Ma che cosa vuoi venire a farci?  domand incuriosita.
 Nulla. Che t'immagini che voglia da quel vecchio pazzo? Conoscerlo. Dev'essere un originale.
Maria Antonia resist un pezzo ma finalmente dovette cedere e condurre Oreste da Sebastiano Prokesch. Si figurava che il vecchio l'avrebbe ricevuto male, ma invece, contro ogni sua aspettativa, le cose andarono benissimo.
 Mio cognato  disse, entrando nella stanza da lavoro che adesso era pi che mai trasandata, con un'aria di tristezza e d'abbandono: tutte le cose sparivano sotto uno strato di polvere e si inciampava nei mattoni smossi che vacillavano sotto i piedi.
Sebastiano Prokesch si alz, scrutando il nuovo venuto con quel suo piglio di animale selvatico, ma Oreste gli prese tutt'e due le mani e gliele scosse forte, scoprendo in una risata i suoi denti bianchi.
 Professore! Ho tanto sentito parlare di lei da mia cognata. Vengo cos, alla buona, senza cerimonie. Ho bisogno di un suo parere.  E senza altro prese una sedia e si mise a sedere mentre il vecchio lo guardava tra attonito e irritato. Maria Antonia seguiva la scena, sgomenta, aspettando da un momento all'altro uno scatto di Prokesch: ma lo scatto non venne. Oreste, senza preoccuparsi della faccia rannuvolata di Prokesch, cominci a domandargli un consiglio su certe vernici speciali per rendere impermeabile il legno: lo prendeva per le braccia, familiarmente, scotendolo, e parlava, parlava con la sua voce forte che pareva facesse tremare tutte quelle cose abituate al silenzio.
 Site nu simpaticone!  disse in dialetto, con una risata, mentre Prokesch, vinto da quelle maniere bonarie, da quel viso che sorrideva, da quella voce calda e vibrante, dava i ragguagli desiderati.
Oreste si mise a parlargli del figlio, disse di averlo conosciuto al fronte e, con grande stupore di Maria Antonia, Prokesch non si ribell.
Prima che finisse la visita, Oreste si era gi introdotto in tutte le stanze, aveva colto un garofano senza che il vecchio protestasse e aveva promesso di portare l'indomani una provvista di miglio e di scagliola per il verdone che soffriva della scarsezza delle granaglie. Difatti la mattina dopo torn, port il miglio e la scagliola, e Maria Antonia pens che anche quel suo rifugio le era stato profanato. Una sera verso l'imbrunire, Emilia entr in camera di Maria Antonia che giocava con Gi-gi e gli faceva un aereoplano di carta, e le disse:  C' un vecchio che dice che deve farvi un'ambasciata... ma proprio a voi.
Maria Antonia pos sulla tavola l'aereoplano di carta e si alz.  Non te ne andare, non te ne andare  grid Gi-gi piagnucolando, ma Maria Antonia disse:  Aspetta un momento, ora torno  e si avvi nell'entratura dove stava un vecchietto curvo, con una giacchetta di fustagno usata ma pulita. Nel vederla egli si lev il berretto e a Maria Antonia parve ricordarsi di quel cranio pelato e di quella zazzera di capelli grigi.
 Mi manda il professore  disse il vecchietto con un sorriso e le porse un pezzetto di carta piegato in quattro.  Mi ha detto di consegnarla proprio nelle mani vostre.  Maria Antonia spieg la carta e lesse poche parole scritte a lapis: Max ferito. Sta all'ospedale della Croce Rossa al Carmine.
 Dio mio! Ma  grave?  interrog Maria Antonia alla quale corse un subito flusso di sangue al viso.
 Non so niente, non so niente  rispose il ciabattino con quella faccia impenetrabile della gente del popolo che non esprime nulla e seguitando a sorridere.  Che cosa volete che gli dica?
 Che andr subito... subito...  Per le scale si accendevano gi i globi elettrici: Maria Antonia cap che le sarebbe stato impossibile andare la sera stessa.  Andr domattina... nelle prime ore di domattina andr.  Il vecchio si rimise il berretto e si avvi per le scale. Maria Antonia lo ferm.
 E stanotte?... star solo in casa stanotte?... Non ci potreste star voi almeno?...
Il ciabattino scosse il capo.  Non vuole nessuno. Che ci posso fare io? La Madonna ci pensa.
Maria Antonia ritorn da Gi-gi, ma era sconvolta e non ebbe il coraggio di rimettersi a fare l'aereoplano di carta.  Accomodamelo, accomodamelo  piagnucolava Gi-gi, tirandola per il vestito.  Vedi che non vola...  e lanciava l'aereoplano che ricadeva subito a terra. Distratta ella riprese in mano il gingillo di carta, tent di piegarlo meglio, e intanto pensava a Sebastiano Prokesch, all'orribile notte che gli si preparava.  Ora vado da lui,  disse, ma previde le obbiezioni della sorella, le difficolt di Oreste e si sent dentro un accoramento indicibile.
Intanto Oreste saliva le scale fischiettando.  Glielo dico?  pens Maria Antonia. Provava ripugnanza a parlare dei Prokesch al cognato, ma il pensiero della solitudine del vecchio fu pi forte. Chiam Oreste. Formisani entr.
 Sai? il figlio di Prokesch  stato ferito...  all'ospedale qui a Napoli... e penso a quel povero padre solo solo stasera a casa... perch certo non gli permetteranno di stare all'ospedale.
 Ora ci vado io  disse Oreste.  Gli far un poco di compagnia e sapr notizie. Desinate voi altre se faccio tardi.  E se ne and di nuovo.
 Com' buono in fondo!  pensava Maria Antonia, un po' pi tranquilla, e si rimise a giocare col bambino.
La mattina dopo Maria Antonia and all'ospedale del Carmine e sulla porta s'incontr in Sebastiano Prokesch che tempestava perch non volevano farlo entrare. La sera prima, mediante l'influenza di Oreste Formisani, era riuscito a vedere il figlio all'arrivo e ora di nuovo gli facevano difficolt dicendo che non era l'ora della visita. Il vecchio s'infuriava e gli uscivano di bocca bestemmie nella sua lingua materna e parole di dialetto napoletano. Maria Antonia riusc a calmarlo un poco.
 Verremo pi tardi. Sia buono, signor Sebastiano: torneremo insieme pi tardi.  E Maria Antonia gli pos la mano sul braccio. Prokesch sbuff, si accomod sul naso gli occhiali e si lasci condurre via, brontolando. Per la strada Maria Antonia si fece raccontar tutto bench gi sapesse dal cognato che Max era stato ferito in una spalla, che il proiettile era passato da parte a parte, e che s'era sospettato di una lesione al polmone: ma che ora gi stava meglio.
Erano le otto e mezzo: la visita era permessa soltanto alle undici. Nella grande stanza da lavoro Sebastiano Prokesch e Maria Antonia aspettavano senza pi parlarsi. Ogni tanto si sentiva l'orologio del chiostro che batteva i quarti d'ora. Maria Antonia tentava di mettere un poco d'ordine sulla tavola e Sebastiano Prokesch la seguiva con l'occhio inebetito, incapace di lavorare. I muscoli della faccia gli si erano contratti e ogni tanto strizzava gli occhi arrossiti dalla nottata insonne. Ogni volta che l'orologio del chiostro suonava, egli tirava fuori il suo orologio e lo guardava, come se non fosse persuaso di quella lentezza del tempo. Suonarono le undici meno un quarto. I due si avviarono di nuovo all'ospedale, di nuovo dovettero parlamentare con il piantone e finalmente salirono su per le scale, piene di gente, di donne del popolo, di ragazzi, di soldati.
Max stava appoggiato a una catasta di guanciali, con la spalla ingessata, pallido ma tranquillo. Un'infermiera della Croce Rossa, alta, nel suo vestito turchino col largo grembiulone bianco, stava ritta accanto a lui e gli dava da bere, Max reggeva il bicchiere con la mano sinistra ma le sue dita, ancora deboli, gli ubbidivano male. La signora lo aiutava con le sue mani agili e belle, chinata un poco su di lui.
Vedendo venire Prokesch e Maria Antonia la infermiera chiese:   vostro padre?.... e una sorella forse?...
 No, no,  balbett Max un poco confuso e leggermente contrariato.  Mio padre, s... con una signorina nostra amica.
 Allora vi lascio  disse l'infermiera con un piccolo sorriso.  Verr pi tardi, oggi sono di guardia fino alle tre. State tranquillo, non movete l'apparecchio, vi raccomando.  E si allontan con la sua bella andatura regale di cigno che scivola sull'acqua. Era Camilla Germani che da circa sei mesi prestava servizio nella Croce Rossa insieme con la sorella Margherita che fra poche settimane doveva sposare il marchese Alberoni.
 Pap, com' che sei venuto cos presto?  disse Max, ributtandosi gi con precauzione e tirandosi la coperta fin sul mento.  Ah!... signorina Frezza... buon giorno.
 Presto?  disse Sebastiano Prokesch, avvolgendo il figlio in uno sguardo tra inquieto e felice.  Ma se eravamo qui alle otto e mezzo stamattina e non ci hanno lasciati entrare! Quel coso l alla porta ci ha sbarrato il passo. Ma gliene ho dette tante... a modo mio!...
 Hai fatto male  disse Max un po' seccamente.  Sai che questa  la consegna. Signorina, glielo dica lei a pap che qui non pu fare quello che vuole lui. Gi ieri sera volle entrare per forza...
Il vecchio sorrideva, un po' mortificato, e cominci a tirar fuori dalle larghe tasche del suo gran pastrano grigio degli aranci, un involto di biscotti, dei pacchetti di sigarette, e andava posando tutto sul letto con le sue manone ossute. Max guardava, senza sorridere.
 Perch hai portato tutta questa roba, pap? Qui non ci manca nulla. Ieri ci hanno dato anche del Marsala. Siamo trattati molto bene.
Sebastiano Prokesch si mise a sedere e pos una mano sui guanciali come se avesse voluto abbracciare il figlio, ma senza toccarlo per. Gli prendeva quasi una timidezza e non gli venivano le parole; avrebbe voluto fargli una quantit di domande e invece ogni tanto tossiva, tossiva, come se avesse del fumo in gola. Finalmente si tolse gli occhiali, li ripul col fazzoletto, li mise di nuovo. E guardava il viso largo e bianco di Max, la sua fronte scoperta, i capelli castagni, e pareva che cercasse una cosa che non trovava: l'immagine del figlio che aveva sempre avuta davanti agli occhi in tutti quei mesi. Che cosa c'era di diverso? Era forse la sofferenza che lo aveva cambiato? No, non era soltanto la sofferenza; c'era ora fra loro due un velo al quale essi non osavano toccare e che li divideva come un muro.
 Sai?  disse Prokesch  quando verrai a casa ti far trovare una bella sorpresa.
 S?  disse Max distrattamente, guardando il soffitto.
Camilla Germani travers la sala insieme con un'altra infermiera: discorrevano sottovoce e sorridevano. L'altra infermiera si volt a guardare Sebastiano Prokesch e Maria Antonia. Prokesch era rimasto male perch Max non gli aveva chiesto qual'era la sorpresa che gli aveva preparata. Insistette.  Indovina. Una cosa che tu desideravi tanto... per i tuoi studi...
Max alz le sopracciglia.  Che vuoi? Ora i miei studi sono cose lontane... Chi sa quando mi ci potr rimettere! Non ho aperto un libro di chimica da mesi e mesi. Non c'era mica il tempo.
 Neppure quando eravate a riposo?  chiese timidamente Prokesch.
 Quando eravamo a riposo ci volevamo divertire. La sera si giocava. Avevamo anche messo su delle recite... C'era un giovanotto napoletano che faceva il pulcinella: se avessi visto come lo faceva bene!
Prokesch toss di nuovo.
Max, senza notare la faccia rannuvolata del padre, si mise a parlare con Maria Antonia: raccontava animatamente le giornate di trincea, quando, per ore, stavano l, pigiati, nel tanfo orribile, divorati dagli insetti, e i viveri non giungevano e si sentivano i panni appiccicati addosso dal sudore e i piedi sguazzavano in una poltiglia umida, fatta di fango, di sangue, di liquidi innominabili: e poi, quando era passato a un comando, la vita in una promiscuit ora allegra, ora incomoda; i compagni, quasi tutti del popolo, ignoranti, grossolani ma buoni ragazzi la maggior parte; i superiori irritevoli, fastidiosi, ma alle volte simpatici; i subiti allarmi, le fatiche, i bombardamenti, e poi le lunghe giornate d'ozio, l'abbondanza del vitto del quale non si sapeva che fare, del vino, dei liquori. Max, cos taciturno prima, ora discorreva con un certo brio, coloriva vivacemente i quadretti che andava disegnando e imitava grottescamente la voce e il gesto di qualcuno. Ogni tanto gli sfuggiva un piccolo grido perch l'apparecchio gli si spostava un poco e la spalla gli faceva male.
 Non bisogna affaticarsi tanto a parlare  disse Camilla che tornava verso il letto di Max, dopo aver accomodato le coperte di un altro ferito l accanto.  Domani potrete avere una visita pi lunga. Oggi basta.  E sorrideva graziosamente, mentre Sebastiano Prokesch si alzava, brontolando, e Maria Antonia tirava fuori dalla borsa una tavoletta di cioccolatta che aveva portato e che non aveva ancora osato dare a Max. La pos in fretta sulla piccola tavola di ferro smaltato che era accanto al letto.
 Domani lo troveranno certo pi sollevato  disse Camilla, rivolgendosi a Maria Antonia.  Ma bisogna raccomandargli di essere docile.  vero che sarete docile?  E guard Max coi suoi begli occhi scuri, ingranditi da un leggero strato di kohl. Un impercettibile rossore sal alle gote di Max che sorrise anche lui, come per dire che sarebbe docile.
Sebastiano Prokesch, ravvolto nel suo gran pastrano grigio, si allontanava insieme con Maria Antonia, e i suoi passi pesanti risonavano nella lunga corsia luminosa, dove quasi a ogni letto era fermo qualche visitatore.
 Vogliamo mettere il termometro ora?  chiese Camilla, dopo aver seguito con l'occhio le larghe spalle curve di Prokesch che sparivano nella porta d'uscita.
 S,  mormor Max che di nuovo era tornato pallidissimo. Non soffriva, anzi provava un benessere molle: appena ogni tanto qualche trafittura nella spalla. Pensava che aveva molti giorni ancora da rimanere l all'ospedale, lontano dal rumore, dal pericolo, dalla confusione, tranquillo, in quel letto pulito e soffice...
Camilla lo aiut a sbottonarsi la camicia, a mettersi il termometro. Max la lasciava fare, e seguiva il movimento agile delle dita, sottomesso, contento di sentirsi cos vezzeggiato: socchiudeva gli occhi, un po' stanco, e il leggero profumo d'ireos che impregnava i vestiti di Camilla gli passava in viso come una carezza. Dai grandi finestroni entrava una luce afosa che dava sonnolenza.
 Non c' febbre  disse Camilla, ritirando il termometro. Max si sent sfiorare il collo dalle dita sottili. Chiuse addirittura gli occhi e rimase immobile.
Maria Antonia lasci Prokesch alla porta di casa. Il vecchio sal solo. Era di cattivo umore. Nel mettere la chiave nella toppa, la chiave gli cadde. Disse una parolaccia. Entr. Pos il cappello, si tolse il pastrano e si mise alla tavola da lavoro: voleva lavorare. Ma rest un pezzo, cos, senza far nulla. Rivedeva ostinatamente la corsia, tutti quei letti in fila, Max col capo affondato nei guanciali. E sempre cercava quell'altra immagine, quella che gli aveva fatto compagnia per tutti quei mesi... Provava come una delusione. Poi si ripeteva, una a una, tutte le parole di Max. Di che poteva dolersi? Doveva esser contento di sapere che il pericolo era scongiurato, che Max era in via di guarigione. S, era contento, certo, era contento.
Su di una piccola tavola di legno grezzo era situata una cassetta di pitch-pine verniciato. Gli occhi di Prokesch vi caddero su: allora, con un moto brusco, volt la seggiola in modo da non veder pi quella cassetta, appoggi con violenza i gomiti sulla tavola e si nascose la faccia fra le mani.
Da pochi giorni, finalmente, gli era riuscito di comprare quel microscopio. Gli pareva impossibile di riunire una tale somma, ma pure l'aveva riunita. Era andato nel magazzino col cuore che gli batteva. Chi sa se l'avrebbe trovato ancora? Adesso non venivano pi istrumenti dalla Germania. Ma il microscopio c'era. Aveva pagato con un'aria di trionfo e aveva portato via la cassetta, senz'aspettare nemmeno che gliela rinvoltassero nella carta. La sera, solo, aveva voluto provare il microscopio, l'aveva tirato fuori dalla casetta, l'aveva montato, delicatamente, con tutte le precauzioni ma poi, all'ultimo momento, non s'era voluto concedere quel piacere: gli pareva di defraudare Max. No, avrebbe aspettato il figlio, e poi, tutt'e due, lo avrebbero provato insieme. Ricominciava sempre in mente sua la stessa scena: Max, ritto accanto alla tavola, lui seduto al suo solito posto... e carezzava con l'occhio la cassetta di pitch-pine, chiusa, che aspettava.
Ora non sapeva perch, ma avrebbe voluto non rivedere pi il microscopio.
XXXI.
Un giorno che Dino Valeri stava un pochino meglio e si era alzato, fu annunziata la visita della duchessa di Casamartana con Elena.
 Vado a riceverle un momento  disse la marchesa, posando il romanzo che stava leggendo a Dino.
 Mi lasci solo?  disse Dino, facendo il broncio.  Non voglio star solo.
 Allora le facciamo entrare qui. Giovanni, pregate la duchessa di entrare qui.
 Ma non sto troppo in disordine?  chiese Dino, sollevandosi sulla poltrona dove stava sdraiato, con le gambe stese su di una sedia.  Dammi lo specchio, mamm.
La marchesa gli porse lo specchietto a mano d'argento. Dino si ravvi i capelli che gli cadevano sulla fronte, si accomod il goletto della camicia di seta cruda, un po' sgualcito.
 Non si vede che non mi son fatto la barba stamattina?
 No, figlio mio. Stai benissimo. Non ti muovere. Non ti levare il plaid.
Ma Dino aveva gi buttato via il plaid, e una leggera tinta rosea gli anim per un momento il viso terreo. Le due signore entravano, tutte eleganti, portando con loro come un profumo di primavera. Elena aveva un grande cappello di paglia e un fascio di rose in mano: il vestito cortissimo lasciava vedere le gambe snelle, fin quasi al ginocchio, e le sottili calze di seta traforate sotto alle quali traspariva l'incarnato della pelle. Le labbra erano un poco troppo rosse e gli occhi erano ravvivati da un'ombra di nero. Era un poco pi alta della madre.
La marchesa and loro incontro alla porta.
 Come sta Dino?  chiese la duchessa entrando.
 Meglio, meglio, sta tanto meglio  disse la marchesa abbracciando Elena che si chinava per offrirle la gota.  Vero che lo trovate bene?
La duchessa guard Dino e fu colpita da quel viso incavato, da quelle labbra livide che scoprivano penosamente i denti bianchi, d'un bianco strano: non disse nulla ma Elena, pronta, esclam:  Ma sicuro che sta bene. Ora  guarito.
 S, s,  quasi guarito  disse la, marchesa senza guardar Dino.  Qua, Laura, nella poltrona... accanto a Dino.
Il giovane aveva tentato di alzarsi ma era ricaduto gi, e un leggero sudore gli bagnava la fronte.
 Non ti muovere, non ti muovere  disse la duchessa, prendendo posto nella poltrona.
 Ha bisogno ancora di aversi riguardo.... si sa,  stato tanto malato!  E la marchesa sorrideva, volendo far credere che era tranquillissima, che Dino era in convalescenza.
 Non parliamo di me,  interruppe Dino, con la sua voce che aveva preso un timbro tanto penoso a udire.  Che belle rose, donna Elena!
 Belle, vero? Me le hanno portate mentre uscivo. Non le ho volute lasciare in carrozza per paura che si sciupassero. Me le ha mandate il principe Wlarova... Ne volete due, Dino?  Elena tolse dal fascio due grosse rose bianche.
 Perch toglierle?  disse Dino il quale, senza saper perch, si sent gli occhi pieni di lacrime.
 Non fa nulla. Ora ve le metto nell'acqua. Posso prendere questo bicchiere?  Elena emp d'acqua il bicchiere che si trovava sul tavolino accanto al letto e vi pose le due rose.
 Grazie  disse Dino sottovoce.  Chi  questo principe Wlarova?....
 Un albanese, ricchissimo... e un bel giovane anche  rispose Elena, tornando a sedersi su di una seggiolina bassa dall'altra parte di Dino.
 Un musulmano!  interruppe la marchesa con una certa irritazione.  Dicono che faccia mille pazzie, che spenda a rotta di collo...
 Musulmano no  disse la duchessa, intervenendo.   scismatico. Sta da poco tempo a Napoli.  un simpatico giovane.
 Gi! Io sono fuori dal mondo, non so pi nulla  disse Dino con una certa tristezza, e rimase con gli occhi fissi sulle due rose bianche, nel bicchiere, che mettevano nella stanza un angolo di primavera.
 Mamm, e le rose nel giardino non le hai fatte cogliere?  disse egli dopo qualche momento.
 No, figlio mio; hai detto che volevi scendere tu stesso a coglierle  rispose la marchesa che, pur discorrendo con la duchessa di Casamartana, aveva sempre l'orecchio teso verso Dino.
 Falle cogliere domani.
Ci fu un silenzio che, senza che se ne sapesse il perch, parve penoso a tutti.
 Dino, spicciatevi a guarire, dovete venire al matrimonio di Margherita  disse Elena che giocherellava distrattamente coi gambi delle rose.
 Gi, a proposito, ero proprio venuta per invitarti, Chiara... te e Dino, s'intende  aggiunse la duchessa.  Abbiamo fissato il matrimonio per il 15 giugno. Un anno e pochi giorni dal matrimonio di Camilla. Ti ricordi, Dino? Eri in licenza appunto... come ora.
 Appunto... come ora  disse Dino con un piccolo tremito nella gola che la marchesa indovin e che le mand un brivido al cuore.
 Grazie  disse ella con voce spenta.
 Figurati, cara mia, che difficolt fare un corredo in questi momenti!  continuava la duchessa.  Dico sempre a Elena: Per carit, non sposare in tempo di guerra. La battista, immaginati, m' costata il doppio di quella che cost per Camilla. Di ricami e di merletti non parlo: un orrore!... E non so come faremo per la table  the: non si trova nulla...
 E le perle! Vi ricordate, Dino, il filo di perle che ebbe Camilla?  disse Elena, appoggiando la mano sul bracciolo della poltrona di Dino.  Era un bel filo e cost soltanto cinquantamila lire. Ora Alberoni ne ha dato uno a Margherita che non vale quello e ha speso centodiecimila lire...
  stato un vero disastro questa guerra  interruppe la duchessa.  Per chi ha delle figliuole  proprio una disperazione. E la Ville de Lyon, cara mia, prezzi pazzi!... Figurati, per il vestito di matrimonio quattromila lire...
 Ma sar magnifico  disse Elena.  Un costume Isabeau con ricami d'argento... e il soggolo. Sta cos bene Margherita col soggolo! L'altro giorno lo ha provato e monsieur Raphal andava in estasi davanti a lei. Era una visione!
 Di raso?  chiese la marchesa, interessandosi suo malgrado.
 No, di grossa seta bianca... che fa delle pieghe molli... E il velo verr gi dai due lati della testa, trattenuto da un diadema di fiori di arancio... Ma davvero non dovrei dirlo: bisogna che sia una sorpresa. Far un effetto!...
 Ditelo, ditelo pure: tanto!...  mormor Dino, scotendo il capo. Ma Elena, infervorata nel suo discorso, non s'accorse della malinconia che c'era in quel tanto!....
 E per gli scarpini ricamati d'argento che abbiamo dovuto penare! Due paia gi sono state sbagliate: ora speriamo...
 Elena,  interruppe la duchessa alzandosi  noi abbiamo un'infinit di cose da fare ancora. Ma volevo assolutamente venire io stessa a invitarti,  aggiunse rivolta alla marchesa.  Dunque, contiamo senza meno su di voi...
La marchesa non rispose e non guard Dino, ma si alz anche lei per riaccompagnare le due visitatrici.
 A proposito  disse la duchessa, fermandosi,  se il comandante Orsengo  qui, fammi il piacere d'invitarlo da parte mia...
La marchesa strinse le labbra e si affrett a condurre via la duchessa ed Elena. Quando torn da Dino, lo trov immobile sulla poltrona. Due lacrime gli sfuggivano dagli occhi chiusi.  Come ti senti? Hai freddo?  Prese il plaid e glielo stese di nuovo sulle gambe.  Vuoi che seguitiamo a leggere?
 No  disse debolmente Dino. Dopo un silenzio, riprese:  Leva di l quelle due rose. Mi dnno noia.  La marchesa and a portar nella stanza accanto il bicchiere con le due rose.
 Lo conosci questo principe albanese?...  chiese Dino dopo un'altra pausa.
 Di vista. Non  bello.
 Vedrai che sposer Elena  aggiunse Dino, facendo uno sforzo per parere indifferente.
 Elena! La madre la darebbe cos a un...
 La darebbe a chiunque, purch fosse ricco. Com' disgustoso il mondo, mamm!
La marchesa gli tolse carezzevolmente i capelli dalla fronte e non disse nulla. Sentiva un rancore per Elena, cos bella, fresca e sana. Ripens a quel giorno di Sorrento, sulla terrazza dell'Htel Vittoria...
 Mamm,  disse Dino, rompendo un altro lungo silenzio  debbo dirti una cosa.
 Di', figlio mio, di'...  esclam frettolosamente la marchesa  di' tutto quello che vuoi...
Dino la guard negli occhi.  Tutto quello che voglio?... tutto?...
 S, caro, tutto, tutto...  Ella lo guardava ansiosamente ma Dino ritir la mano che la madre gli aveva presa:  No... pi tardi... te lo dir pi tardi...
Imbruniva.
 Vuoi che accenda l'elettricit?  chiese la marchesa.
 Lascia. Mi piace star cos al buio. Hai scritto al professor Aldinelli?
 Scriver stasera  disse la marchesa un po' confusa.
 Te ne avevo tanto pregata! Scrivigli. Se tu gli scrivi che sto cos... che non sono ancora guarito, verr. Pu prendere una licenza: non ne ha prese mai dal principio della guerra.
 Hai tanto desiderio di vederlo? Io non ti basto?  osserv la marchesa, con una punta di gelosia.
Dino scosse lentamente il capo.  Scrivi... scrivi stasera senz'altro.
Alla finestra, che dava sul giardino, un ultimo raggio di sole incendiava i vetri. Nella stanza era scuro. Dino richiuse gli occhi. Non si sentiva nessun rumore: soltanto il battere dei grossi ferri della marchesa che faceva una sciarpa di lana bianca per Dino.
Francesca entr sulla punta dei piedi e disse qualcosa piano alla marchesa che si alz.
 Dove vai, mamm?  chiese Dino, aprendo gli occhi.
 Ora vengo. Un minuto, amore, un minuto e sono da te.  Dino non aggiunse altro ma la segu con un lungo sguardo di rimprovero.
 Francesca, accendete l'elettricit.
Francesca accese. Per un momento quella luce viva fece piacere a Dino: pareva che le cose nella stanza prendessero un altro aspetto, meno tragico, meno disperato: ma poi, anche con l'elettricit accesa, i mobili gli sembrarono ostili, il pavimento incerato ebbe luccicori sinistri, le tende della finestra ebbero pieghe fantastiche e tristi, gli oggetti sulla tavola gli fecero un'impressione noiosa e monotona, come se fossero l da secoli, immobili. E sent un'acuta nostalgia del passato: rivedeva il suo passato come una chiara giornata di sole, mentre ora tutto era nebbioso, grigio, scialbo. Che cosa rimpiangeva del passato? Non sapeva. Gli pareva che tutto sarebbe potuto esser diverso, pi intenso, pi bello. Si guard le mani: erano bianche bianche, molli, sempre bagnate di un sudore freddo. Stette un pezzo a guardarsele e osserv le unghie che avevano preso una tinta livida, i polsi magri che gli uscivano dalle maniche.... E sempre tornava a pensare alle cose di prima della guerra, alla terrazza dell'Htel Vittoria, a Elena, alla principessa di Mllica... S'indugiava in quelle visioni, gli pareva di sentirsi in fronte come delle carezze... All'avvenire, no, non voleva pensare. Era come un muro alto alto che si vedeva davanti. Si ricord la data fissata per il matrimonio di Margherita: 15 giugno. Ebbe un brivido. Come starebbe lui il 15 giugno? Come adesso? Peggio? C'erano ancora pi di due settimane. Ripens a due settimane indietro. Due settimane indietro sperava ancora tanto di guarire. E ora?... E fra altre due settimane?... No, no, non ci voleva pensare. Tese la mano alla scatola d'argento delle sigarette, prese una sigaretta ma non l'accese: la rotol un pezzo fra le dita, poi la pos nella ceneriera d'alabastro. Non aveva pi neppur voglia di fumare. La luce l'infastidiva ma non si sapeva decidere ad alzarsi per andare a girar la chiavetta e Francesca era andata via. Si pos le due mani sugli occhi e prov ribrezzo di quel freddo viscido. Pens: Come diventeranno le mie mani quando sar morto?  Quest'idea della morte gli parve tanto strana, l'allontan subito, volle pensare a cose precise e immediate. La morte! Si ricord che, quando era bambino, aveva paura a veder passare i confratelli, coi camici bianchi, dietro ai funerali. Credeva che fossero quelli i morti. Non voleva star solo. Perch la madre lo aveva lasciato? Certo, era venuto il comandante Orsengo. Prov un dispetto acuto, una rabbia: quest'idea gli travers la mente:  Se muoio, mamm avr rimorso  e ne ebbe una gioia maligna.
La marchesa travers in fretta lo studio di Dino, l'anticamera, entr nel salone dove il comandante Orsengo s'era messo a camminare in su e in gi, aspettandola. Ella si ferm davanti a lui. Si guardarono.
 Come sta?  chiese il comandante sottovoce, come se Dino potesse sentire.
 Meglio oggi, meglio  disse la marchesa e tent di sorridere.  Avete veduto il professor Rizzoli?... Avete il risultato dell'analisi del sangue?...
 S,  disse il comandante, e tir fuori a malincuore una carta.  Sono andato ora a prenderlo. C'ero stato stamane, m'hanno fatto tornare...
 E che c'?... che c'?...
 Nulla. Il solito.
La marchesa prese la carta, la scorse, s'imbrogli nelle cifre allineate e scritte con inchiostro rosso.
 Ma sta meglio... Anche i medici dicono che sta meglio.  vero?  Guard il comandante negli occhi, poi subito distolse lo sguardo. Il comandante stringeva le labbra senza rispondere.  Appena sar pi in forze lo condurremo in campagna. A Sorrento no... c' troppa gente e poi l'aria di mare non gli va... A Cava forse... Dite, rispondete...  E la marchesa ebbe un moto d'impazienza.
 S, s,  assent il comandante distrattamente.  A Cava...  Prese dalla tavola un pacchetto che vi aveva posato e lo porse alla marchesa: era cioccolata: i marrons glacs non si trovavano pi. La marchesa prese il pacchetto senza ringraziare e si mise a gingillarsi col nastrino tricolore che lo legava.  Adesso andate, eh? Dino mi aspetta.
 Quando posso tornare?  chiese Filippo Orsengo con voce sottomessa. Ora non osava pi domandare appuntamenti alla marchesa: dacch Dino era ammalato non si vedevano pi in segreto.
 Domani... venite presto domani  disse la marchesa.  Forse avr bisogno di voi... Vorrei tenere un altro consulto.
 Verr presto. Vuoi altro?
 No. Niente altro.
Egli le baci la mano teneramente ma non os indugiarsi ancora. A un tratto Chiara lo richiam.
 Mi perdoni, eh? Sono cattiva... Ditemi, ditemi che Dino sta meglio. Non ne posso pi.  Cominci a singhiozzare, piano piano, con la testa appoggiata sulla spalla del comandante: egli la teneva stretta a s, senza baciarla, appoggiandole appena le labbra sui capelli. Subito ella si svincol.  Addio, addio. A domani. Sono tranquilla perch sta proprio meglio... addio.
Egli si allontan. La marchesa rimase un momento nella penombra del salone; si asciug gli occhi ma le lacrime di nuovo le cadevano gi sulle gote. Si sent terribilmente oppressa. Non aveva pi coraggio per fingere e sentiva che fingeva: Dino stava male. Le parve di odiare Filippo Orsengo, di odiare il mondo intero. Tutti, tutti odiava. Dino doveva guarire, Dino doveva guarire. Era ingiusto, era mostruoso, era orribile!... Ora non pregava neanche pi. Aveva fatto fare una novena alla Madonna di Pompei, un'altra a Montevergine; faceva fare tridui in tutte le chiese... No, non voleva pregar pi, voleva imprecare. Perch la Madonna non l'ascoltava? Perch non faceva guarire Dino?...
Torn di l col sorriso sulle labbra.
 Vuoi un po' di cioccolata, amore?
 Perch sei stata tanto tempo?  disse Dino, senza rispondere alla domanda.
 Sono stata appena dieci minuti  replic la marchesa con voce supplichevole e pos il pacchetto sulla tavola senza aprirlo.
 Non voglio restar solo, lo sai. Soffro a star solo. Mi annoio. Siediti.
La marchesa sedette.
 Voglio dirti quella cosa, sai?...
 S, figlio mio, di'... Sono qui a sentirti.
Dino taceva. Pareva che ora non avesse pi voglia di dire quella cosa che annunziava sempre senza decidersi a dirla. Finalmente, voltando gli occhi dall'altra parte, mentre la madre gli stava seduta accanto e gli aveva preso una mano, mormor a fior di labbra:  Desidero vedere una persona...
 Chi?  chiese ansiosamente la marchesa.
 Vacci tu stessa... spiegale... a Villa Lucia...
 Ma chi?...  interrog di nuovo la marchesa.
 Federica Magnes..., la nipote di Don Lorenzo Oncino... ti ricordi?... venne quella sera...
 Mi ricordo.
 Vacci domani. Voglio che venga subito. Vacci domani. Non fare come per la lettera ad Onorato Aldinelli...
 Ci andr domani. Ma non ti agitare... Lo sai che ti fa male di agitarti.
Dino alz le spalle.  Che cosa vuoi che mi faccia male pi? La farai venire, eh? In tutti i modi. Le dirai che deve venire... Forse sar un poco irritata contro di me... perch non le ho pi scritto, da tanto tempo... Ma tu glielo dirai che sono tanto malato...
 Ora stai meglio,  interruppe la marchesa con voce atona.
 S, ora sto meglio  assent Dino, condiscendente.  Ma tu, per farla venire, le dirai che sto molto male. E allora verr.
La marchesa avrebbe voluto chiedere qualche cosa ma non os. Le faceva troppa pena frugare in quel passato di suo figlio, passato di ieri e che ora sembrava tanto lontano. Lentamente si mise a carezzare la mano di Dino che pendeva sul bracciolo della poltrona. Dino rimase assorto a pensare. Ora gli prendeva un desiderio acuto di riveder Federica, come una febbre. Senza rendersene conto, gli pareva che Federica gli avrebbe portato un soffio di vita, qualche cosa di sano, di giovane. La visita di Elena gli aveva lasciato un rimpianto arido, come un sapore di cenere nella bocca. Aveva bisogno di guardare degli occhi che non fossero dipinti, delle labbra che non fossero dipinte.
La mattina dopo, alle sette, la marchesa entr in camera sua, in vestaglia, coi capelli ancora intrecciati intorno al capo per la notte. Il lumino era ancora acceso ma gi la suora della Speranza, che faceva la nottata a Dino, aveva aperto le imposte perch il malato s'era svegliato all'alba e aveva voluto fare entrare quella prima luce di mattina: diceva che si sentiva soffocare al buio. La suora era in piedi accanto alla finestra. S'era levata gli occhiali e li aveva messi per segno al libro di preghiere che aveva letto a pi riprese durante la notte, lasciandolo quando Dino si svegliava e voleva discorrere. Sur Marie de la Piti era una donna alta e forte, non giovane, dall'aspetto brusco, ma era piena d'indulgenza e di carezze per Dino.
 Come sta?  chiese la marchesa, rivolgendosi alla suora prima ancora di guardare il figlio.
 Il a pass une bonne nuit  disse la suora col suo sorriso vagamente incoraggiante, e radunava le sue cose per andarsene: il libro di preghiere, il rosario, le forbici, mettendo tutto nella grande borsa di lana nera. Guard l'orologio. Era ancora in tempo a prender la messa delle sette, spicciandosi. Il parroco, che la diceva, ritardava sempre di qualche minuto.
Sotto le coperte, Dino ebbe un brivido. La luce nella stanza era opaca, verdognola, a traverso le persiane chiuse.
 Come ti senti?  insist la marchesa, avvicinandosi al letto. Dino ebbe un moto brusco e con la mano allontan la mano della madre che voleva posarglisi in fronte.
 Lasciami. Va' a vestirti. Ricordati che devi andar lass.
 S, figlio mio. Ma a quest'ora....
 Oh! Si alza presto. Se vai tardi non la trovi. Dille che venga oggi. Hai capito?
 S  ripet la marchesa, e tutt'a un tratto si sent vincere da un grande scoramento: le pareva impossibile di poter giungere fino a Villa Lucia, di poter parlare di Dino, di poter chiedere a Federica di venire... Federica avrebbe subito indovinato, vedendola, che Dino stava male. Con la scusa di mettere in ordine le boccette di medicine sulla piccola tavola accanto al letto, s'indugiava, ingoiando la saliva, tentando di trattenere le lacrime che le venivano agli occhi. Dal letto saliva un odore molle di febbre, di sudore.
 Va'  disse Dino dopo un momento.  Mandami Francesca e tu va'.
La marchesa si avvi verso la porta senza voltarsi. Sulla soglia, la voce di Dino la ferm:
 Fa' cogliere le rose in giardino... tutte, hai capito? Voglio che la stanza sia piena di rose oggi.
 Ora lo dir al giardiniere  disse la marchesa con voce che si sforzava di essere indifferente. Quando fu fuori della porta, si sent il viso bagnato di lacrime.
XXXII.
Il giardiniere era salito verso le due portando un paniere pieno di rose.
 C' qui Gabriele. Vuoi che entri?  chiese la marchesa a Dino.
 S, s, fallo entrare. Porta qui i due vasi giapponesi grandi del salone... e quello alto di cristallo... Porta molti vasi.
Dino s'era fatta la barba, s'era pettinato, ma aveva dovuto interrompersi pi volte perch non poteva tenere il braccio su ed era stato per svenire. Il termometro segnava 37 e 8. Gli occhi erano lucidi e parevano enormi nel livido delle occhiaie.
Il giardiniere entr col suo grande paniere riboccante di rose, seguito dal gatto d'Angora che gli andava dietro come un cane.  Come state, eccellenza?  chiese egli, fermandosi presso alla porta.  Non siete pi venuto in giardino. Adesso  la bella stagione.
 Fammi vedere le rose che hai colte  disse Dino senza rispondere alla domanda. Il giardiniere gli accost il paniere delle rose. Dino affond le mani in quella massa fresca e rimase un pezzetto cos, ad aspirare l'odore umido delle rose accatastate: ce n'eran tante, tante, e si schiacciavano, le une sulle altre.
 Va bene, eccellenza?  domand il giardiniere.
 Le hai colte tutte?
 Tutte. Non ce ne sono pi.
La marchesa e Francesca entravano coi vasi.  Metteteci l'acqua  disse Dino. Il gatto fregava il suo lungo pelo alla poltrona, aspettando una carezza. Dino si chin e gli pass la mano sul dorso, lentamente.
 Come si  fatto grosso!  disse dopo un momento.
Il giardiniere pos il paniere a terra e si mise ad accomodar le rose nei vasi.
 Non cos... quelle gialle no. Metti solo le rosse nei vasi giapponesi. Cos, senza tagliare i gambi... Le gialle nel vaso di cristallo.
Occupato delle rose, Dino s'era un po' sollevato sulla poltrona e pareva riprendere interesse alle cose intorno a s. Gli occhi gli si accendevano di una luce di gioia e gli andavano dalle rose rosse che trionfavano nei vasi giapponesi alle gialle che piegavano i loro steli troppo lunghi, pallide, nel vaso di cristallo.
 Altri vasi, mamm: ci sono tante rose ancora!
Furono portati altri vasi.
 Ma non sar troppo tutto quest'odore?  azzard timidamente la marchesa.
 No, no, lasciamele godere, lasciamele tutte...
Il paniere si vuotava: la stanza era tutta una gloria di rose.
 Oh!  fece Dino e si sdrai nella poltrona, chiudendo gli occhi.
Francesca toglieva di terra qualche foglia schiacciata e qualche petalo caduto. Il giardiniere se n'era andato.
 Ti ha promesso proprio di venire?  chiese Dino dopo un momento, riaprendo gli occhi.
 Me lo ha promesso.
 Dove ti ha ricevuta? Nella sua camera, su?
 No: nella saletta del pianterreno.
Dino rivide la saletta rotonda, la Madonna alla parete, la tavola, le sedie, i grandi pini del parco: e tutto era avvolto in una luce di sogno.
Le tre! Federica aveva detto che sarebbe venuta alle quattro.
 Vuoi che ti legga un poco il giornale?  chiese la marchesa.
 S, leggi.
La marchesa salt le notizie di guerra, si ferm a qualche cenno di cronaca mondana: teatri, un ricevimento dalla principessa di Mllica, una esposizione di quadri, un concerto. Dino pareva assente: le parole gli cadevano nel cervello senza svegliarvi nessun'eco: i nomi che prima avevano un significato per lui ora gli diventavano estranei. Tutte le forze della sua mente erano tese verso Federica, nell'impazienza dell'attesa.
Un piccolo ragno saliva ai vetri della finestra, forse uscito dalle rose.
 Araigne du jour, amour  mormor Dino e sorrise.
 Che dici, caro?  chiese la marchesa interrompendo la lettura.
 Nulla. Sguita.
 Ti diverte di sentire?
 S, mi diverte.  Ma non ascoltava. Era intento al tic-tac dell'orologio sul tavolino: pareva che tutta la sua vita ora si concentrasse in quel tic-tac dell'orologio. E il suo cuore batteva come l'orologio. Egli seguiva quel tic-tac del suo cuore, un po' affannoso per la debolezza, nell'effervescenza del sangue che gli fluiva in tutto il giovane corpo consunto.
Le tre e mezzo!
A un tratto Dino ebbe l'idea che Federica non sarebbe venuta. Si ricord il modo come s'erano lasciati, le lettere che si erano scambiate, poi quel lungo silenzio di tanti mesi. Federica non sapeva neppure che egli era stato a cercarla quel giorno e non l'aveva trovata. Certo nella sua anima fiera doveva esserci una ribellione, un disgusto... Non sarebbe venuta. Oramai ne era sicuro. Le rose nei vasi gli parvero finte, una messa in scena da operetta, una cosa romantica e ridicola. Quasi quasi avrebbe preferito sapere di certo che Federica non sarebbe venuta, non pensarci pi.
 L'orologio va male. Debbono esser passate le quattro  disse finalmente riaprendo gli occhi che aveva tenuto chiusi per qualche minuto.
 No, va bene  disse la marchesa e pos il giornale, accorgendosi che Dino non ascoltava. Egli non not neppure che la marchesa non leggeva pi. Richiuse gli occhi. Pens: Non voglio riaprirli finch non sono le quattro.  Faceva sforzi per tener chiuse le palpebre che volevano ostinatamente aprirsi.  Non ancora. Non ancora. Saranno passati cinque minuti, sei, sette... Or ora suoner.  Il tic-tac seguitava con una inesorabile monotonia. Possibile che non suonasse l'ora?... A un tratto non resse pi, apr gli occhi. Erano passati appena tre minuti.
 Non verr  disse forte, e si mise a ricercare con gli occhi quel ragnolino che saliva sui vetri. Non lo vide pi.
 Chi?  chiese la marchesa distratta.
Dino non rispose.
Finalmente suonarono le quattro. Dino ricominci a sperare.   impossibile che non venga. Verr. Ora si aprir la porta, entrer Giovanni ad annunziare...  E si mise a fissar la porta che, da un momento all'altro, gli parve trasfigurata: non era pi una porta, era qualcosa di misterioso, di terribilmente enigmatico e fatale. Non l'aveva mai veduta cos, non aveva mai pensato che una porta, una semplice porta bianca verniciata potesse avere in s un'apparenza tragica. Il cuore gli si mise a battere forte e le lacrime gli vennero agli occhi.
 Mamm...
La marchesa ora lo guardava, si accorgeva della sua agitazione, non sapeva che cosa dirgli. Pensava al consulto che voleva tener l'indomani e tutto il resto le pareva di cos poca importanza! Che valore poteva avere un amoretto (non dubitava che fra Federica e Dino si trattasse di un amoretto) quando la vita di suo figlio era in giuoco, la vita! S'irritava di vedere che egli si preoccupasse di queste inezie quando le pareva che tutte le energie, tutta la volont di tutti dovessero essere tese a farlo guarire, unicamente a questo.
 Mamm...
 Figlio mio...
 Apri la porta.  La marchesa, senza sapere perch egli lo volesse, apr la porta. Dino si sporse per guardare nella stanza accanto. Un raggio di sole batteva sul cuoio della spalliera di una poltrona nello studio e lo faceva luccicare. Tutto era silenzioso. Nel vaso di cristallo una rosa si sfogli e i petali caddero sul tappeto.
 Hai sentito camminare?...
 No.
 S... Hanno urtato una sedia... nel corridoio...
Erano le quattro e un quarto.
La tensione dello spirito in attesa era tale che Dino si sent venir meno. Gli occhi gli si abbagliarono e si sent tutto bagnato d'un sudore vischioso e freddo. S'irrigidiva contro la sua debolezza, tentava di vincerla, ma le labbra gli si fecero bianche bianche e le braccia gli ricascarono gi. La marchesa corse a prendere una boccetta d'ammoniaca e la fece odorare a Dino e intanto stendeva la mano al campanello per chiamare la cameriera. Francesca entr quasi subito. Dino aveva appoggiato la testa alla spalliera della poltrona e le pupille gli nuotavano nella cornea, come diventate liquide, senza sguardo. Francesca si mise a stropicciargli le tempie con l'acqua di Colonia. Egli sentiva un ronzio nell'orecchio a traverso il quale le parole gli giungevano vaghe e incomprensibili. Ebbe la percezione incerta di un'altra presenza, ma non gli riusc di rendersene conto: si abbandon fra le mani che gli si agitavano intorno, con una nausea nella gola, con la sensazione di cadere gi, gi, in un abisso senza fondo, portato su dell'ovatta...
Poi, a poco a poco, questa sensazione cominci a svanire, sent sotto la mano non pi qualcosa d'impalpabile ma il bracciolo della poltrona e in fronte il fresco dell'acqua di Colonia. Gli occhi ricominciarono a vedere. E sullo sfondo chiaro della finestra si disegn una figura alta... Non la distingueva ancora bene e non poteva fare quello sforzo mentale che si richiede per riconoscere una persona: ma nella testa gli ondeggiava vagamente un'idea che non poteva fissare.
Federica, che Giovanni aveva introdotta subito, secondo l'ordine ricevuto, stava l immobile accanto alla tavola, non sapendo che cosa dovesse fare. Aveva capito dalle parole e anche dalla semplice visita della marchesa che Dino stava male, ma non s'immaginava di trovarlo ridotto a quel punto e provava una stretta al cuore. Un momento pens che stesse proprio per morire ed ebbe l'idea di scappar via, spaventata, ma si fece coraggio e rimase. Dopo qualche secondo vide gli occhi di Dino fissi su di lei, con lo sguardo vago, e le prese una piet angosciosa che la fece impallidire, mentre, non sapendo se Dino la riconoscesse, tentava di abbozzare un sorriso.
Dino fece un piccolo gesto con la mano. Non poteva parlare. Federica si avvicin e si chin su di lui, posandogli una mano sulla fronte come in una carezza. Le pareva di vedere un bambino moribondo, e ogni ricordo del passato era lontano, perduto: non provava altro che una grande compassione mista a un certo ribrezzo fisico, e non le veniva nessuna parola da dire. Lentamente si sedette accanto a Dino e rimasero cos un poco, immobili, guardandosi. Ella provava un senso d'imbarazzo, come un malessere. Per far qualcosa prese una mano di Dino e la tenne fra le sue, ma quel contatto gelido e viscido la disgustava, come se avesse toccato una serpe.
Dino si rimetteva. Gli era rimasto soltanto un batter convulso delle ciglia e uno sbadiglio nervoso che gli contraeva la bocca.
La marchesa e Francesca erano uscite. La marchesa s'era fermata nello studio e fingeva di accomodare dei libri nello scaffale.
 Grazie di esser venuta  disse Dino con una voce che fece una penosa impressione a Federica. Ella gli strinse pi forte la mano, poi la lasci andare. Di nuovo i loro occhi s'incontrarono, ma Federica distolse subito i suoi.
 Come sta? Bisogna guarir presto, eh?
 S, bisogna guarir presto  ripet Dino ed ebbe un altro sbadiglio. Quelle parole di Federica gli parevano orribilmente banali e suonavano falso. Come avrebbe preferito che gli si fosse mostrata adirata, ostile! No, invece, era tutta buona, tutta dolce, ma in quella dolcezza si sentiva che non vibrava pi neppur un atomo di passione. Anche Dino non trovava nulla da dire. Pareva che l'attesa avesse consumato tutto il suo desiderio di quella visita: ora si sentiva freddo, come davanti a una persona estranea. Si vergognava di s, del suo aspetto di malato, delle sue mani cos bianche.
 Guarda le mie mani?
 No, perch?
Federica aveva arrossito. Cerc in fretta qualcosa da dire:  Che belle rose!
 Ma lei non ama i fiori  disse Dino con tristezza, e tutt'a un tratto si sent un desiderio di morire, di morire subito, di sparire per sempre.
 Non  vero  disse Federica con dolcezza, come temendo di offenderlo.  Mi piacciono queste belle rose... Anche lass a Villa Lucia ci sono tante rose ora!...
 Anche nel nostro palazzo ci dovevano essere delle rose  mormor Dino senza guardarla. Ella si ricord del palazzo della Follia. Ah! era proprio il palazzo della Follia, di quella Follia tragica che si chiama la Morte!
Condiscendente, ella finse di credere ancora al passato.  Si ricorda?...  disse sottovoce, carezzevolmente.  Faremo ancora altri disegni... insieme.  Dino scosse il capo.  S, s... Appena star meglio verr lass... Le mostrer tante altre cose che ho fatte. Vero che verr?
Di nuovo Dino scosse il capo senza rispondere. Dopo una pausa disse:  Volevo rivederla... per chiederle perdono di essere stato tanto tempo senza scriverle...
Federica gli riprese la mano e si mise a carezzarla.  Le perdono, le perdono... Non ci pensi pi.
Dino ebbe un sorriso amaro e ritir la mano.
Ci fu ancora un silenzio.
 Sa che mio zio arriva domani?  disse Federica contenta di trovare un argomento che la facesse uscire da quei ricordi sentimentali.
 Ah! davvero?  fece Dino fingendo d'interessarsi.
 S, il suo male agli occhi  aumentato, lo rimandano indietro. Povero zio! Credo che sia molto gi di spirito... almeno dalle sue lettere...
 E i suoi fratelli?...  chiese Dino, e gli si dipinse in viso un'espressione strana, come di gelosia.
 Oh! i miei fratelli!...  esclam Federica, e la sua voce torn quella di prima, sonora e piena.  Tutt'e due hanno la medaglia d'argento... Il maggiore  stato ferito due volte... l'ultima volta, un mese fa, sul Pasubio...  ancora all'ospedale.
 Beato lui!  mormor Dino.
Federica lo guard, si vergogn di aver parlato con troppo entusiasmo, di nuovo abbass la voce.  S, ha fatto il suo dovere...  bello poter dire che si  sofferto per il proprio dovere. Anche lei pu dirlo.
 Oh! io no,  fece Dino, scuotendo il capo.
 S, feriti o malati...  lo stesso.
 Lo stesso... no.
Il discorso languiva. Federica sentiva d'essere crudele senza volerlo ma non le riusciva di fingere: davanti a quel corpo distrutto, a quel viso emaciato, giallo, a quegli occhi spenti, non sapeva pi trovare una scintilla di quell'ardore che aveva provato per il bel ragazzo sano e robusto che le offriva la bocca fresca, fatta per essere baciata. Dopo una mezz'ora si alz.
Dino le sollev in viso gli occhi appannati sui quali si appesantivano le palpebre. Tutt'e due ebbero nello stesso punto l'impressione che qualcosa era irrimediabilmente finito e che da quel momento in poi si sarebbero parlati come due estranei, fra i quali nulla c' pi di comune, e pei quali il passato  diventato incomprensibile.
 Torner a vederla  disse Federica, chinandosi su di lui con un sorriso forzato.
Dino non disse nulla.
La marchesa non era pi nello studio, l accanto. La stanza vuota, dalla porta aperta, appariva tranquilla, come aspettante, con le sue poltrone in ordine, la tavola scintillante di oggetti d'argento, lo scaffale dei libri, le stampe di cavalli alle pareti: ogni giorno Giovanni la spolverava accuratamente, ma da tanto tempo oramai nessuno ci si tratteneva pi. Chi sa se Dino ci sarebbe mai pi entrato!
Federica si accorse che erano soli. Le parve troppo triste di andarsene cos. Si chin ancora di pi e sfior con le labbra la fronte di Dino. Sotto a quel bacio Dino divent pallidissimo ma non prov nessuna gioia: le lacrime gli gonfiarono gli occhi senza cadergli sulle gote e rimasero sospese alle lunghe ciglia infantili.
 Torner... sai?... Mi vuoi?...  balbett Federica, sconcertata davanti a quelle lacrime e a quel viso cos pallido.
 S... torni, se pu...  disse Dino, nascondendo le mani sotto al plaid, preso da un brivido di freddo.
Federica si allontan senza voltarsi indietro.
XXXIII.
L'indomani giunse a Napoli don Lorenzo Oncino. Aveva fatto i capelli tutti bianchi. Era distrutto nell'aspetto ma ancora pi distrutto nello spirito. Quando gli avevano significato che non poteva pi restare all'ospedale, aveva chinato il capo, si era sottomesso. Neppur questo doveva riuscirgli, neppur il suo sacrificio doveva essere accettato: sentiva la maledizione intorno a s. Scese dal treno, s'infil fra la folla, col suo fagottino in mano, si trov sul piazzale della stazione, e l, a quel sole di maggio, il suo abito, che aveva preso una tinta verdognola, pareva ancora pi miserabile, tutto consumato alle spalle, dove le ossa delle scapole sporgevano sotto la stoffa sottile. Dov aspettare un pezzo il tram che lo conducesse a piazza Amedeo, e di l, per la funicolare, se ne sal a Villa Lucia. A traverso gli occhiali affumicati guardava le strade, le piazze, le case, gli alberi, e tutto gli faceva un effetto cos strano, come se da ogni angolo partissero voci che gli dicessero:  S, noi siamo le stesse case, gli stessi alberi, ma tu no, non sei lo stesso....  Giunto a Villa Lucia prov una stretta al cuore. Era cos bello tutto, cos quieto, cos pieno di luce e di pace, e lui sapeva che mai pi avrebbe potuto goderne, mai pi. Gli pareva di riconoscere i piccoli passeri che saltellavano sulla ghiaia dei viali, perfino le foglie sui rami e i grappoli di glicinie che pendevano a festoni dai muri e il muschio delle fontane senz'acqua... Ma ritornava estraneo fra tutte quelle cose che non lo riconoscevano pi.
Federica gli and incontro nella saletta di gi e si salutarono con poche parole. Il desinare era quasi pronto. Don Lorenzo sal su, in camera sua, depose il suo fagottino sul letto, poi si accost un momento alla finestra aperta e rimase immobile, con le mani strette insieme, a guardare il mare in lontananza e quel bel cielo che si liquefaceva nell'imminenza del tramonto. Tutta quella serenit del paesaggio gli dava un'amarezza indicibile. Almeno lass, nelle corsie dell'ospedale, fra tutti quei feriti che si lamentavano, che avevano bisogno pressante di essere assistiti, la sua mente si poteva occupare di cose immediate; ma ora che gli restava da fare, solo con s stesso, in quella bellezza tranquilla della natura che gli pareva un'irrisione?
 Zio, venga,  pronto  squill di gi la voce di Federica. Ridiscese, si sedette alla piccola tavola apparecchiata per due, prov come una umiliazione di sentirsi inutile, come un rimorso di quel pane che mangiava. Si stringeva in s, gli pareva di prender troppo posto, di essere un ingombro nella casa, nella vita.
 Ma dunque, mi racconti tante cose... Sono avida di sapere. Qui gi non si sa nulla. Si va bene, vero?  Federica lo guardava ed egli fu spiacevolmente colpito da quello sguardo audace, da quel tono di voce deciso. Per Federica la guerra era ancora una bella avventura, una visione di gloria, un'esaltazione dello spirito. Che cosa aveva da fare questo suo modo di concepire la guerra con quello che aveva veduto lui, con le braccia e le gambe umane ridotte una poltiglia sanguinante, coi disertori fucilati ai piedi d'un muro sul quale schizzavano grumi di materia cerebrale, col puzzo nauseabondo che saliva da un mucchio di morti gi mezzo putrefatti, con le corsie d'ospedale dove si soffocava, con le uniformi ridotte a brandelli, i visi coperti di polvere e di sudore, i piedi impiagati, i corpi brulicanti d'insetti?
 Ma s, ma s, ma s  mormor don Lorenzo, con gli occhi fissi nel piatto. Che cosa poteva raccontare lui? Gli orrori che aveva veduti? Oppure l'orrore pi grande di tutti gli orrori, la devastazione della sua coscienza, l'agonia che aveva vissuta, ora per ora, la sicurezza alla quale era giunto che tutta la sua vita, tutto il suo sacrificio, tutta la sua virt erano una menzogna?
Con un gesto timido, allontan da s un piatto con del prosciutto che gli porgeva Federica. No, un po' di minestra soltanto, un po' di pane, non voleva altro: era avvezzo cos. La piccola tavola, pur tanto modesta, gli pareva sibaritica.
Per dir qualcosa, chiese dei poveri che aveva affidati alla nipote. Federica gli raccont che il vecchio era morto, che la donna coi bambini si era impiegata in una fabbrica e guadagnava bene, che uno dei ragazzi era sparito e non si sapeva dove fosse. Don Lorenzo ascoltava, figurando di interessarsi, ma sentiva che il suo spirito era lontano, che quelle miserie non lo toccavano pi, che il terribile egoismo della propria grande miseria gli s'era infiltrato nell'anima.
Dopo desinare risal in camera sua. Era gi quasi buio. Lasci la finestra aperta e si stese sul letto, col viso volto al muro, con le mani incrociate sul petto. Mai s'era sentito cos svogliato, cos inerte davanti alla sua coscienza. Quanto era sceso, da quel giorno, nella chiesetta del piccolo cimitero! Allora poteva ancora piangere e stendere le braccia in alto, verso il cielo: allora per lui il cielo era ancora abitato da uno Spirito superiore che lo malediceva, che lo puniva, che lo umiliava, terribile nella sua collera; ma ora il cielo era vuoto, e la sua voce si perdeva inascoltata e senza eco nell'immensit indifferente. Gli saliva un freddo su dalla punta dei piedi.
Si cav di tasca il breviario che portava ancora per abitudine, lo pos sul comodino e chiuse gli occhi. Gli pareva che la serata sarebbe stata infinitamente lunga e che mai pi avrebbe trovato qualcosa da fare.
Su, sentiva Federica andare e venire nella sua camera, affaccendata. Pensava: Ora si metter a disegnare, ha il suo lavoro che l'aspetta. E io che lavoro ho? Nulla. Soltanto lasciarmi vivere per questi pochi anni ancora, coi miei acciacchi... Inutile! Una bocca da sfamare...
Verso mezzanotte si alz, si avvicin alla finestra per chiuderla prima di spogliarsi, ma fu attirato da quella meraviglia del cielo stellato, da quella dolcezza della notte senza luna. Federica non si sentiva pi movere: doveva essere andata a letto. Dal parco saliva un odore umido di vegetazione, di foglie germinanti, di fiori chiusi. Pace, pace, pace! E nella pace tanta vita! Possibile che in quell'universo cos grande non ci fosse pi posto per lui?
Fu preso da una grande tenerezza per la sua miseria, da un'umilt come di bambino che si sentisse nascere. Poco prima si era sentito morire, ora si sentiva nascere: ma nascita e morte erano dolore. Ebbe un'intuizione vaga, come un guizzo di luce che subito si spense: la necessit del dolore. Si dimentic di s. Gli pareva di essere assorbito in qualcosa di pi grande di s, di perdersi tutto. Rest qualche minuto a cullarsi in quel dolore cos forte da inebriarlo. Poi quell'ebbrezza svan a poco a poco, ritornarono le idee precise, lancinanti, che lo torturavano. Pens al domani mattina. Sarebbe tornato l dalle monache dove diceva la messa? No. Era pi di un mese oramai che non diceva la messa. Lass, in quell'andirivieni dell'ospedale, nessuno se n'era accorto. Ma qui come si faceva a non lasciarne accorgere la gente? E che umiliazione per lui, che profondo senso di accasciamento in questo dover dire a s e agli altri: Ho sbagliato. Torniamo indietro. Tornare, dove? E poi anche il suo pane materiale gli verrebbe meno insieme col pane dello spirito. Quel povero rifugio di villa Lucia era gi un lusso per lui, dovrebbe smetterlo, rifiutare l'obolo della carit a Federica, rimandarla dai suoi parenti, lass a Vi. Federica non ci tornerebbe forse. E allora? Che avverrebbe di lei, sola, con la sua anima indipendente? Pensava, pensava, non sapeva trovare una soluzione, si accusava di superbia. Non era forse superbia questo volere la sicurezza, non acquetarsi nel dubbio, come tanti? Per questa sua insofferenza del dubbio avrebbe commesso una cattiva azione, respinto Federica che fidava in lui, negato soccorso a tutta quella povera gente alla quale dispensava un po' d'elemosina. Era egoismo il suo, egoismo e superbia. Aveva egli il diritto di dar retta a quegli scrupoli? Erano la sua forma di lusso quegli scrupoli, bisognava forse soffocarli, dire: In manu tua, Domine, commendo spiritum meum. Per abitudine, si rivolgeva ancora al Padre, a Colui che doveva usargli misericordia. Guard il cielo. Sper che da quelle stelle lontane gli venisse un po' di consolazione. Le stelle luccicavano, luccicavano, ma non gli dicevano nulla.
Sfiduciato, chiuse la finestra, si spogli in fretta, si mise a letto, si nascose sotto alle coperte. Sparire! Come avrebbe voluto annientarsi! Non reggeva pi alla lotta, si sent stremato di forze. Pens: Domani andr alla cappellina delle monache, dir la messa. Ebbe vergogna di quel pensiero. Rivide le monache, in fila, che si presentavano alla balaustra dell'altare, una dopo l'altra, per ricevere la Comunione; rivide quei visi bianchi, stretti nel soggolo, quelle labbra avvizzite, quelle mani giunte... Gli torn in mente una monaca vecchia, quasi nonagenaria, mezza cieca, con la bocca sdentata, e un'altra giovane, con gli occhi chiari chiari, con la fronte che pareva di cera. Rivide la penombra della cappellina e le candele con le fiamme che si piegavano, gialle, nel vento che veniva da un finestrone mal chiuso. No, mai, mai commetterebbe pi questo sacrilegio. Gli pareva che l'ostia gli avrebbe scottato le dita. Nell'ostia vedeva ancora qualcosa di misterioso e di terribile. Della sua fede non gli rimaneva che il terrore.
Dopo un poco riaccese il lume, si sed sul letto. Soffocava. Si apr la camicia sul petto come per prender aria, e si conficc le unghie nella carne. Alla parete, sul letto, c'era sempre la grande croce di legno grezzo; don Lorenzo non la guardava ma la sentiva l, implacabile. Ebbe un minuto d'odio. Perch doveva esser torturato cos? Tanta gente non crede e vive, si diverte, lavora, gode di tutte le gioie dello spirito: perch, perch lui solo doveva soffrire tanto? Gli venne a un tratto in mente l'immagine di Sara, l'ultimo giorno che l'aveva veduta, nel piccolo cimitero di montagna. Prov un'umiliazione ancora pi grande, un senso confuso di angoscia ancora pi pungente. Un'ondata di sangue gli sal al viso e si sprofond per un momento nel buio di vaghe e misteriose allucinazioni, ma fece uno sforzo, le respinse, torn a una calma relativa. No, no, non era vero, neppure col pensiero aveva peccato; almeno che gli fosse risparmiato quel supplizio di cadere in una volgare tentazione, alla sua et... Si prov a sorridere. No, non ci aveva mai pensato, l'aveva avuta cara come un'anima che credeva affidata a lui e invece era stato mortificato nel suo orgoglio, l'aveva sentita tanto pi in alto di s, tanto pi forte di s!...
Quasi albeggiava quando don Lorenzo finalmente si addorment e alle sette era gi sveglio. Con gli occhi ancora chiusi sent il cinguettio affaccendato degli uccelli e si ricord dov'era. Apr gli occhi. La stanza era tutta inondata di luce e per terra si moveva l'ombra di un ramo d'elce che ondeggiava alla finestra, agitato da un po' di vento. Prov un senso di freschezza e stir le membra indolenzite. Quel po' di sonno lo aveva rinfrancato: gli occhi soltanto gli dolevano e le palpebre erano tutte impiastricciate di un umore vischioso. Gli pareva che degli aghi lo trafiggessero e il bruciore gli giungeva fino alle tempie. Subito si lev, si bagn gli occhi con acqua fresca, si sent sollevato.  Non andr dalle monache, pens, scriver una lettera, mi liberer dall'impegno verso di loro... Tanto ora hanno chi mi rimpiazza... e poi... poi sar quel che sar. Un qualche modo per vivere lo trover. E l'abito?...  Ora gli veniva lo scrupolo dell'abito. Poteva andare in giro cos, vestito da prete, ingannando la gente, quando sentiva di non essere pi prete nel suo spirito, quando gi con la volont aveva rotto i suoi voti di obbedienza?
 Poi, poi  disse.  Per ora non ho la forza. Non mi si pu chiedere pi delle mie forze. Sar un castigo questo, un castigo al mio orgoglio, vestire ancora quest'abito e sapere che non ne ho il diritto...
Di gi veniva la voce di Federica che cantava. Scese nella saletta a pianterreno e trov il caff gi scaldato sulla tavola e un pezzo di pane scuro in un piatto. Si mise a bere il caff mentre Federica sulla porta guardava il parco, ancora tutto fresco della notte, in un tremolio di ombre e di sole.
 Sa, zio, che Dino Valeri  tanto ammalato?  disse dopo un poco Federica voltandosi.
 Davvero?  fece don Lorenzo, posando la tazza nel piattino.  E che cosa ha?
 Febbri malariche prese lass. Sta molto male. Vada a vederlo.
 S, andr, andr. Un'altra vittima!  Don Lorenzo sospir ma, senza rendersene conto, prov come un sollievo. C'erano altri dolori oltre il suo, altri straz, e lui poteva ancora interessarvisi. Rivide quel bel giovane cos fiorente di salute e scosse il capo, preso di piet.  Povera mamma! Mi figuro come star!
Federica non aggiunse altro ma sal su per mettersi il cappello: voleva uscir presto per andare a fare un disegno del chiostro di Donn'Albina, nella vecchia Napoli. Aveva bisogno di muoversi, di lavorare: la visita del giorno innanzi le aveva lasciato un certo malessere e non vi si voleva indugiare: aveva orrore della malattia, della tristezza, dell'inerzia, di tutte le cose che strascicano.
Don Lorenzo rimase solo e si vers un'altra tazza di caff dalla caffettiera restata sulla tavola. Poi si alz, raccolse nella nano le briciole di pane sparse sull'incerata, and sulla soglia e le gett fuori ai passerotti. Aspett. Dopo poco un passerotto, timido, venne a beccare una briciola, poi si fece pi ardito, giunse quasi sulla soglia.
 Queste creature vivono senza domandare perch vivono, pens don Lorenzo. Se potessimo far lo stesso noi! Vivere, vivere... e non far del male e mangiar le briciole che troviamo in terra.  E stette qualche minuto assorto a guardare il passerotto che scoteva le penne al sole.
XXXIV.
Il principe e la principessa di Celle scendevano dalla loro carrozza, attaccata a una pariglia di morelli colossali, innanzi allo scalone del palazzo Casamartana. Al portone c'era una folla di carrozze, ma gli equipaggi padronali erano pochi: quasi tutte vetture di rimessa. Oramai molti avevano smesso la carrozza. Parecchie signore giungevano anche in carrozzella e qualcuna anche a piedi. Il portiere si affaccendava per disciplinare l'avanzarsi di tutti quei diversi veicoli, fra il vocio dei cocchieri da nolo. Non aveva la sua grande livrea di gala, con la feluca e il bastone col pomo dorato in mano: la duchessa, facendo una concessione al tempo di guerra, gli aveva ordinato d'indossare la semplice livrea d'ogni giorno. Per le scale non c'erano i servitori incipriati, ritti ai pianerottoli, ma soltanto, alla porta, due domestici, senza calze di seta n scarpini con le fibbie. Erano due figure tozze e senza imponenza; ora che tutti erano in guerra, non si trovavano pi quei bei servitori d'una volta, alti e maestosi.
La principessa di Celle portava un vestito di seta lilla, e un cappello di velo, dello stesso modello di quello che portava al matrimonio di Camilla: aveva il petto coperto dalle sue grossissime perle, brutte e dalla solita enorme spilla di brillanti. Era ancora un po' pi incartapecorita dell'anno scorso e il principe strascicava una gamba perch qualche mese prima aveva avuto un leggero attacco di apoplessia del quale si era riavuto quasi subito. Con loro saliva donna Carolina Galluccio.
Un'automobile entr rumorosamente nel cortile: era il generale comandante il Corpo d'Armata territoriale. Col generale era il duca di San Marzio, correttissimo nella sua redingote impeccabile, che manovrava per dargli la destra. Su, le sale piene di fiori, molti ufficiali in tenuta, grigioverde, la principessa di Mllica seduta in disparte con un giovanissimo principe appartenente alla Casa Reale che si trovava di passaggio a Napoli, in divisa di ufficiale di marina. Essa lo teneva sotto lo sguardo enigmatico dei suoi occhi socchiusi, e sul viso quasi fanciullesco del principe appariva quella confusione piena di beatitudine che  il segno infallibile degli amori incipienti, negli uomini molto giovani. La gente giungeva, giungeva sempre. Faceva caldo. Le finestre erano aperte. Camilla, in un vestito di drappo d'argento coperto di tulle nero, passava di gruppo in gruppo, sorridente, magnifica. Al collo aveva il suo filo di perle. Si parlava del corredo, della difficolt di provvedere le stoffe, del caro favoloso della roba.
Donna Carolina Galluccio, su di un divano, fra due vecchie signore, raccontava che i Celle non davano pi pranzi perch il loro cuoco era andato in guerra e non ne avevano trovato un altro.  Che infamia questa guerra!  disse una delle vecchie signore.  La carne  arrivata a diciotto lire al chilo e i fagiuoli a quattro lire. Dove si andr? Povero paese!
 Povero paese!  ripet donna Carolina Galluccio con un sospiro. Il generale Cerfoglio si avanzava, fra un gruppo di gente, alto e pettoruto, in divisa, col petto coperto di decorazioni.
 Buon giorno, generale  disse Camilla, facendoglisi incontro e stendendogli la mano.
Il generale s'inchin.  Signorina...  Tutti risero discretamente. Il generale alz le ciglia, cap lo sbaglio, rise anche lui.  Oh! scusi... ma si somigliano tanto loro! Scusi...
Camilla rise forte.  Le pare! Io non me ne offendo. Al pi si potrebbe offendere mio marito.
Tutti risero pi forte. Il generale pass nel gran salone da ballo dov'era preparato l'altare. La solita Sacra Famiglia di Massimo Stanzione era circondata di veli bianchi. L'altare era tutto fiorito di rose bianche. Un prete, in cotta, disponeva qualcosa sull'altare, poi si ritir in fretta mentre, dietro a una fila di bamb i suonatori accordavano gl'istrumenti, e il vocio sommesso della gente si faceva sempre pi animato.
Oreste Formisani, in tight, elegante, coi guanti in mano, entr insieme con la signora Novati e subito si diresse verso Camilla. Si erano conosciuti all'ospedale del Carmine dove Oreste andava qualche volta a vedere Max Prokesch e subito si era reso utile facendo ritirare sollecitamente un carico di medicinali e di materiale sanitario che era stato spedito all'ospedale e che era rimasto abbandonato in un carro ferroviario, lasciato su di un binario morto. Per riconoscenza, Camilla lo aveva fatto invitare dalla madre. Egli si chin a baciare la mano di Camilla, un po' impacciato in mezzo a tutta quella gente che non conosceva, a quel lusso delle sale coi soffitti alti, con le pareti tese di stoffa, coi quadri, con le porcellane, con le toilettes delle signore, con tutte quelle corbeilles di fiori. Camilla gli fece un cenno del capo, poi si rimise a discorrere col giovane principe che le si era avvicinato e le stava accanto, in piedi, alzando il viso verso di lei, che gli era pi alta di tutta la testa. Oreste Formisani rest un momento sconcertato, non sapendo che fare: poi gir rapidamente lo sguardo per la sala, adocchi un colonnello che conosceva, e subito corse verso di lui, come se avesse da comunicargli qualcosa d'importante, e si misero a discorrere tutt'e due in un angolo. Il colonnello acconsentiva vivamente col capo.
L'impazienza dell'attesa cresceva. Elena e Cecilia si facevano largo fra la gente, col sorriso fisso sulle labbra appena appena dipinte, stringendo mani, dicendo parole amabili a tutti.  Sua sorella non  venuta? Peccato!  Come sta il conte?  Dica alla mamma che abbiamo tanto pensato a lei!
Il comandante Orsengo appariva sulla porta, fra un gruppo di nuovi arrivati.  Buon giorno, comandante  disse Elena, passandogli vicino.  E la Marchesa Valeri non viene?
Il comandante scosse il capo.
 Impossibile. Non lascia il figlio.
 Povero Dino! Sempre peggio, eh?...
 Sempre peggio!
 Che disgrazia! Un cos bel ragazzo!  Ma subito il sorriso ricomparve sul viso di Elena che aveva veduto il principe Wlarova, il quale manovrava per accostarlesi nella folla.
  un secolo che mi sforzo di raggiungerla  disse il giovane a voce bassa.
 C' tanta gente!  mormor Elena, a cui si accendeva negli occhi una luce trionfante.
 Gi! Ma io non vedevo che lei.  I due si scambiarono uno sguardo pieno di ansiet e di trepidazione da parte del giovane, di soddisfazione e di promessa da parte di Elena.
  vero che sono gi quasi fidanzati?  chiese la signora Novati a donna Carolina Galluccio, accennando discretamente ad Elena e al principe Wlarova.
 S, credo che fra poco sar ufficiale  rispose donna Carolina Galluccio col sorriso di compiacenza della persona bene informata.
 Ma  un musulmano!  osserv scandalizzata una delle due vecchie signore, sempre immobili sul divano.
 No,  greco-scismatico  rispose donna Carolina.
 Ma sempre  di un'altra religione. E la duchessa che  tanto pia!
 Che volete, contessa mia, adesso i matrimoni sono difficili.
La vecchia signora non parve persuasa e dondol lentamente il capo.
 Chi  quel giovane bruno che ha salutato Camilla?  chiese la principessa di Mllica a un signore di mezz'et che le stava vicino e che ella tratteneva presso di s, aspettando che il giovane principe tornasse accanto a lei dopo aver fatto un giretto per le sale.
 Credo sia un certo Formisani... un avvocato...  rispose il signore di mezz'et.
 E perch lo avranno invitato? Ci deve essere qualche motivo  disse la principessa di Mllica in tono sarcastico.  La duchessa non fa niente per niente. Ora Elena sposer quel turco...
Il signore di mezz'et s'ingolf in un discorso sulla decadenza della vecchia aristocrazia, sulle tradizioni finite, sull'educazione strana che si d alle ragazze, ma gi la principessa non lo ascoltava pi e sorrideva da lontano al giovane principe che manovrava per raggiungerla, urtando gli enormi cappelli delle signore e pestando i piedi degli uomini.
Ci fu un movimento nella folla che si assiepava alla porta del grande salone. Usc in fretta il solito prete e and a chiamare qualcuno. Il caldo cresceva. Un gruppo di ragazze, vestite di chiaro, si faceva largo per entrare e mettersi in prima fila per veder da vicino la cerimonia. Tre o quattro ufficiali erano insieme alle ragazze; c'erano anche dei giovanotti in divisa di soldati semplici, quelli che non erano riusciti a dimostrare titoli di studio. I discorsi erano sempre i soliti: le licenze, le critiche all'autorit militare, il caro dei viveri, il nuovo prestito di Stato. Le ragazze erano tutte nell'aspettativa del famoso vestito Isabeau, che doveva essere una sorpresa ma che tutte gi avevano discusso, criticato, ammirato. Si notava fra la folla una signora magra magra, lunga, che nessuno conosceva ma alla quale stavano quasi sempre intorno Elena e Cecilia, dandosi il cambio e presentandole ogni tanto qualcuno: era una sorella dello sposo, venuta apposta da Genova e che aveva una faccia arcigna e annoiata; visibilmente il matrimonio del fratello non le andava a genio.
Un signore in redingote, nel vano della finestra, discuteva animatamente con un altro in giacchetta.  Ma  possibile che il Governo si ostini a mantenere Cadorna al comando? Non vede che l'esercito  consumato di tisi militare? Muoversi bisogna, fare qualche avanzata in grande stile...
 Quale avanzata? Dove?  diceva il signore in giacchetta, che era arrivato il giorno innanzi da Milano.  Ma se tutto  gi combinato con le altre potenze, e noi abbiamo il nostro compito assegnato...
 E questo  il guaio  sbraitava l'altro.  Siamo legati, dobbiamo fare il comodo di tutti. E la marina...  Si accorse del Comandante Orsengo che gli era dietro, continu:  La marina condannata a un'inazione dolorosa...  vero, Comandante?
Il comandante si strinse nelle spalle. Era cupo in viso e non vedeva l'ora che la cerimonia finisse per tornare dalla marchesa Valeri dove, in giornata, si aspettava un famoso medico, fatto venire da Roma.
 Duca, ora ai matrimoni si va in giacchetta  disse una delle due vecchie signore, che parevano inchiodate sul divano, rivolgendosi al duca di San Merzio.  Che ne dite?
 I tempi! i tempi!  mormor il duca sempre cortese con tutti, dondolando la sua bella testa bianca.
 E questi vestiti cos corti! Guardate quelle ragazze: paiono ballerine.
 Almeno si vedessero sempre quelle belle gambette!  disse il duca con un sorriso.  Ma certe volte...
I ceri dell'altare erano gi accesi.
  vero che il comandante Orsengo sta in mezzo a un grosso affare di forniture?  chiese una signora giovane a un deputato grasso e calvo che era stato avvocato della duchessa in una causa importante e l'aveva vinta.
 Mah! Si dice!  rispose il deputato.  Gi, ora si dice tutto e tutto  creduto. Sarebbero magari capaci di dire che io vi faccio la corte e che sono fortunato.
 Oh! questo poi no!  esclam la signora giovane con una lunga occhiata provocante.
 La sposa! la sposa!
Subito si fece silenzio, la gente ebbe un movimento in avanti, si affoll nel gran salone dove si soffocava. Non era ancora la sposa, era il vescovo, lo stesso vescovo del matrimonio di Camilla, roseo, bonario, sorridente, preceduto e seguito da tre o quattro preti in cotta. Ci fu una piccola delusione. I colli che si erano allungati ripresero la loro posizione normale.
Ancora qualche minuto di aspettativa.
La musica inton la marcia di Donizetti. Tutti gli occhi si volsero alla porta.
Margherita comparve al braccio del cognato, con la testa alta, portando con eleganza il suo magnifico costume Isabeau, tutto ricami d'argento. La testa, piccola e fiera, sotto la benda, era squisita di grazia. Ci fu un mormorio di ammirazione, specialmente fra gli uomini.
 Ci vuole una figura come la sua per sopportare quel costume  disse una signora sottovoce alla vicina.
 Io preferivo come stava Camilla  rispose la vicina.
Seguiva la duchessa, in abito di moire grigio, al braccio dello sposo, piccolo, calvo, con l'aria visibilmente contrariata di essere il punto di mira di tutti quegli sguardi. Inciamp in una sedia, lasci il braccio della duchessa, and a prender posto sull'inginocchiatoio, a destra della sposa. Lo strascico di grossa seta dell'abito di Margherita faceva un lungo solco bianco sul tappeto rosso vellutato. Il cranio dello sposo luccicava, giallognolo, sotto la luce sfolgorante che veniva dalla finestra.
Nel gruppo delle ragazze ci fu un sommesso scambiarsi di osservazioni e di piccole occhiate significative.
Un po' indietro Elena e il principe Wlarova, ritti accanto, si sorridevano.
Il vescovo tossiva, aspettando che tutto quel movimento prodotto dall'entrare degli sposi si calmasse. La musica tacque. Il vescovo si avanz con un gesto largo delle sue braccia corte e grosse. Le maniche del rocchetto guarnito di merletto di Bruxelles gli erano troppo lunghe e se le tirava su continuamente. Fece le domande di rito. Il s di Margherita fu sonoro e chiaro, quello del marchese Alberoni quasi soffocato.
Camilla, seduta accanto alla madre, seguiva tutti i particolari della cerimonia, facendo un confronto mentale col suo matrimonio, appena un anno fa. Le sfugg un piccolo sospiro. Di rimpianto? di nostalgia? E anche per Margherita il matrimonio sarebbe come per lei una cosa un po' sciapita, un po' divertente, fra la delusione, l'adattamento, l'abitudine? S'interrog: avrebbe voluto tornare indietro? No di certo. Subito si distrasse osservando un magnifico pendentif di smeraldi sul petto della sorella del marchese Alberoni. Quanto poteva valere ora un simile gioiello? Decine e decine di migliaia di lire. Si volt indietro con una graziosa mossa del capo: guard Elena e il principe Wlarova, sorrise impercettibilmente e disse qualche parola sottovoce all'orecchio della madre. Le cose andavano bene: tra poco si sarebbe avuto un terzo matrimonio. Ancora una cosa un po' sciapita, un po' divertente, fra la delusione, l'adattamento, l'abitudine?...
Gi il vescovo s'era seduto, tirandosi di nuovo su le maniche troppo lunghe, e cominciava un discorso molto simile a quello del matrimonio di Camilla. Questa volta prese le mosse dalle nozze di Cana; disse come Ges, volendo assistere a quelle nozze, aveva mostrato quale sia l'alto significato del matrimonio: parl dell'acqua tramutata in vino; l'acqua dell'indifferenza e della vita mondana trasformata nel vino dello spirito e della vita perfetta.  O giovani sposi,  disse, allargando le braccia con quel suo gesto paterno e benevolo,   per voi questo vino dello spirito, questo santo liquore che deve inebriarvi quotidianamente a traverso la vita. O giovani sposi...  Quell'epiteto fece un effetto un po' strano, e tutti gli occhi si fissarono involontariamente sulla calvizie giallognola del marchese che un riporto sapiente tentava invano di dissimulare. Poi ci fu l'immancabile accenno alla guerra, l'immancabile chiusa patriottica.  In questi giorni sacri alla patria, giorni di sacrificio, nei quali i vostri cuori si esaltano in un doppio amore; amore individuale che oggi la Chiesa benedice, amore dell'Italia che la Chiesa benedice con ancor maggiore effusione, amore santificato dal lavacro di sangue...
Appena finito il discorso, rumore di seggiole scostate, riflusso della folla verso la sposa, che si alzava dall'inginocchiatoio, calma e graziosa nella nuvola di velo che l'avvolgeva. Lo sposo, che era rimasto anche lui in ginocchio durante la cerimonia, si sentiva le gambe un po' ingranchite, e rispondeva con un sorriso tirato ai complimenti e alle strette di mano, non vedendo l'ora che fosse tutto finito.
Si pass nella sala da pranzo. La tavola era molto meno ricca che il giorno del matrimonio di Camilla: si erano soppressi i pts de foie gras e le mayonnaises. Ma il surtout Luigi XV trionfava in mezzo ai fiori (tutti mughetti) e lo Champagne spumeggiava nei bicchieri: soltanto ci si era dovuti contentare di una marca pi modesta.
 Tempi di guerra, tempi di guerra  diceva la duchessa, passando da un gruppo all'altro.  Che volete? Bisogna fare alla meglio.
Anche le scatole di confetti erano state soppresse, ma la sposa distribu a tutti il gteau de mariage, e per tutti trov una parola graziosa, sorridendo amabilmente. Lo sposo la seguiva, visibilmente annoiato. Poi la sposa distribu alle amiche i fiori d'arancio del suo vestito, e nel darne una ciocchetta a Elena le disse sottovoce:  Per te... ma per poco.  Elena sorrise, felice, e guard il principe Wlarova che anche sorrise.
I confetti erano portati intorno in grandi vassoi d'argento e la sposa li dispensava a tutti con un grosso cucchiaio.
La sera, la marchesa Valeri diede a Dino un piccolo involto di confetti che le aveva portato il comandante Orsengo. Dino che tutto il giorno aveva pensato al matrimonio di Margherita, senza parlarne con la madre, apr il cartoccetto e stette un pezzo a guardare tristamente i confetti bianchi, ma non li assaggi.
XXXV.
Il 20 giugno Max Prokesch lasci l'ospedale, per aveva ancora un mese di licenza da passare in famiglia. Il padre voleva venire a prenderlo, ma egli lo aveva pregato di aspettarlo a casa. Radun le sue poche robe, chiuse la cassetta, salut la suora di guardia, ma non si decideva ad andar via. Guardava ogni momento verso la porta della corsia, faceva qualche passo, poi ritornava a sedersi accanto al letto che era stato disfatto e ricoperto d'una tela a quadretti bianchi e turchini. Entr un'infermiera della Croce Rossa. Max ebbe un piccolo fremito della bocca. Non era lei. Si alz, si diresse verso la finestra, poi si rimise a sedere, insaccato nel cappotto, senza infilare la manica destra, col braccio ancora al collo. La sera innanzi il maggiore gli aveva rilasciato il foglio d'uscita ed egli l'aveva preso a malincuore: oramai si era assuefatto a quella sala, a quelle pareti, alla suora, ai compagni... Gli faceva malinconia quel letto disfatto. Guardava il crocifisso appeso in un angolo, con sotto un piccolo vaso di cristallo pieno di rose, sopra una mensola, e gli prendeva una nostalgia di quel crocifisso, davanti al quale ogni sera la suora diceva un pater noster e una ave Maria ad alta voce, quando tutti si erano gi messi gi per dormire, l'elettricit era spenta e rimaneva soltanto accesa una lampadina all'estremit della corsia. L'ateismo intransigente del padre gli pareva una cosa gi oltrepassata, un po' ridicola; sotto la maglia portava una piccola medaglia d'argento che gli aveva data Camilla, dicendogli che l'aveva fatta benedire lei stessa dal Papa: la portava senza una convinzione precisa, ma con una tenerezza confusa e dolce, come, simbolo di altre cose confuse e dolci che gli serpeggiavano incerte nell'anima.
Di nuovo si alz, and sulla porta della corsia, guard nel corridoio. A un tratto un'alta figura comparve nell'ombra, in fondo al corridoio, e a lui improvvisamente sal al viso un flusso di sangue. Finse di non aver veduto Camilla che veniva, si allontan in fretta, ritorn accanto al letto e aspett, col cuore in tumulto, con gli occhi fissi a terra, tendendo l'orecchio al passo di lei che si avvicinava. Cos si concedeva qualche secondo di respiro; poteva rimettersi un poco. Camilla veniva innanzi nel suo vestito turchino, col grembiule bianco, alta e flessuosa, sorridendo a destra e a sinistra a tutti quegli occhi che la guardavano come una visione di gioia. Giunta accanto a Max si ferm, ed egli sollev gli occhi da terra, finse un moto di sorpresa, divent ancora pi rosso. Camilla lo guardava, compiacendosi di quella confusione che sapeva prodotta dalla sua presenza, con un misto d'ironia e di dolcezza, con un po' di emozione anche, perch sapeva che Max doveva andar via e si era assuefatta a lui, a discorrere seduta accanto a quel letto, a posargli la mano sulla fronte, a sentirlo guizzare come una biscia sotto quel tocco.
 Dunque?... oggi via?...
 Gi... vado via  balbett Max, alzandole gli occhi in viso e rivolgendoli quasi subito altrove.
 E vi sentite bene oggi? Vi vedo un po'... non so come.
 Sto bene  disse Max e fece un altro tentativo per guardar Camilla e di nuovo rivolse precipitosamente gli occhi altrove.
 Come sar contento vostro padre! Avete un mese di licenza....
 Gi, un mese.
 Mi fa piacere d'esser giunta a tempo per salutarvi. Addio. Non vi dimenticate di noi.
Ella porse a Max la sua bella mano con le unghie lucide di smalto. Max pens in fretta La bacio?. Decise di no, poi, quando Camilla stava per ritirare la mano si chin rapidamente e la baci; il bacio fece rumore come un bacio di bambino. Camilla sorrise.
 E allora non ci vedremo pi?...  disse ella strascicando un po' la voce.
Max questa volta la guard negli occhi con uno sguardo lucido di lacrime che non sapeva staccarsi da lei.
 E perch poi?...  aggiunse Camilla, tirando gi il panno a quadretti bianchi e turchini che ricopriva il letto e rimettendolo su come stava prima, movimento perfettamente inutile ma che le dava il pretesto d'indugiarsi ancora qualche momento accanto a Max. Non lo guardava, ma pure vedeva con la coda dell'occhio il viso congestionato del giovane, le sue labbra che tremavano, le sue grosse dita che tormentavano un bottone del cappotto.
 Ci tenete proprio a staccare quel bottone?  disse Camilla, scoprendo in una risata i suoi denti bianchissimi un po' grandi ma molto eguali, che facevano della sua bocca fresca una cosa piacevolissima a guardare.
Max lasci di scatto il bottone e rimase sconcertato, con le braccia penzoloni.
 Venite a vedermi... Sapete dove sto. Venite un giorno dopo colazione, verso le due.
Max, con gli occhi imbambolati, voleva ringraziare ma sentiva un groppo alla gola e qualcosa d'infinitamente piacevole che gli andava su e gi per lo stomaco, come la sensazione di aver appetito al momento che la tavola  gi apparecchiata. Questa sensazione fu cos forte che in un baleno la luce della corsia gli parve cambiata e il crocifisso col suo vasetto pieno di rose sulla mensola non gli diede pi malinconia ma anzi sembr diventare una cosa familiare e piena di tenerezza allegra.
 Verrete allora, eh?...
Si guardarono, con un rapido sguardo, senza sorridersi. Max fece due o tre volte di s col capo.
 Cos conoscerete anche mio marito  aggiunse Camilla e si affrett a passare al letto vicino dove c'era un ferito, un contadino calabrese, che aveva avuto la febbre forte tutta la notte. Quelle parole furono per Max come uno spruzzo d'acqua fredda che per fu subito assorbito dal calore intenso che gli aveva mandato al cuore quella breve conversazione. Usc dalla corsia, con la sua cassetta sotto al braccio sinistro, raggiante nel viso; travers il corridoio e si mise a scendere le scale a tre scalini per volta, bench quei salti gli facessero ancora rintronare la ferita con un certo indolenzimento.
 Sei contento eh? di lasciar l'ospedale?  gli grid dietro un ufficiale che si trovava nel cortile.
A casa Sebastiano Prokesch aspettava con impazienza. Aiutato da Maria Antonia, il giorno innanzi, aveva fatto una gran pulizia in tutte le stanze: lui stesso, con la granata in mano, si dava da fare a levar la spazzatura da tutti gli angoli, a portar via i ragnateli con una lunga canna, dando la caccia senza misericordia ai ragni che correvano a rifugiarsi sui cornicioni della volta e sulle modanature di pietra delle finestre. Da s aveva ridipinta la gabbia del verdone e coperte tutte le scanzie di grossa carta turchina, nuova nuova. Aveva colto tre garofani fioriti e li aveva messi a tavola, al posto di Max. Per la prima volta, dopo la partenza del figlio, aveva apparecchiato la tavola e ordinato alla trattoria vicina una buona colazione; della carne, del pesce, dei legumi. Era uscito a comprare un dolce, una bella torta col nastro rosa e un arancino candito nel mezzo e l'aveva posta nel centro della tovaglia, coperta da una carta velina perch non ci andassero le mosche. La cassetta col microscopio era stata spolverata e messa in evidenza. Il sole entrava a torrenti dai finestroni spalancati. Nel chiostro gi tutto era verde, fiorito d'una fioritura selvaggia ed esuberante. Il letto di Max era rifatto, e dalla mattina Sebastiano Prokesch era entrato cento volte a guardare le due cuccette eguali che ora non gli davano pi malinconia. Pensava che la notte avrebbe dormito tranquillo, col figlio accanto, e gi si godeva in mente quella prima notte di riposo, di pace.
Sent un passo nella prima stanza, corse. Era il ciabattino che gli portava su la colazione. Dispose i piatti sulla tavola, un po' deluso. Era gi passata l'ora che Max aveva indicata, stava per suonar mezzogiorno. Copr i piatti. Il verdone cantava a squarciagola. Sulla scanzia, le fialette, al sole, luccicavano.
Un'altra volta torn in camera, mise sul tavolinetto, dalla parte di Max, un pacchetto di sigarette e una scatola di fiammiferi.
 Pap!  disse finalmente la voce di Max, dalla porta. Il vecchio fece uno sforzo per reprimere la sua gioia.  Ah! sei qui?  disse quasi freddamente.
 S, son venuto.
Si strinsero la mano. Max era ancora tutto vibrante d'emozione, col viso acceso. Il padre, senza parere, lo condusse davanti alla cassetta di pitch-pine.
Max guardava a traverso la finestra spalancata quella festa di verde e di sole che veniva su dal chiostro ringiovanito dall'estate: nei suoi occhi si inumidiva ancora quella tenerezza vaga, senza un motivo preciso, che l'aveva preso nella corsia dell'ospedale: pareva che tante voci gli cantassero dentro che si confondevano con la voce del verdone nella gabbia, coi rumori indistinti che salivano su dal chiostro, fino con lo stridere della sega del legnaiolo che segava dei tavoloni, gi sotto le arcate. Egli non not la cassetta di pitch-pine, lucida di cera, che gli stava sotto gli occhi.
Il padre aspett un poco, poi, vedendo che Max non diceva nulla, esclam con una certa tristezza:  A tavola!
Max mangi distrattamente: non aveva appetito: pensava alle ciotole di zuppa che gli portava Camilla, a quei suoi pasti di malato, con lei seduta accanto al letto che lo guardava mangiare. Il padre lo aiutava a tagliare la carne ed egli andava dietro a tanti pensieri che gli si sviavano per tanti sentieri diversi, producendo immagini diversissime: un vestito da borghese che si voleva ordinare, le mani di Camilla, la strada che doveva fare per arrivare a casa di lei, al parco Margherita, le scale dell'ospedale, Dino Valeri che sapeva malato. Quest'ultima immagine provoc finalmente una frase che interruppe il silenzio:  Sai come sta il marchese Valeri?
 Male  disse il vecchio, scotendo il capo.
 Lo andr a vedere  disse Max. Poi salt a un'altra cosa.  Debbo ordinarmi subito un vestito da borghese.
 A che cosa ti serve?  chiese il padre con voce dura.
 Ad andare in giro. Non posso star vestito cos.
 Ma hai i tuoi vestiti  ribatt Sebastiano Prokesch che aveva avuto cura, aiutato da Maria Antonia, di tirar fuori ogni tanto i panni del figlio e riporli con la naftalina. Max alz le spalle.
 Che vuoi che me ne faccia di quella roba? Roba vecchia, da dare al cenciaiuolo.
Sebastiano Prokesch aggrott le sue grosse sopracciglia irsute e non rispose. La sua gioia di poco prima era gi offuscata come se una nuvola fosse passata davanti al suo sole. Senza una parola prese il piatto del pesce e l'offr a Max.
 Grazie. Non ne voglio.
Sebastiano Prokesch si mise a mangiare solo il pesce gi freddo. Era tanto tempo che non mangiava qualcosa di condito che, suo malgrado, il pesce, con la sua salsa di olio, d'aglio e di pomodoro gli parve un cibo gustoso. Si tagli una grossa fetta di pane per intingerla nella salsa e mangi in silenzio, come se compisse un rito solenne, mentre Max prendeva dal bicchiere uno dei garofani e lentamente, sbadatamente lo strappava con le labbra.
 Non hai vino, pap?  chiese il giovane dopo un momento.
 No  fece il vecchio meravigliato: avevano sempre bevuto acqua pura lui e il figlio.
 Ah gi!... Non importa.
I petali rossi del garofano spargevano la tovaglia come di macchie di sangue.
Sebastiano Prokesch si mise a tagliare la torta: ne pose una fetta in un piatto per Max e vi aggiunse anche l'arancino candito. Max mangi soltanto l'arancino, e subito si alz da tavola, accostandosi alla finestra.
 Se vuoi fumare...  disse il padre con voce burbera.  L, in camera nostra...
 Grazie: ho qui le sigarette.  E Max tir fuori un pacchetto di sigarette e si mise a fumare.
Il vecchio sparecchi lentamente, camminando per la stanza coi suoi grossi piedi pesanti; mise tutto a posto, e nell'andare e venire passava davanti al figlio e ogni volta lo guardava, senza parlare. Max fumava la sua sigaretta, con evidente beatitudine, assorto in pensieri che gli facevano errare sulle labbra un sorriso impercettibile. Ogni tanto la voce del verdone, stridula, interrompeva il silenzio.
Sebastiano Prokesch si mise alla tavola da lavoro, prepar i suoi istrumenti, parve sprofondarsi tutto nella sua occupazione. Finita la sigaretta, Max si mise a girellare per la stanza e, secondo i pensieri che gli passavano per la mente, ogni tanto diceva una frase che cadeva vuota e senz'eco nell'anima del padre.
 Ah! che cos' questa cassetta?...  chiese finalmente, fermandosi davanti alla cassetta di pitch-pine. Il vecchio mand una specie di grugnito e finse di esser tutto dedito a ci che stava facendo.
  il tuo famoso microscopio?... Mi scrivesti non so che di un microscopio o sbaglio?...
Sebastiano Prokesch alz il capo: un'espressione di ansiet e di speranza gli brillava negli occhi.  S,  il microscopio... Lo vuoi vedere? Lo vogliamo montare?
 No... adesso no...  disse Max, con aria annoiata, girando sui tacchi e ritornando accanto alla finestra.  Un'altra volta... E t' costato molto?...
 S, molto  disse il vecchio con voce soffocata.
 Peccato! Ma in ogni caso, ora lo rivenderesti bene. I prezzi aumentano ogni giorno.
  tuo  disse Prokesch, senz'alzare il capo dalla tavola.
 Grazie, pap.  E dopo qualche momento Max aggiunse:  Pu essere che mi rimetter al lavoro, un giorno... Chi lo sa quello che far! Ora ho veduto tanta gente che si arricchisce... Tutti speculano, in un modo o in un altro...  Sebastiano Prokesch ebbe un moto di ribrezzo.  Certo, per arricchirsi non bisogna rimanere qui, fra queste quattro mura... con questo chiostro per tutto orizzonte.
 Che bisogno c' di arricchirsi?  scatt il vecchio con rabbia.
Max alz le spalle ed ebbe uno sguardo di compassione per il padre; il padre non aveva mai capito la vita, e lui ora invece la cominciava a capire la vita, con tutte le sue seduzioni di lusso, di bellezza, col suo male pieno di fascino, con le sue agitazioni intense... Vivere!... Quelle stanze gelide, enormi e vuote gli parevano un sepolcro nel quale la sua giovent si sentiva opprimere. Tir fuori il pacchetto delle sigarette e ne accese un'altra.
 Che bisogno c' di arricchirsi?  ripet il padre pi forte.
 C' bisogno, perch se no non si conosce mai nulla... Pap, la ricchezza  una via che conduce a tutto, credi a me. Anche a conoscerci noi stessi.
 No, no, no,  strill tre volte il vecchio.  Il denaro  una cosa maledetta... maledetta!... La ricchezza  dentro di noi, non fuori di noi...
 Queste sono teorie. La pratica  un'altra cosa. Io, per me, voglio tentare di guadagnar del denaro...
 Abbandonando tutte le tue aspirazioni?...  disse Prokesch con le labbra che gli tremavano.
 No... Perch?... Modificandole... e adattando me agli altri... alle idee della generalit che non debbono essere tanto cattive se tutti le hanno adottate.
Il vecchio non rispose pi nulla. Max sentiva un leggero malessere come un senso di cattiva coscienza, ma provava un bisogno di dire quelle cose, come per dispetto. Dopo un quarto d'ora prese il berretto ed usc.
Per Sebastiano Prokesch la giornata fu interminabile.
Max torn tardi con Poggesi che aveva trovato per la strada e stettero un pezzo a discorrere e a fumare mentre il vecchio lentamente si levava il camice da lavoro, s'infilava una giacchetta e usciva mogio mogio, con la testa bassa.
A pranzo Max port una bottiglia di vino.
 Sai, pap? Mi sono ordinato un vestito di panno bleu scuro  disse quando stavano per alzarsi da tavola. Il vecchio finse di non aver inteso.  Guarda, ho comprato due cravatte... ora si usano cos: ti piacciono?  E il giovane mostr due cravatte nuove.
 Quanto costano?  brontol il padre.
 Quindici lire l'una...  disse Max esitando.
Di nuovo silenzio. Il vecchio si mise a pulire un coltellino d'acciaio, con molta cura: non finiva pi di stropicciarlo. Max fece due, o tre giri per la stanza.
 Pap mi puoi prestare trecento lire? Te le render appena torner lass.
Prokesch and in camera, tir fuori dal cassettone il vecchio portafoglio di cuoio, cont sei biglietti da cinquanta, ne fece un mazzo e lo porse al figlio.
 Grazie pap  disse Max un po' mortificato.  Te le render, sai?
Usc quasi subito. A mezzanotte non era tornato. Prokesch si spogli, and a letto solo. La cuccetta l accanto era vuota come tutte le altre sere.
XXXVI.
Onorato Aldinelli ricevette la lettera della marchesa Valeri con molto ritardo e neppure pot chiedere subito una licenza perch in quei giorni del principio di luglio era impegnato in spedizioni aeree in Val d'Adige, per coadiuvare il movimento delle artiglierie che attaccavano alcuni punti nemici: sicch dov rimandare la sua partenza per Napoli alla met di luglio. Si mise in treno di sera con un caldo soffocante e con una disposizione di spirito molto depressa. La lettera della marchesa e i successivi telegrammi in risposta ai suoi che chiedevano notizie non avevano fatto altro che aggravare il triste presentimento che aveva avuto fino dall'inizio della malattia di Dino. Gli pareva che in Dino si personificasse tutta la giovent, vittima incosciente della guerra. Tutto il tempo, nel treno, rimuginava faticosamente i suoi pensieri, quelli che per solito dormivano nel fondo della sua coscienza, attutiti dall'ebbrezza del pericolo imminente, dalla bellezza dei voli arditi, ma che non aspettavano altro che un piccolo cenno per saltar fuori. Ritornava a quelle famose giornate di maggio, le riviveva, riviveva quel tormento di allora. Quegli anni di guerra non gli avevano spiegato nulla e si ritrovava come allora, in faccia alla sua coscienza di uomo. Perch non aveva gridato allora la sua parola? Certo non sarebbe riuscito a nulla, ma almeno ora si sentirebbe in pace con se stesso. E non aveva per scusa l'aver creduto la guerra meno micidiale e meno lunga di quello che fosse in realt: fino dal primo giorno aveva avuto una visione netta dell'orribile carneficina, non si era cullato in speranze ottimistiche... aveva capito tutta l'enormit del disastro che incombeva sull'umanit. Eppure aveva consentito, per vigliaccheria verso se stesso, aveva tradito la sua volont: e ogni volta che compiva qualcosa di ardimentoso, qualche azione che gli altri qualificavano eroica, ogni volta che gli avevano consegnato una medaglia (ne aveva quattro, due di argento e due di bronzo) si era sentito un vinto, aveva provato un'umiliazione profonda, gli pareva che il suo vero io fosse l per giudicarlo e lo condannasse inesorabilmente.
Nei momenti di riposo aveva letto molto e anche meditato molto e una cosa soltanto lo aiutava a sopportare le tristezze che si accumulavano intorno a lui e dentro di lui: una certa sua visione dell'Universo che si andava facendo sempre pi chiara. Oramai si andava persuadendo giorno per giorno e quasi ora per ora che la vita non pu essere un ordine prestabilito ma viene fuori dal caos, con tutte le meraviglie e le ebbrezze del caos; che la previdenza umana  un giuoco da bambini; che ogni mattina, aprendo gli occhi, si ha la rivelazione che la data che segna il calendario  una data solenne, non meno delle pi solenni date della storia, che la vita  il miracolo perenne e che noi stessi siamo il miracolo dei miracoli, ciascuno per s e in s; che l'Universo si deve concepire come una catena ininterrotta di cause e di effetti, o per dir meglio, come un'immensa Causa sola, contemporanea del Tutto, dove le cose necessariamente debbono essere quello che sono. E cos anche i suoi rimorsi finivano per perdersi in quella grande corrente dell'eterna Necessit. Ma c'erano dei momenti (e ora proprio si trovava in uno di questi momenti) nei quali tutta la parte cerebrale del suo essere svaniva e il tormento ridiventava acuto e presente.
Rincantucciato in un carrozzone ferroviario, zeppo di gente, pensava a Dino, si figurava il momento dell'incontro, i giorni penosi che seguirebbero: e poi?... Dovrebbe lasciarlo, moribondo, oppure... Si rifiutava ad ammettere una catastrofe cos rapida. Stanco, si abbandonava al sonno, ma ad uno sbalzo pi forte del treno, alla fermata di una stazione, si svegliava di soprassalto e la prima immagine che gli veniva davanti era quella di Dino. Strano! Non vedeva Dino, a letto, malato, come lo aveva veduto a Udine, ma Dino sano, allegro, sulla terrazza dell'Htel Vittoria a Sorrento, che ballava il tango con quelle ragazze vestite di chiaro, che ridevano. Non poteva levarsi quest'immagine dagli occhi. Faceva un caldo opprimente e il cielo era tutto nebbioso: appena qualche stella tremolava a traverso quel fitto strato di nebbia afosa. E il treno giunse a Roma con quattr'ore e mezza di ritardo.
A Roma, mentre cercava il treno per Napoli, vide una fila di barelle della Croce Rossa pronte per un convoglio di feriti giunti allora allora: ufficiali che andavano in su e in gi, soldati, donne, urli, ordini che si ripetevano inutilmente, confusione; finalmente la prima barella si mosse, si accost al treno. Aldinelli si ferm un momento a vedere. Quattro soldati infermieri calavano gi con precauzione un giovane con la testa fasciata, col viso color di terra: aveva gli occhi chiusi. I quattro infermieri lo posarono sulla barella. Un ufficiale medico si avvicin, gett una occhiata sul ferito, strinse le labbra con un leggero scoter del capo: poi si chin a sentire il cuore. I quattro soldati lo guardavano con una certa ansiet.
  morto  disse il medico.
In fretta furono buttate gi le tendine della barella: un ufficiale, con la sciarpa a tracolla, diede un ordine. Due portatori sollevarono la barella che spar fra la folla che faceva largo. Subito un'altra barella si accost allo sportello del vagone-infermeria. Di nuovo calarono gi un ferito, con le due gambe rotte questo. Era pallidissimo ma aveva gli occhi spalancati pieni di lacrime. Lo adagiarono sulla barella che anche quella spar fra la folla. Comparve un terzo ferito, un ragazzo quasi, che rideva e si aiutava da s, con le mani tese e una sigaretta fra le labbra.
 Professore  disse una voce l accanto, sul marciapiede.
Era Paolo Gucci che pareva ancora pi piccolo e mingherlino nella divisa grigio-verde, vecchia.
 Oh! che fa qui?  chiese Onorato, che aveva stentato un poco a riconoscerlo.
 Sono a Roma, in missione. Sono stato ferito ma ora sto bene. E lei?
 Vado a Napoli  disse Onorato, accennando al treno pronto sull'altro binario.
 Beato lei!  E la piccola faccia infantile e malaticcia, coi capelli rossi, ebbe un lampo di nostalgia, mentre Onorato stringeva in fretta la mano del giovane e si precipitava verso il treno in partenza. Intanto un altro ferito era adagiato sulla quarta barella, un uomo gi quasi anziano, con la mascella fracassata, con uno sguardo cattivo e la barba non fatta, nera nera, che gli si vedeva spuntare dove finiva la fasciatura e arrivare fin quasi sotto gli occhi.
Aldinelli sal nel treno che part quasi subito.
Anche questo carrozzone era zeppo di gente, coi vetri rotti, con la stoffa dei divani sdrucita: tutto spirava l'abbandono. E anche la gente non era pi quella di una volta. Viaggiavano in prima classe operai col camiciotto da lavoro, che sbraitavano, mezzo ubriachi. Anche il corridoio era pieno di gente in piedi o seduta sulle valige. Ad ogni stazione il treno si fermava lungamente. Si affollavano agli sportelli venditrici di aranci e di ciambelle.
Da lontano, cominci a disegnarsi la sagoma del Vesuvio. Erano due anni che Onorato mancava da Napoli e gli faceva un effetto strano il dialetto meridionale che sentiva parlare dai facchini alle stazioni, la vivacit dei gesti, la cadenza tronca delle voci che chiamavano. Imbruniva. Aveva contato di poter andare da Dino la sera stessa ma il treno aveva un enorme ritardo e quando entr nella stazione di Napoli erano le nove e tre quarti e non era pi possibile presentarsi in casa Valeri a quell'ora. Travers la stazione buia: fuori non trov una carrozzella, s'incammin a piedi, con la valigetta in mano, per il Corso Umberto tutto buio, rischiarato appena da qualche globo elettrico dipinto di azzurro. In quell'oscurit la gente sui marciapiedi gli pareva gente che s'incamminasse a qualche cerimonia funebre. Si sent molto triste. Tutti i caff, i bars e molti portoni erano chiusi. Non si vedeva nessuna finestra illuminata. Finalmente a piazza della Borsa trov una carrozzella e si fece condurre al Rione Amedeo.
Il portiere non lo riconobbe.
 Che volete?  gli grid mentre egli s'incamminava su per le scale. Non era il portiere di prima, che era andato in guerra: era un vecchio con una benda nera su di un occhio, scamiciato. Aldinelli disse chi era, sal. Le scale di marmo erano mal tenute: a uno dei finestroni mancava un vetro che era stato sostituito con una carta bianca. Onorato apr con la chiave che aveva in tasca, cerc l'interruttore elettrico: la saletta si illumin e gli diede un'impressione d'abbandono: pure tutto era come prima ma coperto di polvere. Rosaria aveva l'incarico di venire a spolverare una volta ogni otto giorni ma spesso se ne dimenticava dacch era entrata a lavorare in una fabbrica di proiettili dove guadagnava ottantasette lire alla settimana. Onorato si avvi verso lo studio. I mobili erano coperti di fodere di tela grezza: sul pianoforte c'era un gran panno turchino. Sullo scrittoio, il calamaio, nel quale s'era seccato l'inchiostro, due penne arrugginite, alcuni fogli dimenticati che Rosaria aveva messi uno sull'altro: sopra a tutti c'era un biglietto di Dino. Qualche libro: in uno c'era dentro un tagliacarte. Si soffocava, con un odore di polvere e di chiuso.
Onorato pos la valigetta sul letto, spalanc la finestra e subito spense l'elettricit, ricordandosi delle ordinanze che proibivano di tener luci visibili, per tema delle incursioni aeree. Ma c'era la luna e ci si vedeva.
Si sedette davanti allo scrittoio e fu ripreso da un senso acuto di sgomento. Tutto gli pareva velato di nebbia; anche la visita che farebbe il domani a Dino la vedeva come una cosa irreale, sognata ma non pensata; irreale la sua vita di ventisei mesi in guerra, irreali le sue relazioni con Sara, cos incerte e interrotte: la realt la vedeva soltanto nel passato, in quella casa che si erano accomodata con tanto amore, lui e la moglie, nella loro esistenza tranquilla, scossa ogni tanto da qualche piccola bufera, ma tranquilla insomma... Poi era venuto il turbine che aveva sradicato tutto. E ora, che cosa restava di lui?...
Prese il biglietto di Dino e cos, a quel lume di luna, lo rilesse. Era un biglietto insignificante. Gli parve una cosa tanto lontana e prov la sensazione di toccare le reliquie di un morto. Era come se Dino fosse gi morto e che con lui anche tante altre cose fossero morte...
Si accorse di essersi assopito, l seduto allo scrittoio. Si alz, si spogli. Il letto era rifatto perch Rosaria aveva l'ordine, da un mese in qua, di tenerlo sempre pronto; tolse la coperta, lasci soltanto il lenzuolo e si sdrai, con la finestra aperta e la luna che gli veniva fino sul letto. E quell'odore di polvere e di chiuso gli rimase nelle narici e fu l'ultima sensazione prima di addormentarsi davvero.
La mattina verso le dieci si present in casa Valeri. Dino aveva la febbre alta. La sera innanzi era giunta una lettera del Ministero della Guerra che gli annunziava che gli era stato accordato un congedo illimitato per causa di malattia contratta alla fronte. Dino era stato un pezzo con la lettera fra le mani, a guardarla fisso. La madre gli stava vicino e tentava di distrarlo dall'idea di quella lettera ma egli le aveva detto: Lasciami stare e s'era messo a rileggerla, parola per parola, come se quelle banali frasi burocratiche rappresentassero per lui la condanna definitiva.
 Ecco: adesso sono proprio fuori dalla vita  aveva detto, posando finalmente la lettera sul tavolino e tentando di sorridere con ironia.  La commedia  finita...  stata un po' corta. Una farsa in un atto...
 Non dire sciocchezze  aveva interrotto prontamente la marchesa.  Si capisce che dovevi avere un congedo...
 S, s, tutto si capisce;  naturale che si capisce... Sto bene, sto benissimo, mi son voluto imboscare... Ti ricordi quanto facesti tu per imboscarmi?...
La marchesa sospir.
 Questa per  crudele... morire come un notaio... su questa poltrona.
In quelle ultime settimane c'era stato un cambiamento in lui: non pareva pi la stessa persona: sembrava un ragazzo di quindici anni e nello stesso tempo aveva preso una fisonomia di vecchio, con le tempie incavate e gialle come di un teschio e i capelli appiccicati sulla fronte. Gli occhi avevano una continua espressione di terrore come se vedessero cose sconosciute, su i limiti della coscienza umana.
La suora, nell'andar via la mattina, aveva raccomandato di non farlo alzare, ma lui s'era voluto alzare per forza, poi, non reggendo in piedi, era tornato a letto. S'era proprio allora rimesso a letto quando Giovanni venne ad annunziare alla marchesa, chiamandola in disparte, l'arrivo di Onorato Aldinelli.
 Dino,  disse la marchesa con aria allegra  c' una persona che ti far molto piacere di vedere.... Indovina.
 Federica... No, non la fare entrare, mamm, non la voglio vedere oggi... Lo so che le faccio ribrezzo...
 No, no,  interruppe subito la marchesa  un'altra persona... che non vedi da molto tempo...
Dino scosse il capo con un gesto annoiato, come per dire che non voleva indovinare: tanto, nessuno gli faceva piacere. Ma tutt'a un tratto cambi espressione e gli si accese negli occhi uno sguardo di ansiet.
 Chi?... Davvero, mamm?... Davvero lui?...
 S, amore mio, il professor Aldinelli.
 Oh! Fallo entrare subito... Accomodami i guanciali, mamm... Dammi un po' d'acqua di Colonia... spruzzala... cos....
La marchesa s avvi nel salone, ma nel veder Onorato, l ritto, che aspettava, fu presa da una tale commozione che si sent venir meno le gambe sotto, e senza una parola, senza guardarlo, gli fece cenno di seguirla, e cammin davanti a lui, senza voltarsi, fino alla camera di Dino.
Dino guardava fisso la porta. Quando scorse Aldinelli gli occhi gli si empirono di lacrime e si volt in l per non farle vedere.
 Ecco che son venuto finalmente  disse Onorato, comandando ai muscoli del suo viso di rimanere immobili, con uno sforzo di volont.
 Era tempo  mormor Dino.  Grazie.
Si abbracciarono. Poi segu quel momento penoso d'imbarazzo che pesa sempre su chi si accosta al letto di un malato che si sa senza speranza. Aldinelli sedette su di una poltrona, evitando ostinatamente lo sguardo della marchesa, che da parte sua faceva ogni sforzo per non guardarlo.
 Ho quindici giorni da restar con te... e te li dedico tutti  disse Onorato, sorridendo stentatamente.  Ci dobbiamo dire tante cose...
 S, tante...
Il gatto d'Angora, che si era fatto familiare nella camera dell'infermo, salt sul letto, e Dino lo accarezz lentamente con le sue lunghe dita color d'avorio ingiallito.
 Che bel gatto!  disse Onorato.
 Bello, eh?
La marchesa piano piano usc dalla stanza. Dino la segu con gli occhi.
 Ora che non c' lei... parliamo sul serio. Mi fa tanto piacere di rivederla... prima di... Perch  un gran passo, s, e avevo bisogno di lei... Non di morire, no, non  di questo che mi rincresce... Ne son morti tanti! Ma morire cos, capisce? Marcire come un essere inutile... E dire che ho visto tante volte la morte da vicino!... Non dico bella... la morte  una brutta cosa... ma agile, rapida... e invece...
Onorato tent di protestare.  No,  interruppe Dino.  Almeno lei non mi dica le solite frasi: Guarirai... stai gi meglio.... No, no... mi dia questa prova di stima... forse la merito: mi parli come si parla a un uomo.
 Ebbene...  disse Onorato, tentando di assicurare la sua voce e tenendo fra le sue una mano di Dino,  se sar necessario il sacrificio... lo farai qui come lo avresti fatto lass... con lo stesso sentimento. Vero? Non ti scoraggi, non ti...
 No, non mi voglio scoraggiare...  disse Dino lentamente, fissando Aldinelli negli occhi.  Avevo tanta paura di non aver la forza... ma ora che c' lei... E poi, morire... tutti pi o meno ci riescono, eh?...  e sorrise.
Onorato not con pena lo sguardo di terrore che era negli occhi di Dino e che contrastava con le sue parole e col suo sorriso. Di nuovo lo abbracci, tenendolo stretto a s in uno strazio indicibile. Poi, con uno sforzo, si calm e gli prese ancora una mano.  Vedi? Ora siamo insieme... Sono bei momenti questi dei quali si deve esser grati alla vita.
Dino accenn di s col capo. Aveva le labbra strette e le palpebre gli battevano col tremolio di due ali di farfalla. Onorato pens che sarebbe volentieri morto lui invece di quel ragazzo e nello stesso tempo sent la vacuit di quel desiderio, sent con una terribile evidenza come sia impossibile far davvero qualche cosa per coloro che amiamo. Tent sviare il discorso, chiese notizie degli amici.
 Sa che don Lorenzo Oncino  a Napoli?  disse Dino, accomodandosi nel letto, con un gomito appoggiato al guanciale.  Viene qualche volta a vedermi. L'hanno mandato in gi... per via del suo male d'occhi, credo... Poveretto!
 Poveretto!  fece Onorato. Si ricord dell'ultimo incontro a Bologna, intu parte della tragedia intima del prete.  E Sebastiano Prokesch? lo hai pi veduto?...
 Di rado... Il figlio  qui.  stato ferito. Ora sta bene. Se vedesse come  cambiato!
 S?... Tutti siamo cambiati... Ma non  vero, poi. Ci pare d'esser cambiati, ma nessuno cambia. Tutti evolvono, lentamente o rapidamente, tendono a completarsi... La guerra ci fa evolvere pi rapidamente, ecco.
  vero  assent Dino.  Quante cose si capiscono via via!...
A Onorato venne bruscamente un pensiero: che per Dino tante cose ancora sarebbero rimaste per sempre un mistero, che non avrebbe mai saputo la risposta a tante domande... Si rappresent se stesso all'et di Dino e vide quanto cammino aveva fatto. Disse forte:  La vita  come l'aria: da lontano ci pare azzurra e diciamo che  il cielo. Intorno a noi... non ce ne accorgiamo.
 Gi... non ce ne accorgiamo. L'ora che si vive ci pare sempre un'ora qualunque...
Onorato non sapeva che altro dire. Le parole gli parevano cos povere davanti all'eloquenza di quella giovent che si struggeva, l, sotto i suoi occhi. Strinse in una carezza la mano di Dino.
 Che ha?...
 Nulla. Mi sento felice d'essere accanto a te, di volerti bene, di sapere che tu mi vuoi bene...
Gli occhi di Dino luccicarono.  Oh s! Le ho voluto molto bene...
Quel parlare al passato diede una grande impressione di tristezza ad Aldinelli.
 Dammi del tu. Ti prego, dammi del tu.
Dino sorrise con un sorriso timido, e le gengive apparvero bianche bianche fra le labbra dischiuse.
 Davvero?... Vuole?... Vuoi che ti dia del tu?...  E Dino strinse con quanta forza gli rimaneva la mano che Onorato aveva lasciata nella sua. Ci fu un momento di silenzio molto dolce per tutt'e due, anche in mezzo a quella desolazione.
Dal giardino veniva un'aria calda, tutta profumata di verde. E c'era una grande pace nella stanza.
Entr Giovanni.  C' don Lorenzo Oncino... ed  venuto pure il signor Poggesi...
Il primo impulso di Dino fu di mandarli via; poi pens meglio.  Falli entrare. Tu lo vedrai volentieri don Lorenzo, vero?  Diceva quel tu con un orgoglio di bambino che era commovente.
 Ma non ti stanca di veder gente?
 No... Ora mi sento un poco meglio.
Il prete e Poggesi entrarono. Aldinelli fu sorpreso a vedere don Lorenzo con tutti i capelli bianchi: pareva che fossero passati dieci anni dacch s'erano incontrati.
 Oh! lei qui, professore?... disse don Lorenzo, e in viso gli si dipinse un misto di gioia, di timidezza, d'incertezza, come una verecondia che gli faceva distogliere gli occhi da quelli di Onorato. Si strinsero la mano.
 Mi fa piacere di vederla  disse subito Aldinelli.  Mi venga a trovare, in questi giorni che sono qui.
Don Lorenzo parve esitare, poi ripet due volte: Grazie, grazie...., come se quell'invito fosse un dono grande.
Poggesi era venuto a congedarsi perch la sua licenza era spirata e partiva l'indomani. Si sedette dall'altra parte del letto di Dino e si capiva che faceva tutti gli sforzi possibili per attenuare il suo tono di voce.
 Dunque...  stato contento di questa visita, eh?  chiese don Lorenzo a Dino, con accento carezzevole, mostrando Aldinelli.
 Si figuri!  Dino guard Onorato e si sorrisero.
 Ah! sai il fatto d'Alessi?...  disse a un tratto Poggesi.  C'era pure sul giornale ieri mattina...
 No. Che ha fatto?...  chiese Dino.
 Ha ammazzato con quattro colpi di rivoltella quella donna... quella tale Rusinella 'a Sciasciona... L'hanno arrestato subito. Sono stato stamane alla questura ma non mi hanno voluto dir nulla e non l'ho potuto vedere.
 Che orrore!...  fece Dino con un piccolo brivido.
 L'ha ammazzata?... Ma per quale motivo? Com' andata?  chiese Aldinelli.
  andata che quel ragazzo aveva perduto la testa... Non so che malia aveva quella donna. Nel popolino direbbero che gli aveva fatto una fattura... Non voleva andare in guerra per non lasciarla: fece di tutto per essere scartato... lui che era pieno di coraggio! Una volta  scappato dalla fronte ed  venuto qui a precipizio perch aveva avuto una lettera anonima che diceva che Rusinella aveva un protettore... Non so come non l'hanno fucilato! Poi lei lo persuase che non era vero, che gli era fedele... e seguitava a stare in quel postribolo, ma lui la credeva immacolata... Aberrazioni! Casi patologici!...
 E poi?...  interruppe Dino.
 E poi... Ieri l'altro sera arriv in licenza, venne a cercarmi. Gli domandai ridendo di Rusinella, ma lui subito si fece serio. Non ammetteva scherzi su di lei. Lo accompagnai al vicolo dov' la casa di tolleranza, lo lasciai tutto felice, come se andasse all'appuntamento di una verginella... Poi, ieri mattina, nell'aprire il giornale, leggo il fatto. Pare che l'avesse colta in camera con un altro, uno della mala vita; questo tale scapp e lui uccise la donna con quattro colpi di rivoltella, e si and a costituire in questura. Povero ragazzo!
 E com'era?... bella?...  chiese Dino.
 Ma che! Una vecchia... le mancava un dente davanti... grassa grassa... Ma lui lo diceva sempre: Far una pazzia e l'ha fatta. Peccato! Un giovane pieno d'ingegno... e buono...
 Si  avvezzato lass... a uccidere...  osserv don Lorenzo.  A certi l'anima si inferocisce a forza di veder morire e morire... e poi vengono di questi scopp, al primo urto...
 E intanto  una vita spezzata  sentenzi Poggesi.  Non  uomo da rialzarsi, lo conosco... precipiter gi.
Dino, stanco, abbandon la testa sul guanciale: si sentiva tornare la febbre col ribrezzo che gli veniva dalla punta dei piedi e gli si allargava per tutto il corpo e la nausea che lo prendeva alla gola.
 Me ne vado  disse Poggesi, alzandosi.  A rivederci... spero di tornar presto...  istintivamente voleva attenuare l'idea della separazione.
Dino lo guard e gli stese la mano. Gli altri due rimasero immobili e silenziosi a quell'addio che sapevano che doveva essere l'ultimo. Anche Poggesi si commosse, toss per non parere e si soffi il naso forte. Dino non disse nulla ma accompagn con gli occhi Poggesi che spariva nel vano della porta: poi si mise a fissare il muro, con lo sguardo vago.
 Anch'io me ne vado  disse don Lorenzo dopo un momento.  Ci vedremo forse domani.
 E io pure.  E Aldinelli si alz.
 Tu no, tu non andar via  disse Dino trattenendolo con la mano.  Aspetta.... Ora mi passa questo freddo della febbre e parleremo... Resta a colazione con mamm.
Don Lorenzo se ne and, tutto curvo, vergognoso di quell'abito da prete che non aveva il coraggio di smettere e che gli pareva una mancanza di lealt verso la gente. Aldinelli gli rinnov l'invito di andarlo a visitare.
 Ma s, ma s, ma s...  fece don Lorenzo.  Ho tanto bisogno di lei anch'io!... Se sapesse in quale stato di animo mi trovo!
 E non torner pi lass?
 No... Si vede che non ero degno. E qui che cosa debbo fare? Sono stato all'ospedale... ma poi non ci sono tornato pi. Le dir, le dir, una volta... se avr la forza...
Anche don Lorenzo usc, e Onorato si sedette di nuovo accanto al letto di Dino che batteva i denti nell'accesso della febbre.
XXXVII.
Erano le nove quando Aldinelli se ne torn a casa, andandosene lentamente a piedi verso il rione Amedeo. Pensava. Il buio delle strade lo faceva raccogliersi ancora di pi nei suoi pensieri scoraggiati.
Una forma sottile sbuc fuori da un portoncino della strada di Chiaia; egli si sent in viso uno sbuffo di profumo violento e di cattiva qualit e una voce rauca ma quasi infantile gli mormor qualcosa all'orecchio. Con un gesto della mano, dolcemente, respinse la donna senza neppure guardarla. Ma ne sent raddoppiata la sua tristezza. Rivide Domenico Alessi, il colosso buono, atterrato dalla sua malnata passione per una femmina da trivio: un vinto anche lui. Un vinto don Lorenzo Oncino, un vinto Dino Valeri: erano vinti tutti come lui. Ma i vincitori dov'erano? E che cosa si sarebbe riedificato su queste rovine?... Possibile che tutto dovesse essere rovina, sempre?... Chi sa quante cose avrebbero potuto fare ancora quei giovani, quegli uomini maturi che morivano alla vita, alla loro propria vita, anche quando seguitavano a vivere? E tutto ci era conseguenza della guerra o era l'inevitabile dispersione che fa la vita, nel suo continuo divenire?... Polline disperso, germi schiacciati nell'uovo.
Sbuc nella piazza Amedeo. L si sent sulla fronte un'aria pi viva che veniva dalla collina, un soffio che temperava quell'afa della serata estiva. Si tolse il berretto, lasci che quel po' di vento gli rinfrescasse la testa scoperta. Guard in alto: si vedevano masse confuse di alberi, biancore di case, sotto la luna. La luna si rideva dei divieti, splendeva come sempre, come nelle pi miti sere di pace... Pens allora che nulla pu essere inutile: inutili paiono le cose a chi guarda superficialmente, a chi  dentro a un cerchio: visto dal di fuori tutto si spiegherebbe. Tutte le vite non vissute avrebbero la loro significazione. Tutti i quadri non dipinti dai pittori, i versi non scritti dai poeti, i sogni che abbiamo sognati, tutto diventer reale nel corso dei secoli infiniti. Tutte le possibilit esistono. Gli venne in mente un paragone. Da bambino, in campagna, l in Valdinievole, si divertiva a raccattare ghiande sotto a una quercia che era dietro alla casa: gli pareva d'averle raccattate tutte: tornava, ce n'era tante altre... sempre altre... La natura pare che lasci incompleto il suo lavoro, ma no, ci torna sopra, lo rif, lo perfeziona; tutti gli sforzi, tutti i pensieri, tutte le volont degli uomini sono spunti per un eterno poema che  sempre in divenire, nell'infinita divinit del caos...
Sul portone di casa sua vide un'ombra nera, nel buio. L'ombra si stacc, gli venne incontro nel chiaro di luna. Era don Lorenzo Oncino che lo stava aspettando da pi di mezz'ora.
 Professore, mi scusi...  disse la voce di don Lorenzo, fioca fioca, come se avesse paura di se stessa.  Ero venuto... Ero passato di qui e mi son detto: Perch non andarci stasera? Se no dopo, forse, non ne avr pi il coraggio....
 Ma lei mi fa un regalo  disse Onorato, infilando il suo braccio in quello del prete.  Su, venga da me... Giusto, mi sentivo cos oppresso a pensare a quel povero Dino...
 Povero, povero!...  mormor don Lorenzo.  Ma tutti siamo poveri eh?... Tutti mendicanti, che abbiamo bisogno dell'elemosina... e nessuno ce la pu fare...
Salirono le scale, e Onorato introdusse il prete nello studio: come la sera avanti lasci spalancata la finestra e non accese l'elettricit. Si sedettero accanto, e, in quella luce opaca e misteriosa, don Lorenzo si sent pi coraggioso, pi capace di parlare: si strinse le mani fra le ginocchia e abbass il viso. Ma le parole non gli venivano ancora. Era un ondeggiare confuso d'idee, un tumulto, qualcosa che gli stringeva la gola di singhiozzi.
 Dunque?...  cominci Onorato, dopo aver aspettato inutilmente alcuni minuti  lei mi vuol dire qualche cosa,  vero?
 S... cio una cosa proprio no... ecco, non lo so pi nemmeno io che mai le volessi dire...  E don Lorenzo chiuse gli occhi, come se quella luce della luna fosse ancora troppo chiara per lui, come se avesse bisogno di maggior ombra.
 Via, via, non si sgomenti... Non mi dica nulla. Forse io so...  interruppe Onorato, abbassando istintivamente la voce. Sent un piccolo gemito soffocato. Stese una mano, cerc il braccio di don Lorenzo, ve l'appoggi su affettuosamente.  So che lei si trova a disagio... che non pu pi...  vero?...
Don Lorenzo accenn di s col capo e questa volta fu proprio un singhiozzo. Di nuovo rimasero in silenzio. Poi tutt'a un tratto don Lorenzo disse forte, a sbalzi, a pause, a gridi:  No, creda, no... Ho veduto troppe cose orribili... Non posso dimenticare certe visioni, non posso... Si figuri, una notte, sul Carso... ero uscito coi portaferiti per andare a prendere dei feriti dopo un violento fuoco d'artiglieria... Non ci si vedeva. Si sentivano gemiti nel buio, s'inciampava in cadaveri... A destra sentivo un rumore fioco, come un fischio. Avevo una piccola lanterna cieca. Era un uomo senza pi le due gambe, un povero tronco semivivo che perdeva sangue... Ho chiamato i porta-feriti con la barella, alla meglio abbiamo adagiato quel disgraziato... Era un ufficiale. Ha aperto un momento gli occhi. Che orrore quegli occhi aperti!... E il sangue colava, colava... I porta-feriti si sono avviati, e io a girare ancora, in cerca d'altri feriti... Tutt'a un tratto  ricominciato il fuoco, le palle piovevano, piovevano... Io mi son messo a correre, piegato in due, dietro ai porta-feriti, nell'oscurit... E ho veduto una cosa orribile: ho veduto la barella posata a terra, uno dei due soldati prender la rivoltella dell'ufficiale... e sparargliela a bruciapelo nell'orecchio... Questo ho veduto, capisce? E i due soldati allontanarsi di corsa, a sbalzelloni, nella notte... Questo ho veduto coi miei due occhi. E quei due disgraziati chi li aveva condotti a questo?... chi?... E avevo spavento di loro e di me... E di un altro soldato mi ricordo, un contadino siciliano, che non aveva vent'anni, un bel figliuolo... Lo hanno fucilato una mattina nei primi bagliori dell'alba... E io gli ero accanto quando l'hanno bendato. Era un disertore. Piangeva. Mi raccomandava di scrivere alla madre che era morto in battaglia... per l'onore del nome, mi diceva. E piangeva, piangeva... Sono scappato, diceva, ma non per far male... perch mi mettevo paura.... E alla prima scarica non l'hanno finito, c' voluto una seconda scarica... E allora mi son detto Ma gli uomini sono belve... Ma sono peggiori di quello che erano venti secoli fa, prima che venisse Cristo... Allora che cosa  venuto a fare Cristo? Se la sua parola non  stata ascoltata?... Se si  perduta come si erano perdute tante altre parole dette prima di lui?... Un uomo che  morto in croce, un martire grande, s... ma la Divinit non doveva, non poteva sacrificarsi inutilmente... Vede, queste cose me le son dette cento volte, mille volte, milioni di volte... Sono diventate un assillo continuo, un tormento... Non ci reggo pi ora, creda, non ci reggo pi... Non ho pi nessuna consolazione, non posso pregare... Da tanto tempo non dico pi la messa. Che cosa vuole che inganni me e gli altri? Chi vuole che preghi? Se non sappiamo nulla, se tutto  un gran buio, grande, grande... Nessuno ascolta, nessuno si occupa di questo miserabile nocciolo, perduto nello spazio, che  la terra... E noi, vermi, ci dilaniamo senza che nessuno si curi di noi... Ma in tutto questo buio, creda,  la mia vigliaccheria che mi fa spavento pi di tutto il resto... Questo abito mi brucia addosso e non so fare il gesto di levarmelo via. Sono un vigliacco, un vigliacco, un vigliacco!... Perch lo tengo ancora?... Per la gente, per il mio miserabile rispetto umano... peggio ancora, forse.... perch so che andr incontro alla miseria... Dunque  proprio per le peggiori passioni, per la vanit, per la soddisfazione della gola, per la pigrizia, per la mollezza....
Onorato sorrise pensando a quello che la mollezza rappresentava per don Lorenzo.  Ma se lei ha fatto sempre una vita di sacrificio...
 Non  vero. Mi piaceva darmi il lusso di far la carit... Vede, questa  una tentazione che si doveva scacciare. Non bisogna pensare che si possa esser necessar, noi... Se ho un pezzo di pane ne posso dare sempre met a qualcuno:  l'amore che conta. E io ne ho avuto troppo poco. Se avessi amato davvero avrei saputo darmi tutto. E invece non son potuto essere n di Dio, n degli altri, n di me stesso... neppure me stesso ho saputo amare... Che vergogna! Doversi dichiarare vinti cos e riconoscere che non si  saputo n elevarsi n abbassarsi... Che cosa vuol che faccia ora? alla mia et?... ricominciare a farmi una fede?...
 La vita non ci domanda l'atto di nascita  disse Onorato.
Don Lorenzo si alz, and alla finestra, torn un po' calmato e cerc egli, questa volta, la mano di Aldinelli.
 Grazie per la bont che ha di starmi a sentire... Non mi ritrovo neppure io stesso. Giro e giro sempre nello stesso cerchio. Perch questa questione dell'abito, capisce,  legata a tante altre cose... Si verr a sapere, lass da noi... i miei parenti, i fratelli, le sorelle... le sorelle... ce n' una che non ha mai voluto maritarsi: fa la sua vita tutta casa e chiesa. Una santa! Quella s che ama, senza neppur sapere che cosa sia amare... Non ha un minuto per s nella giornata, non ha uno straccio per s... ma non pensa a far la carit: le par naturale di non dover aver nulla, di esser la serva di tutti. Spesso non ha neppure il tempo d'andare in chiesa per la messa... e non se ne rammarica. Si figuri se quella sapesse che io ho smesso l'abito!... E poi altre persone anche...  Qui don Lorenzo, s'interruppe e si nascose il viso fra le mani.  Altre persone che avevano fiducia in me e che... Veda, veda che miserabile uomo lei ha davanti! Che non sa guardare liberamente nella sua coscienza e fa pesare sulla bilancia tutte le considerazioni umane...
 Ma queste considerazioni non sono ignobili  disse Onorato.  Il sentimento  pure qualche cosa.
 No, no,  interruppe don Lorenzo.  Quando mi son fatto prete sapevo che dovevo abbandonare tutti i vincoli mondani... e ora che debbo levarmi di dosso quest'abito, sento che i vincoli mondani mi stringono ancora... Mi faccio ribrezzo! E quella povera creatura che  con me... Anche a lei penso. E non ci dovrei pensare, dovrei pensare soltanto alla mia coscienza...
 Ma per sua nipote qualche cosa si potr fare... Almeno in questa parte io posso sollevarla un poco  disse Onorato con bont.  Mi lasci pensare. Le troveremo da lavorare... insegnante di disegno in una scuola normale, per esempio...
 Davvero?  esclam don Lorenzo, sollevando il capo.  Ah! se capisse che bene mi fa! Se sapr quella disgraziata figliuola a posto... avr pi coraggio. Le prometto che avr pi coraggio. Per me tanto un modo di campare lo trover... Posso ancora lavorare...
Onorato fece un gesto, ma don Lorenzo in quel barlume confuso, non se ne avvide. Che cosa poteva mai fare quel pover'uomo, ridotto in quel modo, senza pi carne addosso, con quegli occhi rovinati?...
 E poi,  seguit don Lorenzo  ci ho ancora un po' di quel denaro che portai da casa mia... Non tutto, no, parte ne ho speso... Quando  venuta Federica, per farle un po' di roba, ch non aveva nulla... e anche prima di partire, per certi poveretti...  Lo diceva umilmente, come scusandosi.  Ma ancora qualche cosa ce l'ho. Saranno seicento lire all'anno che mi restano...
Seicento lire! E che cosa voleva fare con cinquanta lire al mese ora che tutto era cos caro?... Neppure per il pane gli sarebbero bastate. Ma Aldinelli non fece nessuna osservazione, lo lasci sfogarsi: pens che era il solo bene che gli si potesse fare.
Discorsero ancora a lungo, l in quella luce velata: don Lorenzo provava il sollievo che aveva provato tante volte, da giovane, quando s'era confessato dopo qualche violenta battaglia interna ed era uscito dal confessionale col cuore in pace. Una troppo lunga abitudine delle mistiche consolazioni del Cattolicismo gli rendeva impossibile la solitudine dello spirito, faccia a faccia con la sua coscienza. Verso le undici si alz dalla poltrona.
 Ora debbo andar via. La funicolare adesso funziona soltanto fino alle undici. A rivederci, professore, a rivederci... Mi perdoni!
Onorato lo accompagn fino alle scale e torn nello studio pi sereno anche lui. Accese una sigaretta, la fum, poi and verso il pianoforte, tolse il panno turchino, apr il coperchio e prov un accordo sui tasti polverosi. Il suono ebbe una strana vibrazione nella stanza, come una voce estranea che venisse tutt'a un tratto a rompere un silenzio religioso. Non ebbe voglia di continuare. Eppure sentiva dentro di s un'onda di ritmi che turbinava, che diceva cose inafferrabili e meravigliose: ma le note non avrebbero potuto esprimerle. Richiuse il pianoforte e senza saper perch gli venne in mente l'invocazione francescana: Laudato si', mi' Signore, per nostra sora Morte corporale.
XXXVIII.
I Formisani davano un pranzetto quella sera. Era stata una cosa improvvisata perch si trovava di passaggio a Napoli un industriale lombardo che Oreste aveva conosciuto a Milano e col quale aveva trattato qualche affare anche da Napoli; l'industriale aveva promesso di venire per vedere da vicino che cosa si potesse combinare riguardo a certi accenni che gli aveva fatto Oreste e di fatto era venuto, preceduto di poche ore da un telegramma spedito da Roma. Oreste era tornato a casa verso le quattro, carico d'involti e seguito da un garzone che portava due bottiglie di Champagne e due di liquori: Bndectine e Anisette.
 Luisa... dove sei, Luisa?  aveva strillato andando a cercare sua moglie che stava in camera a leggere un romanzo tradotto dal francese.
 Sono qui. Che c'?....
 C' che stasera abbiamo quattro persone a pranzo... Bisogna che si faccia buona figura.
 E a quest'ora me lo dici?  brontol Luisa alzandosi di malavoglia dalla poltrona.
 Te lo dico a quest'ora perch a quest'ora l'ho saputo  url Oreste riscaldandosi.  Con te non si farebbe mai niente. Per la tua flemma mi faresti perdere una fortuna. Via via, presto,  aggiunse con voce pi dolce.  Aiutami, Luisa... chiama anche Maria Antonia. Con un po' di buona volont si fanno miracoli. Ho comprato un pasticcio... degli asparagi... delle scatole di sardine... Ho ordinato un gelato. Vedi che ho pensato a tutto.
 Meno male  fece Luisa un po' rabbonita e si lasci svogliatamente baciare da Oreste che l'aveva stretta alla vita, in un impeto d'allegria, e se la trascinava per la stanza in un balletto disordinato.
 Smetti, smetti, pare impossibile che tu sia rimasto cos ragazzo  fece Luisa, sciogliendosi dal braccio del marito, e chiam:  Maria Antonia! Maria Antonia!
 Ragazzo! Ma se sto combinando un affare d'oro!... Se mi riesce, ti faccio andare in automobile fra sei mesi. Fatti bella stasera... Che cosa hai da metterti, vediamo?
Maria Antonia si affacciava all'uscio.
 Che cos'ho? Il mio solito vestito di taffetas nero  disse Luisa alzando le spalle.
 S, s, con qualche fiore alla vita... una sciarpa... Scollalo un poco,  troppo accollato. E anche tu, Maria Antonia, metti fuori quello che hai di meglio... Abbiamo dei pezzi grossi a pranzo.
 A proposito, ma chi sono?  chiese Luisa, che cominciava a interessarsi alla cosa.
 Sono: quell'industriale milanese, Rondani, che arriva da Roma alle sette, il mio colonnello, l'avvocato Valentini e il comandante Orsengo... Scelti bene, capisci, uno per imporne all'altro... Il colonnello far impressione all'industriale, l'industriale far impressione al comandante... e combineremo qualcosa di grosso. Lasciami fare.
 Ma in quanti pasticci ti metti!  disse Luisa con una certa ammirazione per il marito che non poteva dissimulare.
 E il pranzo, su, pensiamo al pi importante. Che cosa avevi preparato?
 C'erano maccheroni, carne e un piatto di legumi.
 Maccheroni... benissimo! per dare un'impronta familiare al pranzo... Maccheroni alla napoletana! Ma prima una tazza di brodo.
 Eh! Come si fa il brodo a quest'ora?...  disse Luisa.
 Si comprano i dadi Maggi... ci vuol tanto! Ora riscendo io a comprare tutto quel che ci vuole ancora. Pensiamo. Ostriche... non si usano pi. Brodo in tazze, burro, sardine, olive; poi i maccheroni; poi la carne e due polli; poi i legumi; poi il pasticcio; un'insalata e il gelato. Va benissimo. Metti fuori la biancheria migliore. Ah! e i fiori. Mi dimenticavo i fiori. Va bene, prender anche i fiori...
Oreste si rimise il cappello, corse gi per le scale, torn dopo una mezz'ora tutto trafelato, con un gran fascio di garofani rosa.
 Che caldo! Non se ne pu pi.  S'era levato la giacchetta e cos, in maniche di camicia, s'era messo ad aiutare la moglie e la cognata che tiravano fuori la roba dagli armadi, mentre la cameriera dava una pulita nella sala da pranzo e la servetta, in cucina, ravvivava i fornelli e si dava da fare, tutta rossa in viso. Quell'anno i Formisani avevano ritardato la solita villeggiatura a Sejano per non lasciare Oreste, e Maria Antonia rimpiangeva il suo mare, il suo silenzio, le sere stellate sulla terrazzina, i ricordi che parevano rifugiarsi l come in un santuario.
Il servizio di piatti nuovo che aveva comperato Oreste fu messo fuori, spolverato accuratamente. Le posate d'argento erano poche, dodici soltanto, ma si potevano lavare in fretta, fra un piatto e l'altro. Nel mezzo della tavola Oreste si mise ad accomodare lui stesso dei garofani in una corbeille di Christofle.
 Ma mi lascia pulire, s o no?  disse la cameriera, irritata per quel di pi di lavoro che le capitava addosso.
 S, s, siate buonina, via  disse Oreste, e le pizzic la gota ridendo, sicch la ragazza si mise a ridere anche lei e adopr la granata con maggior foga.
 Ho pensato che ci vuole assolutamente un cameriere per servire  disse Oreste tornando accanto alla moglie che insieme con Maria Antonia disponeva su di una tavola le forchettine da frutta di argento dorato, un regalo di matrimonio.  Ora telefono a Targiani che mi mandi un cameriere per le otto... Ma pranzeremo alle otto e mezzo.  pi elegante.
Oreste and a telefonare. Intanto nella stanza vicina si sent piangere. Gi-gi, lasciato solo, era caduto, trascinandosi dietro una colonnina sulla quale era una statuetta di zinco bronzato, una Vittoria alata. Si poteva ammazzare, ma per fortuna non s'era fatto nulla e soltanto alla Vittoria s'era ammaccata un'ala. Oreste accorse.  Ragazzaccio!  disse allungandogli un piccolo scapaccione che ebbe per risultato di quietare gli strilli di Gi-gi, il quale si persuase che se il padre gli dava uno scapaccione voleva dire che non s'era fatto male.  Maria Antonia, andiamo, occupati un po' di lui giacch non fai niente.
Maria Antonia prese Gi-gi per la mano e lo condusse in camera sua, ma dopo un minuto Luisa venne a chiamarla.  Maria Antonia, non  il momento di star qui a giuocare con Gi-gi. Ecco la mia vita nera: presto presto, scollamela un poco... T'ho portato l'ago e la seta.  Maria Antonia cominci a scucire la vita di taffetas nero, mentre Gi-gi accanto a lei si divertiva a mettere in disordine tutti i libri sul tavolino. Luisa, in camera da letto, tir fuori dall'armadio a specchio una scatola di cartone con fiori artificiali e nastri e si mise a scegliere delle rose da appuntarsi alla scollatura.
 Zia, che cosa  questo?  Gi-gi aveva messo la mano su di un libro di Storia dell'Arte ed era capitato su di una figura del Partenone.
 Un tempio... come una chiesa degli antichi.  Le figure piacevano molto a Gi-gi, e pens di staccarle tutte dal libro, e, naturalmente, nello staccarle, le lacerava.
 Che hai fatto!  disse Maria Antonia, avvedendosi del malestro.
 Guarda che bella cosa!  disse il bambino tutto fiero, con una risata che gli spalancava la bocca troppo larga. Maria Antonia teneva a quel libro, uno dei suoi primi libri di studio. Raccolse in fretta le pagine lacerate, lo ricompose alla meglio, lo pos sul tavolino.
 Lascia, lascia. Ora la zia ti d una bella cosa. Vieni.  Lo prese per la mano, gli diede un biscotto, poi, col bambino dietro, and a mettere un ferro, in cucina, per stirare la vita di taffetas. Intanto dalla sala da pranzo Oreste strillava: Ci vogliono i tovagliolini da frutta....
Maria Antonia mise il ferro sul fuoco, and a prendere i tovagliolini, aiut la cameriera ad accomodar le frutta in una fruttiera di cristallo col giro d'argento. Poi, visto che il ferro era caldo, and in camera sua a stirare.
Dopo poco si sent una scampanellata. Maria Antonia ud la voce di Oreste che esclamava forte Oh lei... chi si aspettava?...  E un'altra voce, sommessa quella, che rispondeva qualche cosa. Cap subito, divent di bragia, usc sull'uscio di camera col ferro in mano, e col cuore che le saltava fino in gola.
Onorato era l, davanti a lei, mentre Oreste si infilava lesto lesto la giacchetta e spalancava la porta del salotto.
 Qui... venga qui... balbett Maria Antonia e fece entrare Aldinelli in camera sua. Come le parve invecchiato, stanco alla prima occhiata! In fretta pos il ferro, si trov le due mani strette in quelle di Onorato, si sedettero accanto sul divanetto e lei lo guardava, con le labbra che le tremavano, con gli occhi tutti lacrime.
Erano pi di due anni che non si vedevano ma parevano due secoli. Mille domande si affacciarono alla mente di Maria Antonia ma via via le scartava tutte: sorrideva, si sentiva stupida. E in mezzo a quel tumulto di cose che l'agitavano, pensava che il ferro si raffreddava l sulla tavola e che la vita di teffetas di Luisa non sarebbe pronta.
 Era tanto tempo che l'aspettavo!...  disse finalmente Maria Antonia.
 Non potevo venire e anche non volevo  disse Onorato.  Una volta che si  l in quell'inferno bisogna restarci. Qui mi sento un pesce fuor d'acqua. Ma son venuto perch Dino Valeri  moribondo.
 Lo sapevo,  assent col capo Maria Antonia.
 Non pu credere come questa morte mi sconvolga...  pi che una morte: mi pare il fallimento di tutta una generazione... Ma mi dica lei... che fa?...
Maria Antonia alz le spalle. Che faceva? Nulla. Le giornate passavano, passavano, come va via l'acqua d'un rubinetto aperto. Per mesi interi s'era svegliata sempre la mattina con questo pensiero: Vorrei che succedesse qualche cosa!. E non succedeva mai niente. E ora che le capitava questa grande gioia impreveduta le pareva di non esser pi capace di sentirla: aveva l'impressione che fosse un'altra persona l seduta a discorrere con Onorato, e che lei stesse ritta alla tavola a stirare la vita di taffetas. Pure tutt'e due provavano una certa dolcezza che li prendeva a poco a poco dopo quella prima inevitabile delusione dell'incontro. L'intimit di una volta rinasceva in quel silenzio, pi profonda, pi cosciente.
 E Sebastiano Prokesch?...  Aldinelli non era ancora potuto andare a vederlo ma intuiva un'altra tragedia, un po' come quella di don Lorenzo Oncino, in un altro genere.
 Poveretto!  sospir Maria Antonia.  Quel ragazzo non  pi lui. Se vedesse com' vestito ora, che cravatte porta! Il padre non dice nulla ma lo guarda... Adesso si parlano a stento. E pensare che quel povero vecchio per due anni non ha mangiato una volta roba cucinata. Non so se era un voto o che... Appena quel che gli bastava per vivere. Se gli portavo un po' di cioccolata, che so, degli aranci, quando ci tornavo trovavo l tutto intatto... Non l'aveva toccato. Dico una bestemmia: credo che compatirei meno quel povero Prokesch se il figlio gli fosse morto.
 Gi,  fece Onorato  questo ragazzo ha visto la vita troppo bruscamente: ha capito in pochi mesi quello che avrebbe capito in dieci anni. S' maturato troppo presto e s' infracidito.
 Maria Antonia  disse Luisa affacciandosi all'uscio: poi, figurando di non sapere che Onorato fosse l, si scus.  Nulla... nulla... Non c' fretta... Quando hai finito quel lavoro...
Onorato si alz, salut Luisa che conosceva appena.  Credo che d noia...  disse. Maria Antonia avrebbe pianto di rabbia. Di l, si sentiva l'acciottolio dei piatti e la voce di Oreste che parlava con la cameriera. Gi-gi, che stava dietro alla madre, si affacci anche lui all'uscio, con la bocca tutta briciole del biscotto che aveva finito di mangiare. Maria Antonia non ebbe il coraggio di trattenere Onorato: preferiva che andasse via. Lo accompagn nell'anticamera senza parlare.
 Torner  disse Onorato sulla porta. Si strinsero la mano. Maria Antonia aveva la certezza che non sarebbe tornato, che non lo avrebbe veduto pi. Le pareva che qualcuno avesse portato via una candela dalla stanza. Quando la porta fu richiusa, scapp in camera sua, si butt sul divano e cominci a singhiozzare, disperata.
 Ma sei pazza?... Sei pazza?...  urlava Luisa.  Che ti ha detto? Che  venuto a fare?...
 Nulla, nulla  disse subito Maria Antonia alzandosi e asciugandosi in fretta gli occhi.  Si parlava della guerra... tanti orrori!...
 Ma vedi un poco se c' il tempo ora di commuoversi per la guerra!  brontol Luisa.  Finisci di stirare e poi vieni a darmi una mano a pettinarmi. Sai che  tardi e Oreste sta fuori di s.
Gl'invitati giunsero fra le otto e un quarto e le otto e mezza: prima venne il colonnello, poi Valentini, poi l'industriale milanese, ultimo (alle otto e mezzo e due minuti) il comandante Orsengo. Si tard per ancora un poco ad andare a tavola perch la servetta in cucina non era pronta. Oreste, ogni tanto, si alzava e correva a vedere, poi tornava in salotto e tentava di mettere un discorso interessante. I quattro invitati si guardavano, un po' diffidenti. Oreste non voleva ancora parlare della quistione principale, faceva piccoli accenni a una cosa, all'altra, rideva senza motivo, col suo riso grasso, e passando dal colonnello all'avvocato e dal comandante all'industriale, faceva scivolare nell'orecchio di questo o di quello: L'avvocato Valentini... un giovane che ha il suo avvenire bell'e fatto. Un ingegnaccio.  Il comandante Orsengo... un futuro ministro della Marina. Molto apprezzato!.  E intanto guardava la porta. Finalmente apparve il cameriere, in frack e cravatta bianca, e annunzi con aria solenne: Il pranzo  servito.
Si pass nella sala da pranzo, senza dare il braccio alle signore, perch Oreste, invitato una volta a pranzo in casa della contessa Germani, aveva veduto che non si dava il braccio. Luisa doveva mettere alla sua destra il comandante, alla sinistra il colonnello; sbagli, mise il colonnello a destra, ebbe un'occhiataccia dal marito. Intanto il cameriere serviva il brodo freddo in tazze: serviva in fretta, facendo rumore, come in un caff, con l'aria di disprezzare la gente che serviva. Appena arrivato aveva voluto disporre la tavola a idea sua, accomodare diversamente le frutta nella fruttiera, mettere le posate in un altro nodo, leticandosi con la cameriera e rispondendo a tutto con un: Cos si fa, pieno di arroganza, al quale anche Oreste finiva per sottomettersi.
Rondani aveva una faccia tonda e rossa, i baffetti a spazzola, brizzolati, le labbra grosse, il sorriso bonario e gli occhi furbi. S'infil il tovagliolo nel gilet. Portava un abito di viaggio grigio chiaro e una cravatta rossa e nera, con un grosso brillante per spilla. L'avvocato Valentini era in smoking. Oreste aveva molto esitato, poi aveva finito per mettersi un costume bleu scuro con una cravattina nera a piccoli punti bianchi.
Ai maccheroni, l'industriale esclam ridendo:  Ah! ecco i maccheroni! Giusto, volevo proprio assaggiare i veri maccheroni napoletani. All'albergo, quando fui qui un'altra volta, mi davano sempre del riso. Io dicevo: Ma del riso, noi altri a Milano, ne abbiamo d'avanzo.  Poi si rivolse a Luisa che gli era di faccia.  Quando verr a Milano, signora, lo vedr, lo vedr come si mangia il risotto.
 Con lo zafferano, eh?  disse Luisa.
 Eh gi, con lo zafferano, ma non sta mica tutto l. La mia signora  molto delicata per queste cose e le assicuro che da noi si mangia bene.
S parl della busecca, poi degli zamponi e dei cotechini di Modena, e si giunse fino alle cassate di Palermo.
 Si sa! Ogni paese ha le sue tradizioni  concluse l'industriale filosoficamente con un gesto che pareva voler affratellare tutte le regioni d'Italia in un vasto concorso gastronomico.
Il comandante Orsengo era un po' a disagio ma non aveva voluto mancare perch Formisani gli aveva parlato di una speculazione grandiosa che si sarebbe potuta tentare con l'aiuto dell'industriale che avrebbe messo i capitali.
Rondani chiese a Luisa se avesse bambini. Gi-gi, per espresso divieto di Oreste, non era stato ammesso a tavola quella sera e dopo molte bizze e molte lacrime aveva mangiato la zuppa e un uovo in camera di Maria Antonia che gli aveva promesso di portargli a letto un po' di gelato se stava buono.
 Ne abbiamo uno, uno solo  rispose Oreste, tagliando la parola in bocca a Luisa che stava per rispondere.  Eh! non son mica tempi che si possa darsi il lusso di molti figliuoli... Per me ho stabilito: un figlio basta... per ora. Eh?  E rise, battendo la mano sul ginocchio a Rondani, il quale anche lui rideva ammiccando con gli occhi che, quando rideva, gli sparivano nelle grinze della pelle color mattone.  I nostri figliuoli troveranno la tavola bell'e apparecchiata,  seguit Oreste.  Noi avremo lavorato per loro.
Il discorso naturalmente cadde sulla guerra. I cinque uomini si misero a parlare animatamente e ognuno voleva gridare pi forte degli altri. Tutt'e cinque criticavano Cadorna, il modo di vettovagliamento delle truppe, i piani di avanzata e di difesa, ma ognuno voleva criticarlo a modo suo e non soffriva che gli altri spiegassero le proprie idee.
 Ma bisogna avanzare, per diana, bisogna avanzare...  urlava Rondani, rosso come un tacchino.  A quest'ora, se non avessimo avuto questo comando, dovremmo essere a Vienna.
 Cadorna  legato ai clericali  strillava Oreste.  Dicono che senta la messa ogni mattina. Quando un uomo  cos...
 Ma che messa? Sono le donne che lo tengono...  sbraitava Valentini.
 Queste sono sciocchezze: senta pure la messa e abbia tutte le donne che vuole  interrompeva il colonnello. Il marcio  nelle forniture...
 Ma no....
 Ma s... Centomila paia di scarpe sono state trovate con le suole di cartone.
Tutt'a un tratto si apr uno spigolo di porta e apparve Gi-gi in camicina da notte, coi piedini nudi.
 Zia, quando me lo porti il gelato?...
Luisa divent rossa fino alla radice dei capelli. Oreste tent di prendere la cosa a scherzo: Furbacchione, eh? Non te la fanno.
Maria Antonia si alz in fretta, corse di l a rimettere Gi-gi a letto, lo quiet con carezze e promesse, e torn che gi s'era al pasticcio. Si mise a sedere e cominci a mangiare lesta lesta, con gli occhi sul piatto, come se tutto fosse stata colpa sua.
Allo Champagne finalmente si parl della cosa che interessava tutti, con piccoli accenni, come se nessuno volesse smascherare il proprio giuoco.
 Si figuri  disse Oreste chinandosi verso Rondani  una scoperta meravigliosa.... e che si pu avere con una manciata di soldi... Ma ci vuole diplomazia, e sopratutto, ss!... e si mise un dito sulla bocca per indicare il segreto.
Il cameriere, impettito, seguitava a girare intorno alla tavola e a mescere lo Champagne.
XXXIX.
In quel mese che aveva passato a casa, Max a poco a poco, a cento, a duecento, a trecento lire per volta si era fatto dare quei miseri risparmi del padre: oramai nel vecchio portafoglio di cuoio non c'erano pi che quattrocentocinquanta lire, tanto da andare avanti un altro poco. Max, quando voleva qualchecosa, si avvicinava al padre, senza guardarlo, e prendeva un'aria distratta e annoiata.  Sai? Non ho pi niente. Non posso mica star cos. L'altra sera mi condussero a cenare dopo il teatro, e io dovetti lasciar pagare agli altri...  umiliante, capisci?  Dentro sentiva qualcosa che lo tormentava e avrebbe avuto voglia di buttarsi al collo del padre e di baciare quella povera testa grigia, ma s'irrigidiva contro s stesso come se fosse stato un dovere il suo di levare quei soldi al vecchio. Prokesch alzava le spalle, non rispondeva, andava a prendere il denaro e glielo dava. Oramai le loro relazioni quasi si limitavano a quei momenti, e restavano tutt'e due, uno di faccia, all'altro, come vergognosi: il padre si sentiva diminuito di tutte le sue illusioni sfumate; il figlio, che otteneva cos facilmente quello che chiedeva provava quella sensazione penosa che si prova quando si va a sollevare un peso e si vede l'inutilit dello sforzo perch il peso  leggero.
Oramai s'era all'ultimo giorno di licenza e l'indomani Max doveva partire. Come al solito, era tornato tardi e s'era messo a letto senza parlare, fingendo di credere che il padre dormisse: era stralunato: tutta la notte s'era voltato e rivoltato nel letto senza riuscire a prendere un sonno fermo: il padre lo sentiva muovere, lo vide accendere il lume, prendere una sigaretta, mettersi a leggere; ma non gli chiese nulla. Poi Max s'era alzato ed era andato a spalancare la finestra nella stanza accanto. Per un pezzo era stato a guardare nel chiostro, con le braccia incrociate sul davanzale. Finalmente era tornato a letto.
 Si soffoca qui  disse, sbottonandosi il goletto della camicia.
Prokesch vide al collo del figlio una piccola catena d'argento con una medaglia. Si rialz a sedere sul letto, guard meglio.
 Che  quello?
 Che cosa?  disse Max sbadatamente, seguitando a leggere il libro che aveva ripreso.
 Quella medaglia?
Max arross, si cerc la medaglia sul petto come se non si ricordasse pi.
 Ah! una medaglia... Ebbene?
La vecchia faccia barbuta di Prokesch si raggrinz tutta in una smorfia di disgusto.
 Una medaglia! Sei diventato bigotto ora? Anche questo!
 Bigotto!  brontol Max.  Non c' bisogno d'essere bigotti per portare una medaglia. Ah! pap, il tuo vecchio ateismo ha fatto il suo tempo.  E Max rise, con un riso nervoso, a scatti.  Voi altri credevate che a dire: Dio non c'! si fosse detto tutto. La vita  pi complicata di cos.
 Basta, basta, basta  url Prokesch, e pareva che le parole, uscendo, gli squarciassero il petto.  Tieniti la tua medaglia. Lasciami stare... lasciami stare...  Quel secondo lasciami stare aveva dei singhiozzi dentro. Si volt dalla parte del muro, chiuse gli occhi. Questa poi gli pareva la pi dura da sopportare: che suo figlio lo abbandonasse cos nelle sue idee, in quello che era stata la linea di tutta la sua vita: gli parve il peggiore dei tradimenti, non poteva, non poteva sopportarlo, Si ricord l'ultima notte prima della partenza di Max per la guerra; si ricord quanto era stata crudele: eppure meno crudele di questa. Ora vedeva buio, buio senza uscita: Max lontano, inesorabilmente lontano. E intanto non poteva fare a meno di tender l'orecchio a quello che faceva il figlio; lo sentiva inquieto. Max tir di sotto al guanciale, pian piano, una lettera. Il padre non vedeva, ma sentiva l'impercettibile fruscio della carta. Era una lettera di Camilla; lettera banale, che accendeva tutte le speranze del giovane senza soddisfarne nessuna: vaghe promesse di rivedersi, vaghi accenni a una felicit possibile... Una lettera in voi, che poteva essere scritta a un amico che parte. Camilla era a Sorrento e pregava Max di non tentare di rivederla prima della partenza: al suo ritorno poi... Era una buona amica, si sentiva piena di una tenerezza materna per lui. Chi sa perch materna visto che era pi giovane di Max?
In tutto quel mese Max era riuscito a vederla tre o quattro volte, a casa sua. Essa gli dava sempre appuntamento a quell'ora, dopo colazione, nella quale era sicura che non sarebbe venuto nessuno dei suoi amici eleganti: si divertiva con quel ragazzo che diventava rosso come un peperone solo a guardarla: si lasciava baciare una mano o piuttosto gliela metteva lei sotto le labbra: scherzava, gli faceva prediche, gli diceva che la vita  una cosa seria, che bisogna esser prudenti, che ognuno deve pensare a s, che non ci si pu compromettere... Lui non ascoltava le sue parole, la guardava parlare, felice di quella bella bocca sorridente, di quel leggero profumo d'ireos, di quella voce simpatica, di quella penombra discreta del salotto elegante, pieno di porcellane antiche, di stoffe, di cuscini, di fiori nei lunghi vasi di cristallo o nelle larghe coppe d'argento... e usciva di l ubriacato, inebetito, col desiderio confuso di quella vita che non conosceva e che gli pareva piena di misteri.
Max rilesse per la centesima volta la lettera, vi scopr significati profondi che Camilla non aveva mai sognati, se la port rapidamente alle labbra e quel contatto della carta gli mand un sussulto per tutta la persona: poi di nuovo nascose la lettera sotto al guanciale e spense il lume.
Prokesch si torturava sempre nello stesso pensiero, con gli occhi chiusi, strizzando le palpebre perch fossero pi chiusi. Max che portava una medaglia al collo! Ma a che cosa erano valsi tutti quegli anni passati insieme, tutto quello che lui gli aveva istillato nel cervello, goccia a goccia! La libert del pensiero, il riconoscere soltanto il giudizio della propria coscienza? Tante volte, si ricordava, conducendolo per la mano a vedere qualche chiesa antica, gli aveva fatto notare con disgusto la gente che si affollava intorno a una statua della Madonna Addolorata o a un Cristo pieno di piaghe: gli aveva additato quella superstizione come un veleno che deturpa l'anima fiera e dignitosa dell'uomo che non conosce n padroni n catene. Aveva sempre tenuto lontano Max dai preti, dalle pratiche devote, badando perfino che non gli arrivassero all'orecchio discorsi di religione: ingenuo e fanatico in quella sua paura superstiziosa della superstizione.
L'alba spunt fra i vapori d'una mattinata di luglio. Max si alz, cominci a fare i suoi preparativi. Anche il vecchio si alz, voltandosi ostinatamente dall'altra parte quando passava davanti a Max: figurava di non accorgersi di quel che faceva. Si sentiva stanco come non s'era mai sentito, svogliato: gli pareva che appena partito Max avrebbe ripreso il suo lavoro, ma si vedeva davanti i giorni e le settimane come lunghi spazi vuoti, pieni d'ombra. Avvicinandosi allo scaffale, in un angolo, vide i volumi rilegati delle lettere di Max...
Max era vestito.
 Pap...
Il vecchio si volt tutto d'un pezzo.
 Vado via.
 Addio.
Si strinsero la mano. Max prov un po' di vergogna di andar via cos, senz'abbracciare il padre: lo abbracci. Il vecchio lo lasci fare. Poi disse: Aspetta. And di l, torn con due biglietti da cento lire. Tieni anche questi. Aveva calcolato che con duecentocinquanta lire, lui solo, sarebbe andato avanti un pezzo.
 Grazie,  fece Max un po' imbarazzato.  Capisci... non te li leverei... ma c' tanto bisogno di denaro lass...  Il vecchio strinse le labbra senza dir nulla.  Poi... vedrai, dopo la guerra, come guadagner. Non far mica come te, io guadagner... Addio.
Max si avvi verso la porta, poi torn indietro.  A proposito, pap, non ti fare imbrogliare... non dar via cos la tua scoperta. Ne potresti aver di bei soldi.
Prokesch ebbe un moto d'impazienza. Anche la sua scoperta si voleva prendere? No, no, quella poi era sua: l'avrebbe buttata via, se gli piaceva, per niente, da gran signore. Max si chiuse dietro la massiccia porta d'entrata e si butt gi di corsa per le scale.
Pi tardi, verso mezzogiorno, venne Oreste Formisani in compagnia dell'avvocato Valentini che Prokesch non conosceva. Il vecchio era cos oppresso che quasi quasi quella visita gli fece piacere: non si chiese perch Formisani gli conduceva quell'altro, che volevano da lui: li lasci sedere accanto alla sua tavola, li stette a sentire: quelle chiacchiere lo toglievano un poco ai suoi pensieri tormentosi e vuoti.
 Eccolo qua, il nostro grand'uomo!  disse scherzosamente Oreste, battendogli sulla spalla.  Dimmi un po', Augusto, non ti sembra un astrologo? Io gli voglio un bene dell'anima.
Valentini rideva, un po' sconcertato per da quel tono di Oreste, preoccupato per l'affare che vedeva all'orizzonte e che doveva portare dei guadagni favolosi per tutti se fosse riuscito.
 Ho parlato al mio amico qui di quella vostra scoperta...  disse Oreste dopo un quarto d'ora passato in chiacchiere insulse.  Dio mio! Non  un gran che... Potrebbe forse, dopo molti esperimenti, applicarsi alle caldaie dei vapori... chi sa? Ci volete cedere i vostri diritti? Noi penseremo a farci dare il brevetto... pratiche lunghe, noiose, difficili... Ma noi le faremo, eh, Augusto? E voi avrete la gloria! A noi molto lavoro e poco guadagno, ma lavoreremo per la vostra gloria... Eh?...
Prokesch non ascoltava, coi gomiti sulla tavola e il viso fra le mani: pensava a Max, gli pareva d'essere stato duro. Max tornava lass, forse lo manderebbero di nuovo in trincea.... Povero ragazzo! In fondo, se voleva godersi un poco la vita nei momenti liberi, non aveva tutti i torti... Pensare che ogni giorno ne moriva tanti, bei ragazzi sani, come Max, che volevano vivere, come Max...
 Dunque, stateci un po' a sentire... Volete cederci i vostri diritti?... Abbiamo preparato, cos... un contrattino... Ce l'hai, vero, Augusto?  Valentini tir fuori una carta.  Ecco... una firma ed  fatto. Vi diamo duemila lire... Ve le abbiamo portate.... Volete sentire?
 Dite  grugn Prokesch.
Valentini si mise a leggere, ma Prokesch si vedeva andare alla posta con quelle duemila lire in tasca, fare un vaglia per Max... S, era stato troppo duro: Max glielo aveva detto che lui non capiva... Gi, era vecchio lui, non capiva i giovani... Max aveva altre esigenze, altri sogni... e poi la guerra... la guerra aveva sconvolto tutto. Rivedeva s stesso, giovane, tutta la sua vita di ostinato lavoro, la sua vita umile ed eroica, il suo disinteresse... Ma ora i tempi erano cambiati. Povero Max! Quella medaglia della Madonna... quella non gliela poteva perdonare. Ma era stato troppo duro. L'ultima notte che il figlio passava con lui! Chi sa se si sarebbero riveduti! Poteva morire lui che era vecchio...
Valentini seguitava a leggere.  Ma voi ascoltate?  interruppe Formisani.
 Ascolto, ascolto.
 Ci cedete tutti i vostri diritti... avete inteso?
 Ho inteso.
Formisani si alz, and verso la gabbia del verdone, nella stanza accanto.
 Hai veduto, Augusto, che bell'uccello? e come canta!
Valentini lo guard, stupito di quella leggerezza, in un momento cos grave; ma Oreste seguitava:  Ora si metter a cantare... sentirai  Prokesch alz il capo, sorrise un poco.  Dovete dargli qualche volta un po' di canape. Gli fa bene. Vi porter un'altra pianta di garofani... garofani bianchi screziati, grossi cos...
 Ma, Oreste...  disse sottovoce Valentini che gli era andato vicino....
 Lascia fare, lascia fare...
Prokesch pensava che Max era in ferrovia, con quel caldo, pigiati chi sa in quanti in un vagone da bestiame.  Gli far una bella sorpresa. Vedr che non mi sono fatto imbrogliare questa volta. Duemila lire!  Gli pareva che i suoi rimorsi si quetassero: Max sentirebbe subito quella tenerezza lontana del padre, gli perdonerebbe... Un povero vecchio che non capiva! Bisognava perdonargli...
 E allora... firmate  disse Oreste Formisani tornando accanto alla tavola. E spieg il foglio del contratto davanti a Prokesch. Poi tir fuori la sua penna stilografica d'oro e gliela porse.
 Dove debbo firmare?  chiese il vecchio, mettendosi gli occhiali
 Qui.  E Oreste gli accenn col dito dove doveva firmare. Prokesch firm, con la sua grossa scrittura rotonda. Oreste e Valentini guardavano di sopra alla sua spalla, un po' ansiosi.  Va benissimo  disse Oreste, riprendendo la penna. Poi tir fuori il portafoglio, cont venti biglietti da cento e li mise in un fascio sulla tavola.
Il verdone cominci a cantare.
 Te l'avevo detto che cantava bene?  E Oreste e Valentini si scambiarono un sorriso, dietro alle spalle curve di Prokesch.
XL.
 No,  inutile chiamare la marchesa,  inutile...  disse il medico che era venuto per la seconda volta da Roma e ripartiva il giorno stesso. Era un uomo alto, vecchio, elegante, con un ciuffo di capelli bianchissimi su di un viso roseo. Si rivolgeva al comandante Orsengo. Stavano nello studio di Dino e la porta della camera era chiusa. Il comandante passava ore intere dietro a quella porta, senza osare di oltrepassarla.
 Lei, caro collega,  seguit il clinico illustre, voltandosi verso il medico curante  mi terr al corrente... se mai...  Il medico curante s'inchin: i due si scambiarono un'occhiata.
 Ma non vuole vedere un momento la marchesa?...  insist mollemente il comandante Orsengo.
 No, no, non la disturbi  disse precipitosamente il vecchio medico. Anche col comandante si scambiarono un'occhiata.  Me la saluti, me la saluti rispettosamente.... Dio le dia coraggio!  e sospir.  Viene anche lei, collega?
 Vengo, professore.
Il comandante li accompagn fino all'anticamera. Per le scale, il medico curante manovr per dar la destra al professore. Quando ebbero sceso la prima tesa di scale, il professore cominci a discorrere animatamente con la sua voce forte e simpatica: l'altro rispondeva a monosillabi, attento. Il professore tir fuori l'orologio d'oro, un cronometro magnifico, un po' antiquato.  Perch non bisogna che perda il treno, eh? Quanto ci vorr fino alla stazione, in automobile?
 Dieci minuti.
Al portone aspettava un'automobile della Marina che il comandante aveva messa a disposizione del professore.  Allora possiamo andare a prendere un gelato eh? Con questo caldo! Sono la sola tentazione che mi sia rimasta i gelati... e mi fanno un male! All'et mia bisogna indulgere alle tentazioni.  Risero. Stavano per salire in automobile quando furono fermati da don Lorenzo Oncino che li aspettava.
 Scusino, scusino... Vorrei sapere come sta il marchese Valeri.
I due medici smisero bruscamente di ridere, e il professore, prendendo un'aria seria, scosse il capo.  Male, eh! Male... Questione di giorni. Purtroppo s!....
 Nessuna speranza?...  chiese don Lorenzo a cui la voce si mise a tremare.
Il professore si strinse nelle spalle.  Che vuole che le dica?... Anzi, se.... visto che lei sembra interessarsi tanto... Se crede di amministrargli i sacramenti...  vero, collega? Forse sarebbe tempo... M'immagino che lei sar il confessore...
 No, no, no,  interruppe vivamente don Lorenzo.  Il confessore no... un amico...
 Ad ogni modo, faccia lei... nella sua veste... Io, per coscienza, lo dico.  vero, collega?  Il medico curante assent col capo.  Siamo intesi. I miei omaggi, reverendo.  Non si sa mai come la gente la pensi  riprese il professore, sedendosi sui cuscini dell'automobile mentre il medico curante gli si metteva vicino dopo aver detto allo chauffeur:  Da Caflisch.  Io per me sono d'opinione che si debba rispettare la coscienza di tutti...
Don Lorenzo si mise a salire le scale, fermandosi ad ogni pianerottolo. Si sentiva mozzare il fiato.
La porta era aperta. In anticamera non trov nessuno. S'inoltr per le stanze con la vaga apprensione di vedere qualcosa d'inaspettato. Ma tutto era come sempre. Dallo studio di Dino veniva un rumore sordo di voci sommesse. Pass la cameriera con un boccale d'acqua calda. Don Lorenzo l'interrog con lo sguardo.
 Da stamattina... una crisi sull'altra... un sudore freddo...
Aldinelli era uscito dalla camera di Dino, e l nello studio s'incontr con don Lorenzo: si salutarono senza parlare. Il comandante Orsengo and di l, in camera della marchesa, che buttata su di una poltrona, era stata presa da un leggero assopimento, dopo due nottate senza dormire. Era in veste da camera, spettinata. Aveva lasciato i medici a discorrere e, aspettando, s'era fatta vincere dal sonno. Sul cassettone bruciavano due ceri davanti a un'immagine grossolana della Madonna di Lourdes, che le aveva portato la mattina una donna che vendeva merletti e che capitava spesso per casa. Il comandante si allontan sulla punta dei piedi.
Intanto donna Carolina Galluccio aveva fatto chiamare nell'anticamera la cameriera e chiedeva notizie, parlando a voce bassa. Per forza aveva voluto romper la consegna e sentire da s quello che aveva detto il professore di Roma.
 Ma... non so...  diceva Francesca, stanca dalle nottate, impazientita.  Ha detto che sta male...
 Ma proprio imminente?...
 Che so? Vuol parlare col signor comandante?...
 S, s  e donna Carolina segu la cameriera nello studio di Dino, dov'erano raccolti il comandante, Aldinelli, don Lorenzo, Salvatore Cioffi. Cioffi aveva acceso una sigaretta.
Prima d'entrare, donna Carolina si ferm nel corridoio.  E di sacramenti... non se ne parla?
 Io non so niente  disse la cameriera di malumore, aprendo la porta.
 Scusate, comandante, volevo proprio le notizie vere....  E donna Carolina si avanzava mentre il comandante, contrariato, le andava incontro salutandola, con un'occhiataccia alla cameriera che si stringeva nelle spalle, dietro a donna Carolina.
 Sempre cattive notizie, purtroppo.
Senza essere invitata a farlo, donna Carolina si sedette su di una poltrona. Ci fu un silenzio. Poi Cioffi riprese il discorso che aveva cominciato.
  sicuro che si parla di sostituire Cadorna... non per ora forse, ma...
Aldinelli, che era stato in silenzio fino allora, si lasci andare anche lui a discorrere.   facile far pesare tutte le responsabilit sul comandante supremo, ma bisogna vedere le difficolt...
 L'Inghilterra ci mette bastoni nelle ruote  disse Coffi.  Io so per informazioni precise...  Cioffi diceva sempre di avere informazioni precise e lasciava intendere di avere fonti occulte alle quali attingeva.
 Ma che informazioni precise! Se ora tutto  talmente confuso...
 I Russi intanto continuano l'avanzata in Galizia...  disse il comandante che anche lui accese una sigaretta.
 Oh! i Russi scommetto che faranno una pace separata  interruppe Cioffi.  Sono traditori...
  possibile chiamare traditore tutto un popolo che ha dato tante prove di sacrificio?  disse Aldinelli.
 Che sacrificio! Un popolo che ha bisogno dello Czar, del knut e del pope...
Le voci si alzavano di tono. Don Lorenzo accenn la porta chiusa. Le voci si abbassarono.
 Noi non conosciamo la Russia  disse Aldinelli.
 Non la conosciamo perch non c' nulla da conoscere. Un deserto immenso, un popolo di mujik, con qualche pazzo geniale che emerge come una meteora...
 E i cuponi di rendita russa non si pagano  osserv donna Carolina che aveva qualche titolo di rendita russa.
Il comandante present ad Aldinelli la grande scatola d'argento di sigarette che era sulla tavola. Aldinelli ebbe un moto di ribrezzo.
 No, grazie.  Si alz, and verso la finestra. Tutt'a un tratto gli parve che lo spettro della morte fosse passato l in quella stanza dove quelle cinque persone erano riunite a parlare tranquillamente. Dietro alla porta chiusa, silenzio.
Donna Carolina, vedendo sulla tavola un porta-liquori con una bottiglia di Anisette e dei bicchierini, piano piano si vers un bicchierino e lo bevve, a piccoli sorsi.  Mi sento una pena di stomaco  disse, credendo di accorgersi che il comandante Orsengo la guardasse.
 Intanto l'America chiama sotto le armi un milione di uomini  disse Filippo Orsengo.
 La decisione della guerra verr dall'America  disse Cioffi.
 La guerra sar decisa in Francia...
 La Francia  esausta...
 Vedrete...
Il cameriere comparve sulla porta, fece un piccolo cenno al comandante.
 Che c'?  disse Orsengo avvicinandosi.
 C' di l il vice-parroco... dice che vorrebbe parlare con la signora marchesa... ma io non credo....
 Vado io, vado io,  disse il comandante.
Nell'anticamera, ritto, stava il vice-parroco, un prete magro, giovane, con gli occhi troppo vicini l'uno all'altro e un naso diritto e lungo. Sulle gote, rase accuratamente, restava l'ombra turchiniccia d'una folta barba nera. Aveva una sottana nuova e la mantellina leggera da estate.
 Favorisca, favorisca  disse il comandante, aprendo la porta del salone e invitando il prete ad entrare. Non era credente ma rispettava i preti come tutte le altre autorit ufficiali. A Natale e a Pasqua ascoltava la messa, per reminiscenza d'infanzia.  Si accomodi,  disse accennando a una poltrona ma rimanendo in piedi, con le sopracciglia aggrottate. Il prete rimase in piedi anche lui. Si guard intorno, senza cominciare a parlare. Il salone, con le persiane chiuse, era quasi buio: gli specchi luccicavano nella penombra.
 Ecco...  disse il prete, dopo una pausa che stava per diventar troppo lunga. Gli si fece un piccolo gorgoglio nella gola e inghiott la saliva.  Mi manda il parroco a chieder notizie del marchese...
 Grazie  fece il comandante che, l, ritto, con le gambe un po' allargate, si appoggiava ora su di un piede ora sull'altro.  Sempre al solito, sempre peggio, anzi...
 E...  aggiunse in fretta il prete senza che la sua faccia pallida e ossuta esprimesse alcuna simpatia per il moribondo  non so se una mia visita... o magari una visita del parroco potrebbe essere gradita...
Il comandante dondol lentamente il capo. Pensava a Chiara, alla necessit di parlarle di questo: indietreggi all'idea di quel discorso.
 Ma, capisce... io non sono autorizzato...
 Lo so, lo so, lo so  interruppe il prete, allargando le mani, con la mossa consueta, all'altare, quando diceva la messa.  Si fa per dire... cos tra noi... Una semplice visita a un nostro parrocchiano... La signora marchesa  cos pia...  Nella voce del prete non c'era nessuna ironia ma al comandante parve che ci fosse: si appoggi forte sulla gamba destra e toss.
 Naturalmente... credo che la marchesa... ma ora sta riposando. Ha fatto due nottate:  sfinita.
 Si capisce, si capisce. Non bisogna disturbarla ora. Ritorner stasera a prendere notizie... e se mai... si potrebbe fissare per domani. Sa che ora il Papa ci ha autorizzati a portare la particola consacrata in un astuccio nascosto in petto. Nessuno vede... non c' quella pompa che pu fare una certa impressione ai malati, e anche alle famiglie... Cos, si fa tutto fra noi...
Al comandante venne il rimorso di aver dato la sua acquiescenza e disse vivamente: Ma io non so... non so.....
 Bene, bene, ne riparleremo, vero?  disse il prete senza insistere  tanto torno stasera... a prender notizie. Ha comandi?
Filippo Orsengo s'inchin e ricondusse il prete fino alle scale. Dopo aver sceso sveltamente i primi scalini, il vice-parroco si volt, fece un profondo saluto e si rimise a scendere lesto lesto, con la mantellina nera che gli svolazzava intorno.
XLI.
La sera il vice-parroco torn come aveva detto. Il comandante non volle prendersi la responsabilit di mandarlo via: lo fece entrare in camera della marchesa. La giornata era stata terribile: Dino ora non si reggeva che con piccoli pezzi di ghiaccio che teneva in bocca: solo il ghiaccio calmava un poco i crampi dello stomaco. Verso sera si era assopito.
La marchesa era seduta su di una poltrona fra donna Carolina Galluccio, che era ritornata, e una vecchia zia che viveva in campagna e che era venuta in quei giorni a stare in casa per aiutare la nipote. Si erano sempre viste poco ma la vecchia signora credeva dovere di parentela di apparire nei momenti tragici. Era venuta quando era morto il marito di Chiara, quando era morta sua madre, quando era morto suo padre. Appena giunta aveva detto qualche vaga parola di sacramenti, ma la marchesa l'aveva immediatamente fatta tacere.  Che sciocchezze! Non siamo a questo punto. Non voglio sentire, non voglio sentire.  E la vecchia signora si era limitata a borbottamenti con Francesca, nei cantucci, quando non la sentivano. Era una donna piccola e grassa, sempre vestita di seta nera, con un viso tondo e i capelli ancora scuri.
 Marchesa, c' il vice-parroco  disse il comandante rimanendo sulla soglia.
 Il vice-parroco? Che cosa vuole?  Chiara divent bianca bianca.
 Nulla: farle una visita...
La marchesa, spaurita, guard la zia, guard donna Carolina, che tutt'e due abbassarono gli occhi. Sent tutto il sangue che le si ghiacciava nelle vene come se soltanto in quel punto avesse capito che non c'era pi speranza. Intu vagamente che non si poteva pi lottare, che tutto era inutile, e le parve che in quel preciso momento qualcosa fosse stato deciso, inesorabilmente.  Entri  disse con voce sorda.
Il prete entr senza far rumore. La marchesa accenn ad alzarsi, ma il vice-parroco tese una mano con un gesto premuroso.  Stia comoda, stia comoda. Le porto gli ossequ del parroco... Non sta bene, l'ho lasciato a letto. La gotta, la benedetta gotta... Sia fatto il volere del Signore, eh? Ha di questi accessi, cos, ogni tanto... Gli si gonfia il piede sinistro, sempre il piede sinistro... E anche qualche volta un dito della mano...  Si dilung a parlare della gotta del parroco, come se fosse un argomento che dovesse interessare molto tutti: la vecchia signora e donna Carolina Galluccio tentennavano il capo, aspettando che venisse a parlare della cosa importante, con quel senso di attesa quasi piacevole che si prova quando si sa che si sta per toccare un punto scottante. Francesca, girando dietro la poltrona della marchesa, era andata a cambiare le due candele di cera gi consumate davanti all'immagine della Madonna di Lourdes.
 Il parroco prega per lei, prega molto per lei...  disse finalmente il prete, tirando fuori il fazzoletto per soffiarsi il naso  e...  gir lo sguardo sulle due signore, poi sulla cameriera  sarebbe una consolazione per lui... una grande consolazione sapere che anche qui si prega... che anche l'infermo si unisce...
 Quando vuol venire per i sacramenti?  disse Chiara senza guardarlo.
La vecchia signora mise la mano sulla mano della marchesa, come approvando, ma lei ritir la sua. Il prete rimase stupito, non aspettandosi di riportar cos presto la vittoria. Ma si rimise subito e disse con voce dolce: Ma quando vuole... quando vuole... domattina? Le pare che domattina?....
 Doman l'altro...  disse la marchesa, sporgendo tutt'e due le mani come per chiedere quelle ventiquattr'ore di grazia.
 Benissimo, benissimo  interruppe subito il prete  doman l'altro.  inteso, doman l'altro.  E immediatamente mise il discorso sul caldo soffocante: davvero, mai c'era stata un'estate cos torrida... Pareva che l'argomento scottante fosse subito relegato nel buio, che ci si sforzasse di dimenticarlo. Di nuovo si parl del parroco, della probabilit che lo nominassero vescovo.  Oh! un uomo dotto! un teologo che ce ne son pochi come lui! Anche Sua Eminenza lo consulta qualche volta.
 Io mi confesso dal parroco dell'Ascensione. Quello pure  un uomo di merito  disse donna Carolina Galluccio.
Il vice-parroco fece una piccola smorfia ma non di meno assent.  Oh! sicuro...  di Casoria... abituato in un piccolo paese... ma  uomo di polso.
Quando il vice-parroco fu andato via la marchesa ebbe una crisi di lacrime.
 Calmati, calmati  diceva la vecchia signora  pensa a quella Vergine Addolorata che  l... pensa che ha visto il figlio in croce...
 S, ma sapeva che sarebbe risorto  singhiozz Chiara, abbandonandosi sulla spalliera della poltrona, in un accesso di disperazione.
 E tu non lo sai che chi muore in Cristo risorge?...  seguit la zia, carezzandole i capelli.
 No, no, non lo so... non lo so...  proruppe la marchesa, sbattendo il capo da una parte all'altra e tentando di liberarsi dalle mani della zia, grasse e molli, che le passavano in fronte.
 Che dici?... Poveretta, poveretta! Non  in s.
 Non  in s!  disse donna Carolina Galluccio.  Si capisce...
La vecchia signora giunse le mani e si mise a dire un'orazione sottovoce.
 Marchesa; volete che glielo dica io a Dino?...  azzard dopo qualche momento donna Carolina Galluccio.
 No, no  url la marchesa.  Lasciatemi stare tutti. Non voglio che nessuno glielo dica... Glielo dir io, ma lasciatemi stare... Divento pazza! Lasciatemi stare...
Donna Carolina si alz, con l'aria offesa e scambi un'occhiata con la vecchia signora che scoteva il capo, scandalizzata. Francesca, nel pigiare una candela nel candeliere, la spezz. La marchesa si volse.
 Che hai fatto? Una candela spezzata... Che cattivo augurio!...  Ora tutto le faceva paura: aveva un terrore superstizioso delle minime cose: se per caso vedeva un 13 o un 17 scritto in qualche posto, tremava: si sentiva gelare se le cadeva un po' di sale, se urtava uno specchio, se udiva la notte la voce d'un uccello che le paresse una civetta.
 Non  niente, non  niente  disse subito Francesca, facendo sparire la candela spezzata.  Signora marchesa, non bisogna essere cos...
 Io me ne vado  disse donna Carolina Galluccio con dignit.
 Scusate, donna Carolina... Sono in un tale stato...  disse la marchesa porgendole la mano.
 Oh! vi pare, cara mia?... A rivederci.  La vecchia signora la ricondusse fino all'anticamera.
 E ora bisogna che glielo dica!  pens la marchesa, e si sent un brivido per tutta la persona. Le pareva che da qualche minuto tutto fosse cambiato nella stanza. Fino allora le cose avevano avuto il loro aspetto solito: tutte le giornate erano simili alle altre giornate. Ora no. Ora qualche cosa era avvenuto. Ora la realt terribile aveva preso corpo, avanzava, avanzava...
La nottata fu un poco meno angosciosa della precedente. La mattina, Dino s'era un po' sollevato sul letto, aveva voluto che gli mettessero dei guanciali dietro le spalle. Il medico era venuto per la solita visita. Era venuto Aldinelli. Dino aveva parlato un poco con tutt'e due, affannando, interrompendosi a ogni parola. Poi il medico era andato via. Erano rimasti Onorato e la suora. Ogni tanto Onorato gli porgeva un pezzetto di ghiaccio che prendeva col cucchiaino in un piatto, sul tavolinetto l accanto. Aveva voluto che Onorato gli leggesse il giornale: le notizie di guerra.
La marchesa aveva finto di mettersi a letto ma s'era buttata gi tutta vestita. La mattina, prima d'entrare da Dino, aveva voluto pettinarsi, mettersi un abito chiaro: aveva detto a Francesca di portarle un abito di crespo di Cina lilla. Mentre Francesca la pettinava, lei si guardava nello specchio, con gli occhi sbarrati, che parevano di vetro.
 Via, via, signora marchesa, non faccia cos  diceva Francesca con voce autorevole, come per parlare a una bambina, e ogni tanto si voltava e di nascosto si asciugava gli occhi col grembiule.
 Perch? Che faccio?  diceva la marchesa come se parlasse in sogno.
Finalmente and da Dino. Era tutta sorridente.
 Buon giorno, Aldinelli,  disse con disinvoltura  buon giorno, suora. Vuoi che apriamo la finestra? Entra quest'aria fresca...  And alla finestra, stette un pezzo a guardare gi. Le ultime rose sfiorivano sulle spalliere. Il giardiniere annaffiava le aiuole.
 Come ti sei vestita stamane? Tutta chiara...  disse Dino guardando la madre.
 S, eh?... Ti piace questo vestito?...  Pareva che avesse corso tanto la voce le si era fatta affannosa.  Ah! ti volevo dire...
 Che cosa?  fece Dino. Aveva la testa un po' chinata da una parte e pareva che le pupille gli si sfacessero nella cornea tanto erano appannate. Ora non era pi pallido; aveva una tinta grigiastra che, sotto gli occhi, sfumava in una lividura violacea.  Un po' di ghiaccio....
Aldinelli gli mise un pezzetto di ghiaccio sulle labbra.
 Grazie.
Il gatto era accoccolato ai piedi del letto, sulla coperta. Oramai non si moveva quasi pi di l e Dino non voleva che lo mandassero via.
 Che cosa?... Di' che cosa...
La marchesa si volt di nuovo a guardare il giardino.
 Vincenzo annaffia le tuberose.... Ah! ti volevo dire...  E s'interruppe ancora, appoggiandosi forte con tutt'e due le mani al davanzale della finestra. Aldinelli e la suora la guardarono, indovinando. Pass un silenzio che parve durare un secolo. A un tratto la marchesa scapp via, con le braccia avanti, inciampando in una seggiola.
 Povera mamma!  disse Dino, poi fece cenno a Onorato che leggesse ancora. Onorato riprese il giornale.
La suora che era seduta accanto al letto si alz e usc in punta di piedi.
 Non leggere pi...  disse Dino.  Quando siamo soli ho tanto piacere a star con te! Sento che abbiamo tante cose da dirci...
Onorato pens: Ma capisce di morire?. A momenti gli pareva di s, a momenti gli pareva che Dino sperasse ancora. Quando Dino gli alzava gli occhi in viso, si sentiva come se gli dessero un pugno nello stomaco: aveva paura che gli dicesse qualche cosa, e gli prendeva un'angoscia, come un terrore di quelle parole che prevedeva. Ma Dino non diceva nulla. A volte sorrideva, di un sorriso penoso e stanco che gli scopriva le gengive. Le labbra erano tutte spaccate, come di freddo.
 Quanti altri giorni di licenza ti restano?...
 Otto  disse Onorato.
Dino parve calcolare.  Otto? Ah!... va bene.
Onorato indovin il suo pensiero, volle sviarlo.  Ho avuto notizie di lass. Sai che abbiamo preso il Monte Santo che si diceva imprendibile?
Dino accenn un debole sorriso. Gli pareva impossibile oramai d'esser stato anche lui lass, di aver combattuto anche lui. Si guard le mani.
 Se vedrai Poggesi... salutamelo.  Poi aggiunse dopo un momento:  Era un buon diavolo.  Curioso! Ora spesso parlava al passato anche degli altri, come se gli paresse che tutto il mondo nel quale era vissuto, tutto il suo mondo fosse finito.  Anche Sturbino era un buon diavolo!  I vivi, i morti, ora vedeva tutti sullo stesso piano. Una grande nebbia grigia, e in quella nebbia tante figure che passavano, tante, tante... Gli venne in mente una vecchia bambinaia inglese di quando lui era piccino.  Ti ricordi Meg?...
Onorato rimase sorpreso.  Ah no! Tu non l'hai conosciuta. Confondo. Aveva gli occhiali... Era brutta ma le volevo bene. Quanta gente che  passata!...
La marchesa rientr con un biglietto in mano. Aveva gli occhi che bruciavano ma asciutti.  Sai? Mi ha scritto Elena Casamartana. Vuole notizie tue.
Dino tese la mano, prese il biglietto ma non ebbe la forza di leggerlo. Pure se lo tenne un pezzo fra le dita, come accarezzandolo. Una visione gli pass davanti agli occhi e glieli emp tutti di stupore.
 Onorato...
 Di'...
 Ti ricordi quel giorno sulla terrazza dell'Htel Vittoria?
 Mi ricordo  fece Onorato con un piccolo brivido.
 Erano belle tutt'e quattro... tutt'e quattro... ma Elena era diversa dalle altre. Ti ricordi?... E ora sposa quel... Lo sai chi sposa?  Pass di nuovo le dita sul biglietto e chiuse gli occhi.   strano che pensi ancora a domandare notizie mie!
Dopo un poco chiese:  E Federica Magnes non  pi venuta?...
 No  disse la marchesa.  La vuoi?...
Dino alz le sopracciglia con un moto d'indifferenza:  No. Perch?...
La marchesa si mise a cercare qualcosa sulla tavola.
 Che cerchi?
 Non so... Ah! ti volevo dire...
Dino interruppe, nervoso. Ma dillo, dillo....
Onorato accarezzava febbrilmente il gatto d'Angora accoccolato ai piedi di Dino.
  venuto il vice-parroco a farmi una visita...  La marchesa si mise a sorridere, come se parlasse di una cosa molto allegra.  Dice che il parroco  malato... ma che... ma che ti fa dire... Perch anche il vice-parroco  una brava persona... tanto gentile... Tu lo conosci...
Dino ebbe uno sguardo ostile verso la madre, poi si volt a Onorato e lo guard. Onorato rimase impassibile.
 Ah!...  La voce di Dino pareva venisse da lontano, come da un'altra stanza.  Ho capito... Vuole portarmi l'olio santo...
 Ma no,  disse la marchesa con un tremito che le prendeva da capo a piedi.  L'olio santo, no...
Dino guard anche lei, ebbe un impercettibile sorriso.  Ma s... se vuoi, s... venga pure. Che mi fa?...
 Sai? Tutti fanno la comunione, ora, per l'Assunta...
 S... s... per l'Assunta. Come vuoi, come vuoi tu.
La marchesa respir forte. Le pareva di sentirsi leggera e che tutto il sangue le fluisse via, via, e col sangue tutti i pensieri: la testa le rimaneva vuota: soltanto un martellare sordo, confuso, come un'arteria che battesse, battesse... E a poco a poco le gambe le si facevano come di ovatta. Si dovette sedere.
 Leggi ancora il giornale  disse Dino ad Onorato.
La mattina dopo la suora venuta a sostituire Sur Marie de la Piti che aveva fatto la nottata, mise in ordine la camera di Dino, copr il cassettone con una tovaglia bianca, tolse dal tavolinetto le boccette delle medicine: lasci soltanto il piatto col ghiaccio. Onorato giunse verso le nove. La sera Dino gli aveva detto: Vieni presto domani. S'erano intesi senza parlare. C'era fra loro un certo imbarazzo per questa cosa che non nominavano. Quando giunse, la mattina, Dino gli accenn la tovaglia bianca sul cassettone.
 Capisci?... Non potevo mica lasciarla con questo scrupolo...  disse a bassa voce, per via della suora.
Aldinelli abbozz un gesto vago.
Dino era molto stanco, si assop. Ogni tanto apriva gli occhi poi li richiudeva. Quando li chiudeva, si sentiva come se lo portassero via, via, e li riapriva con uno sforzo. Pensava al prete che sarebbe venuto, alla comunione che avrebbe fatta. Non si comunicava da tre anni, da un anno prima della guerra. Le ultime volte s'era comunicato cos, per abitudine, per non dire una bugia alla madre. Ora provava un sentimento curioso, una aspettazione incerta, un misto di ripugnanza e di una qualche dolcezza, un abbandono della volont. Verso Aldinelli aveva come un pudore di quell'atto che avrebbe compiuto, una vergogna della sua debolezza, ma in quella vergogna ritrovava qualcosa dell'infanzia, una sicurezza, un'aria tinta d'azzurro come si figurava nei racconti di fate, il contatto tepido delle ginocchia della bambinaia quando andava a nasconderle il visino fra le pieghe del grembiule di percalle. Ma appena si accorse che nella stanza accanto si faceva un movimento insolito, e la suora and di l; poi torn e disse quasi senza muover le labbra nel viso bianco: Voila notre Seigneur qui arrive  prov tutt'a un tratto una paura sorda, un senso di antipatia verso il prete che ancora non era entrato, una ribellione di tutto l'essere. Guard ansiosamente la porta.
 Dino,  disse Onorato  io sono qua.
Ma Dino non ud: stringeva i denti. Aveva i piedi freddi freddi.
Il prete entr, preceduto dalla marchesa che aveva il suo vestito lilla chiaro, ma tutto sgualcito. Quasi subito la marchesa usc. Anche Aldinelli usc. Dino lo guard sparire nel vano della porta. La suora disse qualcosa sottovoce al prete che fece un cenno del capo.
Il prete si accost al letto.  Le porto la grande medicina, la medicina che sola guarisce infallibilmente. Si vuol confessare?...
 S  disse Dino, e rimase con gli occhi immobili a una piccola macchia che c'era a un vetro della finestra. Anche la suora, chetamente, usc dalla camera. Dino not che il prete aveva la voce nasale. La sua paura era dileguata: ora gli pareva di fare una cosa banale, un po' comica, e si sentiva irritato. Il prete si sedette accanto al letto. Nella stanza c'era una luce festosa, tutta d'oro. Un momento Dino ebbe la sensazione che sarebbe potuto ancora guarire ma che con quel prete era entrata la morte: la morte, ora, era sicura. E di nuovo ebbe l'impressione di esser portato via, via, di corsa, chi sa dove. Chiuse gli occhi. Quando si riebbe un poco e li riapr, il prete era ancora seduto, aspettando.
Dino tent ricordarsi le parole del Confiteor, il prete lo aiutava.  Basta, basta... non si affatichi. Si pente dei suoi peccati, vero? di tutti i suoi peccati... e accetta la volont di Dio, quale che sia?...
Dino accennava di s, di s; voleva far presto, che tutto fosse finito e riposarsi, riposarsi... Gli pareva che ora soltanto di questo avrebbe bisogno, di riposo. Gli pass in mente l'immagine di Federica: pens di accusarsi poi si trattenne. Era inutile: tutto era passato, passato... tutte le cose svanivano in quella nebbia grigia che a poco a poco invadeva tutto il mondo... Su dalla punta dei piedi gli saliva un torpore: ogni pi leggero movimento nel letto gli era uno sforzo immane. E gli riprendevano i crampi allo stomaco... Ora tutta la sua attenzione si concentr nel corpo, in quei sintomi allarmanti: le parole del prete suonavano vuote, senza senso. Tutto era lontano, scialbo; soltanto il suo corpo era l, oppresso dal male, inchiodato su quel letto. Esisteva il mondo, fuori?... Esistevano altri spazi?... Che gl'importava. Ora, un piccolo crampo allo stomaco gli pareva pi importante di tutto l'universo.
Il prete pronunzi le parole dell'assoluzione.
Dino parve risvegliarsi. Di nuovo la voce nasale del prete l'infastidiva, come il ronzio d'una mosca. Vide confusamente aprirsi la porta, entrare la madre, la zia, Francesca, la suora. Aldinelli rimase sulla soglia. La zia e Francesca s'inginocchiarono presso alla porta. La marchesa rest ritta accanto alla tavola, con la mano irrigidita sull'orlo. La suora sollev un poco Dino sui guanciali.
Allora gli parve come se d'improvviso si accendessero tante, tante candele ed ebbe ancora l'impressione di quell'aria azzurra, da novelle di fate. Fu un attimo. Si sent sulla lingua il sapore sciapito dell'ostia e vide che il prete aveva il polso tutto peloso che gli usciva dalla manica nera.
 E ora... non vuole compire tutto?... ricevere anche quell'altro sacramento cos augusto?...
La marchesa mand un piccolo grido di terrore, annaspando con le mani, ma Francesca, alzatasi, le prese un braccio e la tenne stretta a s. L'aria che veniva dalla finestra aperta faceva vacillare la fiamma delle due candele nei candelieri d'argento sul cassettone. La suora, camminando senza rumore, disponeva in un piattino del limone tagliato e dell'ovatta.
 S, voglio...  disse Dino, sfinito. Cerc con gli occhi gli occhi di Aldinelli, sorrise. Non sapeva bene lui stesso se quella fosse una commedia o se dentro gli si movesse qualcosa... Di nuovo la sua attenzione si concentr sulla sofferenza presente, e tutto il resto non gli apparve che attraverso un velo. Vide un affaccendarsi intorno al letto, si sent in fronte, sulle labbra, sulle orecchie un contatto umidiccio... Quando la suora alz la coperta, si guard i piedi, gialli, scheletriti... Vide che aveva le unghie lunghe. Si compose, gi, come fosse gi morto e lasci fare.
Di sotto alla coperta usciva un odore molle e nauseante di dissoluzione.
XLII.
La sera Dino ebbe un rapido peggioramento: si temette la catastrofe. Venne il medico curante, chiamato d'urgenza e gli fece un'iniezione di canfora: il cuore si rianim un poco.
La suora, che doveva andar via, chiese di rimanere per la nottata insieme con Sur Marie de la Piti.
Nella camera era un gran silenzio, rotto appena da qualche fruscio di foglie nel giardino e, ogni tanto, dal passo leggero di una delle due suore, che usciva o entrava. Verso le dieci Dino, sollevato dall'effetto dell'iniezione, chiam Onorato.
 Chi c' di l, nello studio?
 Don Lorenzo Oncino.
 Fallo entrare.
Don Lorenzo entr, non disse nulla, si sedette accanto al letto.
 Sto meglio  disse Dino con uno strano sibilo nella voce. Poi ripet: Sto meglio.
Vedeva tante pianure immense, tutte inondate di una luce bianca, come fosse l'alba. Poi si fissava su di un oggetto, un lume, una sedia, la osservava a lungo: e di nuovo comparivano quelle pianure sconfinate, cos luminose!... Non soffriva: soltanto un'oppressione di respiro che lo faceva ansare. Si volt un poco su di un fianco. Il polso cominciava ad essere aritmico.
 Te ne vai?  disse, come Aldinelli fece un movimento per alzarsi.
 No, caro, non vado via.
 Resti stanotte?...
 Resto.
 Resto anch'io  disse don Lorenzo.
Dino sorrise lievemente, si accomod meglio il capo sul guanciale. Respinse la mano della suora che voleva porgli un pezzetto di ghiaccio sulle labbra. No, non aveva bisogno di nulla, stava bene. Curioso! Nel soffitto c'erano ombre grandi grandi, come enormi ali di uccelli. Ma lui sapeva che non erano uccelli. Quelle ombre gli davano un poco di noia, lo soffocavano. Chiam Onorato.
 Non si potrebbe mandarli via?... Ma, sai, che non credano che io li voglia ammazzare...
 Chi?  disse Onorato, chinandosi su di lui, col terrore di quel delirio l in agguato.
 Nulla  pronunzi Dino con voce pi chiara.  Quelle ombre, sai?... mi parevano uccelli. Ma so che non sono uccelli.  Sollev un poco il capo.  Che ore sono?
Don Lorenzo, che si era un po' assopito su di una poltrona, si alz. Dino volle che gli prendesse una mano e Onorato l'altra.  Cos sto bene. Mi pare come se mi volessero buttar gi dal letto. Sto bene.
Di nuovo vedeva le pianure chiare chiare, di un chiarore di latte.
Dolcemente, cominci a delirare.
 Bisogna che arrivi l...  tardi... mi  venuto a prendere. Debbo camminare tanto ancora...  Gli pareva di parlare con una sentinella che gli sbarrava la strada, una piccola strada rocciosa, in quella luce abbagliante.  Bisogna farmi passare... mi aspettano.  tardi...
Le pupille gli andavano in su e si vedeva soltanto il bianco degli occhi. Le mani si ghiacciavano di un sudore molliccio. Aldinelli e don Lorenzo si scambiarono un'occhiata, alla sfuggita, come interrogandosi. Una delle suore si accost al letto, e interrogata anche lei dallo sguardo dei due, fece segno di no col capo.
Il delirio seguitava, tranquillo.
 C' troppo sole... Non ci vedo in tutto questo sole... Troveremo un poco d'ombra?... Ma perch non ha il fucile?... Ha un ramo d'albero invece di fucile...  un ramo d'oleandro rosa... Dove l'ha preso?...
Verso le quattro il delirio cess. Dino chiese da bere. Poi si rigir nel letto, guard pacatamente la suora che gli era vicina, il tavolino, la finestra dove gi, sui vetri, le tenebre cominciavano a diradarsi in un tremolio azzurrognolo. Pareva che riprendesse possesso di s. Disse che soffriva di oppressione e fece aprire la finestra. Poi gli presero dei brividi lunghi che gli cominciavano dalla punta dei piedi e gli salivano su su, sotto la pelle, fino alla gola. Poi anche quelli si calmarono, e rimase soltanto una difficolt di deglutizione, che gli faceva venir fuori le parole come avvolte nell'ovatta.
 Chi sa perch questo braccio destro non me lo sento?  strano...
 Non  niente  disse Onorato.  Sei stato voltato da questa parte...
Dino fiss su di lui i suoi grandi occhi celesti che sembravano aver serbato del delirio un certo stupore solenne. Senza saper perch, a Onorato parve che in quello sguardo ci fosse un rimprovero, un ostinato e cupo rimprovero, e abbass gli occhi, preso da un malessere che non si spiegava. Avrebbe voluto andarsene; un momento solo, andar di l, vedere un'altra stanza, altri oggetti, non pi quel letto, quel viso di Dino, quegli occhi sui quali le palpebre palpitavano violacee.
 Don Lorenzo,  disse Dino con voce quasi ferma  vuole passare nello studio?... Scusi. Vorrei restare un minuto solo con Onorato.
Don Lorenzo usc. Anche le due suore erano uscite un momento prima per dire insieme, nella stanza accanto, le preghiere degli agonizzanti. Don Lorenzo richiuse l'uscio pian piano.
Onorato sent tutta la sua vilt salirgli al cuore in un'ondata amara. Eppure un inesplicabile fascino gli teneva ora gli occhi fissi negli occhi di Dino, come se mai pi gli sarebbe stato possibile sfuggire a quello sguardo che veniva da lontananze inaccessibili, con quell'ostinato e cupo rimprovero.
 Che vuoi dirmi?  balbett Onorato. Ora gli pareva che qualunque parola di Dino, qualunque pi terribile accusa, qualunque maledizione sarebbe stata meglio che quello sguardo.
Dino sollev un braccio, lo pos sulla spalla di Onorato, come attirandolo a s. Onorato si sent sul viso un'ondata d'alito molle, odorante di morte. Si sent vacillare. Sarebbe voluto fuggire. Provava una ripugnanza feroce, un desiderio quasi che Dino morisse prima di parlare. Si fiss a guardargli la bocca, con le labbra senza pi colore, fra le quali apparivano i denti bianchi che sembravano i denti d'un teschio.
 Senti, io volevo dirti... perch questi giorni non ho potuto... e volevo...  Onorato gli vide palpitare l'arteria della gola, come fosse a nudo. Una subita tenerezza lo vinse, uno spasimo infinito, e si attir sul petto la povera testa che si piegava, coi capelli lunghi, appiccicati sulla fronte.
 Volevo... gi... senti...
La porta si riapr piano piano. Entrava la marchesa, e la prima luce dell'alba che veniva dalla finestra, contrastando con la luce della lampada elettrica, la disegn, spettrale, sullo sfondo della porta.
Dino non disse pi nulla. Rimise gi il capo sul guanciale, ma gli occhi rimasero fissi su Onorato con quello stesso sguardo di stupore e di rimprovero che oramai egli vedrebbe sempre, sempre innanzi a s, per tutta la vita.
Verso le sette di nuovo il polso divent aritmico e ci fu una minaccia di paralisi cardiaca. Il viso si fece cianotico e per qualche momento si credette alla fine imminente. Sur Marie de la Piti and lei stessa alla parrocchia a chiamare don Fabrizio, il vice-parroco. Ma quando il vice-parroco giunse, gi Dino s'era ripreso e non lo fecero entrare. Rimase nel salone a chiacchierare con la zia che gli fece portare il caff e lo trattenne a lungo in discorsi pii, domandandogli di una certa monaca santa che si diceva facesse miracoli. Don Fabrizio non si voleva pronunziare e diceva parole vaghe, con quel gesto delle mani che parevano sempre celebrare, davanti al calice.
Onorato and un momento a casa sua a fare un bagno e a mutarsi di biancheria: torn verso le dieci. Per la strada camminava con gli occhi in terra; aveva paura d'incontrare qualcuno che conoscesse e di dover salutare. A casa trov una lettera del Ministero della Pubblica Istruzione che gli dava un incarico per certi esami: sarebbe dovuto rimanere a Napoli per un'altra ventina di giorni circa. Ne fu contrariato. Ora Napoli gli era diventata odiosa: sentiva la nostalgia della fronte, dei suoi voli, del pericolo quotidiano. Gli pareva che lass soltanto avrebbe potuto purificarsi. Pens di non dire a Dino di quella lettera del Ministero. A che valeva ora?... A un tratto, mentre si rivestiva dopo il bagno freddo, nel momento che s'infilava le scarpe, ebbe come un lampo: Forse in questo momento Dino muore.... Scapp via, abbottonandosi la giubba per le scale, trov una carrozzella, disse al cocchiere di correre. Per la strada, gli pareva che tutto avesse un aspetto singolare, e via via che si avvicinava a Monte di Dio, la gente che passava gli pareva tutta sapesse una cosa che lui solo non sapeva. Quando giunse al portone di casa Valeri si calm. Tutto era tranquillo: il portiere si lev il berretto come sempre: le scale avevano la loro luce di tutti i giorni. Respir.
Dino aveva voluto che la suora gli lavasse il viso e le mani. Gli avevano mutato le lenzuola. Francesca port due rose, in un bicchiere, e le mise sul cassettone. Dino le guard lungamente.
 Mamma...
La marchesa gli si chin sopra, sorridente. Sorrideva sempre.
 Che vuoi, Did mio?...  Senza saper perch, le tornava in bocca un vezzeggiativo di quando Dino era piccolo.
 Mamma...  Ora Dino la chiamava sempre mamma.  Non voglio che i fiori del giardino siano per altri... li voglio tutti per me, tutti per me...
 S, amore, tutti per te...
 Anche dopo, capisci?... Li farai cogliere e me li farai portare... Dillo a Vincenzo. Li voglio tutti... Non mi fare tradimenti...
La marchesa sorrideva sempre, ma le lacrime le scivolavano gi per il viso. Dino si volt in l. Dalla porta mezza aperta vide il comandante Orsengo nello studio. La marchesa, spaventata, spi gli occhi di Dino. Dino sorrise debolmente.
 Non importa...  disse, e dopo qualche momento aggiunse:  Ho capito tante cose adesso... sai?... povera mamma!....  Fu detto come in un soffio. La marchesa gli prese una mano e la baci tre, quattro volte, con impeto, bagnandogliela tutta di lacrime.  S, figlio mio, amore mio, tutto per te, tutto per te... tutti i fiori, sempre... tutto, tutto per te...
Dino ebbe uno sguardo d'indulgenza verso la porta.
Per la casa c'era un gran silenzio. Tutti parlavano a voce bassa anche nelle stanze pi lontane. La giornata d'agosto era caldissima, ma nessuno se ne accorgeva. Ogni tanto la marchesa guardava l'orologio.
Dino non parlava, dopo quelle parole dette alla madre la mattina. Pareva che non soffrisse. Guardava il soffitto. Poi cominci un un leggero singhiozzo, a intervalli. Il medico pass verso mezzogiorno, ma stette appena due minuti; disse che sarebbe tornato pi tardi. Aldinelli lo trattenne un momento nello studio, mentre egli tentava di svincolarsi.  Che posso dire?... Ore, ore. Forse stanotte, o all'alba, domattina...
Onorato lo sapeva ma gli parve, a un tratto, una cosa nuova. Sent che la sua domanda era stupida. Torn in camera. Ora sentiva un grande scrupolo di non aver ascoltato quello che Dino gli voleva dire, come un rimorso. Gli pareva che per la sua vilt Dino non avesse parlato. Due o tre volte si accost al letto, spiando gli occhi di Dino, ma quegli occhi erano fissi al soffitto e non c'era pi quel rimprovero che lui ci aveva veduto: stupore, soltanto stupore c'era, come se non gli paresse possibile di dover morire, di non veder pi. Ora gli passavano come onde di buio nella coscienza, onde sempre pi forti, pi forti, che sommergevano tutto, che lo sommergevano gi, gi... e poi tornava a galla: piano, piano, si sentiva riportare alla superficie... di che? d'un lago? del mare?... Non vedeva pi le pianure luminose. Solo quelle onde ora, e gl'intervalli erano sempre pi lunghi, e la sensazione di tornare a galla sempre pi vaga....
Una volta Onorato disse a mezza voce: Dino.... Gli pareva che avrebbe potuto ancora richiamarlo da quella lontananza nella quale si immergeva a poco a poco, chiedergli ancora... Disse piano: Star altri venti giorni a Napoli....  Sent l'ironia di quei venti giorni, ne ebbe pena. Ma Dino non udiva.
Il singhiozzo si fece pi forte.
A un tratto Dino stacc gli occhi dal soffitto e disse con voce chiara.  Mi d noia questo singhiozzo.
A tutti pass un brivido dentro, come se avesse parlato un morto.
Verso l'imbrunire ricominciarono i disturbi cardiaci e il viso si fece cianotico. Il vice-parroco, che era stato nel salone durante quasi tutto il giorno, si affacci alla soglia della camera, chiamato dalla suora.
Dino ansava forte, e sul collo pulsava, pulsava l'arteria in un disordine tumultuoso. Le mani si afferravano al lenzuolo. La marchesa, quasi impassibile, guardava, seduta accanto alla finestra: pareva che tutta la vita le si raccogliesse negli occhi, che volesse vedere fino all'ultimo. Don Lorenzo Oncino in un angolo, quanto pi lontano dal letto potesse, singhiozzava piano, tenendosi il fazzoletto sulla bocca.
Il vice-parroco si accost.
 Mi ascolta?...
Dino volse gli occhi verso di lui e fece un impercettibile movimento con le labbra.
Sur Marie de la Piti aveva acceso le due candele sul cassettone, e inton le litanie.
 Mi ascolta?... Ha fatto tutto il sacrificio al Signore?... ha bene preparato l'anima sua a comparire l...  Il prete parlava con voce dolce ed eguale, tenendo un piccolo crocifisso davanti agli occhi di Dino.   pronto?... dica... Vuole baciare Ges in croce, Ges che ha sofferto...
Onorato fece un gesto come per far tacere il prete, ma don Lorenzo, venendo fuori dalla penombra del cantuccio, gli mise una mano sul braccio.  Via, basta... via...
 Mi lasci fare  disse il vice-parroco scansandolo.
 No, basta,  ripet don Lorenzo con la voce che gli tremava tanto che le parole gli si schiacciavano sulle labbra, inarticolate.  Via, basta...
Il prete gli gett un'occhiata torva ma non os replicare e si lasci condurre fino alla soglia da don Lorenzo che era diventato bianco come una ostia. La suora seguit la litania a voce bassa.
Nello studio il vice-parroco si ferm.
 Ma qui mi s'impedisce di compiere il mio ministero... Ed  lei, sacerdote...
Don Lorenzo, a un tratto, sent una vampata di sangue salirgli al viso e gli si fecero acutissimi il dolore e la vergogna dell'abito che portava.
 Ma lo lasci agonizzare in pace... Capisce che ha ventidue anni?...
 Di quest'anima ne risponde lei...  brontol il vice-parroco, e il naso pareva pi diritto e pi lungo nel viso pallido.  Giusto perch  giovane le tentazioni sono pi vive...
 Ma che tentazioni!... Lo lasci in pace. Questo della morte  un mistero troppo grande che n lei n io possiamo capire. Silenzio, ci vuole, silenzio... soltanto!
Dino fece un piccolo gesto come per cercare la mano di Aldinelli. Aldinelli subito gliela porse e strinse la mano gelida e flaccida a cui le unghie gi si facevano livide. Dino chiuse gli occhi. La ondata nera lo sommerse gi, gi, poi di nuovo, lentamente, si sent tornare a galla.
 Onorato... quanto tempo ancora?...  mormor Dino fra il singhiozzo sempre pi frequente.
Onorato si port alle labbra la mano diventata pesante. Pens:  sempre vivo. E questo pensiero gli parve orribile.
 Sono tanto stanco... disse ancora Dino.
Forse saranno le ultime parole pens Onorato, e il suono della voce sembrava prolungarglisi nell'orecchio come un'eco straziante. Ma Dino disse ancora: Tienimi, tienimi.  E ripet dopo alcuni secondi: Tienimi!!.... Gli prendeva una vertigine e le ondate nere lo sommergevano sempre pi gi, pi gi. Gli occhi ebbero uno sguardo di angoscia, di terrore, poi scese come un velo che appann le pupille. Respir forte. Cominci il rantolo, un rantolo sordo. E il viso cambi in un momento: i tratti si fecero pi precisi, pi affilati, gli zigomi diventarono molto sporgenti; nelle narici comparve come una muffa bianchiccia e il pallore inverd.
Francesca cinse con un braccio la vita della marchesa, l'obblig ad alzarsi, ad uscire dalla stanza.
 No... no...  diceva la marchesa e si lasciava fare. Sulla soglia volt il capo.
Le due suore pregavano senza farsi sentire.
Onorato, rimasto solo accanto al letto, s'inginocchi, abbandon il viso sulla rimboccatura del lenzuolo, con le labbra sempre incollate sulla mano di Dino. Nel silenzio, il rantolo s'indeboliva: poi divent un sibilo. Il respiro si faceva sempre pi fievole.... Passarono dei secondi: di nuovo un respiro... Passarono altri secondi: ancora un respiro...
Onorato non percep bene quale fosse l'ultimo. Quando alz il viso vide ritti accanto al letto, dall'altra parte, il medico e il comandante Orsengo. Dino aveva gli occhi spalancati.
XLIII.
Onorato Aldinelli e don Lorenzo Oncino uscirono insieme, verso la mezzanotte, da casa Valeri.
Era una serata di luna ma tutta nuvole, e, con le strade al buio, ci si vedeva appena a camminare. Scesero in silenzio da Monte di Dio. Ogni tanto passava una carrozza nell'ombra, si scansavano. Don Lorenzo si sentiva molto debole anche perch in tutto quel giorno non aveva preso nulla: a volte barcollava e urtava nel braccio di Onorato. Onorato a quell'urto si riscoteva e provava una certa dolcezza a sentirselo vicino. Al largo Carolina tir fuori il porta-sigarette e volle accendere una sigaretta, ma due volte il vento gli spense il fiammifero: finalmente riusc ad accenderla.
Dopo qualche passo don Lorenzo Oncino fece Mah!...  e si ferm un momento, poi si rimisero a camminare. I nuvoloni neri passavano davanti alla luna, frangiati di luce opaca.
 Se almeno si avesse la speranza  disse don Lorenzo con una voce che pareva impregnata di brividi  di potersi incontrare, chi sa in quali spaz, chi sa sotto quale forma, e potersi riconoscere...
Onorato non rispose. Gli pareva che non avrebbe provato nessuna gioia a pensare Dino ancora esistente, in qualche lontano pianeta, essenza inafferabile. Meglio pensare la morte completa che quel prolungamento scialbo della vita in un'eternit sconosciuta. Immagin le anime come mummie irrigidite, affacciate in eterno alla balaustra del Cielo. Ebbe orrore di questa visione. Questo s che era la morte. Ricord Dino vivo, bello, sereno: questo Dino qui non poteva morire. Era stato, durerebbe in eterno. Di nuovo gli si present alla mente quella sua idea della contemporaneit delle cose. Erano contemporanei il Dino che ballava il tango sulla terrazza dell'Htel Vittoria e il Dino steso sul letto fra quattro ceri, con un fascio di arum ai piedi, come lo aveva veduto un quarto d'ora prima. Tutt'e due erano necessar all'armonia dell'universo. Sent che queste cose non le poteva dire a don Lorenzo in quel momento: ma lui vi si rifugiava dentro come in un asilo. Gli pareva di esser tanto vicino a Dino, ma non nel senso che avrebbe voluto don Lorenzo: vicino piuttosto in un senso fuori dell'umano, quasi risalendo di stadio in stadio fino a ritrovarsi in uno stato, avrebbe magari detto, vegetale, in una concezione mitica del mondo. Gli pareva che nel suo cervello penetrasse un fluido sottilissimo: si sentiva leggero leggero: il suo dolore metteva le ali e lo trasportava con s in un'atmosfera vaporosa, come se rifacesse la scala dei secoli e si ritrovasse negli albori di una vita universale. Sotto l'eccitazione della tristezza ed anche del molto caff che aveva preso nella giornata, si sentiva giungere ad altezze di pensiero vertiginose. Non distingueva pi bene quello che provava. Erano come ricordi imprecisi della prima infanzia... no, pi lontano ancora... memorie di cose anteriori... anteriori alla nascita... Sensazioni confuse e primordiali... Pianta?... roccia?...
 Professore  disse, questa volta con voce pi ferma, don Lorenzo. Onorato si riscosse: butt via la sigaretta spenta. La luna correva nello spazio libero fra un nuvolone nero e l'altro, tonda e gialla, senza trasparenza.  Professore, ho deciso di lasciare l'abito  seguit don Lorenzo, fermandosi. A Onorato parve di scendere da qualche rifugio inaccessibile e meraviglioso. Che cosa gl'importava dell'abito? Di tutti questi dibattiti della coscienza? Gli pareva di esser giunto a una plaga di l dalle tempeste, come se avesse scavalcato quei nuvoloni neri e oltre a quelli avesse trovato il sereno. Ma subito si disvilupp da quel torpore che gli sembr un egoismo. L, accanto a lui, palpitava un dolore vero, umano; c'era una creatura viva che soffriva e che aveva bisogno di soccorso.
 S, don Lorenzo, se quest'abito le pesa molto, lo deponga. Ha gi lottato troppo.
 Troppo, troppo  balbett don Lorenzo e barcollava. Questa volta si aggrapp al braccio di Onorato, gli parve di sentirsi pi sicuro. Si rimisero a camminare.  Veda,  seguit don Lorenzo quando furono all'angolo di via dei Mille  davanti a quel prete... mi sono sentito un impostore. Lui almeno aveva il coraggio della sua opinione. Aveva ragione lui. Che cosa gli potevo dire io, io che non ho neppure avuto il coraggio di levarmi questo straccio di dosso?...
 Non creda poi che tutti quelli che si ostinano abbiano la certezza. Tante volte si fa cos, per abitudine...  il mestiere che piglia il sopravvento.
 No, no...  disse lentamente don Lorenzo, scotendo il capo.  Io non ho diritto di dubitare... Pu darsi benissimo che quel prete si credesse obbligato, in coscienza... Pensi come deve essere terribile, per uno che crede, l'idea di questa eternit di tormenti... Se io, dopo tante lotte e tante cadute, non mi ci posso ancora affacciare senza spavento. L'eternit!...
L'eternit! A Onorato pareva che quello fosse l'elemento necessario alla vita, non poteva pensare la vita di un bruco, di una foglia, se non eterna: eternit prima, eternit dopo... immobilit, assenza del tempo...
Giunsero a piazza Amedeo.
 Come far adesso per salire su a villa Lucia?  disse Onorato.  La funicolare non funziona pi a quest'ora.
 Gi,  fece don Lorenzo con indifferenza.  Andr a piedi.
 A piedi! Ma se lei non si regge ritto... dopo una giornata cos... Senta: venga piuttosto a casa mia. Tanto, di sonno stanotte per lei e per me ci sar poca speranza... Discorreremo. Ma almeno lei si stender...
Don Lorenzo esit.
 Ma che le pare? Darle tanto incomodo...
 Nessun incomodo. Sono solo e debbo dirle che stasera la solitudine mi pesa. Venga con me.
Don Lorenzo si lasci persuadere e si avviarono tutt'e due per il rione Amedeo. Non passava nessuno e ora era quasi buio fitto perch la luna si era nascosta addirittura e i globi elettrici, fasciati di turchino, pendevano come pianeti morti dall'arco dei fili. Il portone era chiuso. Onorato apr con la chiave che aveva in tasca. Salirono le scale a tastoni, accendendo ogni tanto un fiammifero. Su, Onorato ebbe l'impressione di tornare a casa dopo molto tempo: gli parve strano di trovare sullo scrittoio un libro aperto alla pagina dove aveva smesso di leggere. Quante cose aveva vissute dopo aver letto quella pagina!
 Si metta a letto, don Lorenzo. Io mi accomoder sul divano. Ci star benissimo  disse Onorato.
 Ma che! Impossibile! Mi lasci sul divano... la prego, la prego... Non potrei stare a letto stanotte: mi sento soffocare. La prego... mi faccia fare a modo mio.
Onorato dovette cedere. Prima di spogliarsi, mise dell'acqua nel bollitoio elettrico, la fece scaldare e prepar il the per don Lorenzo e per s. Lo presero cos, senza zucchero n latte, seduti accanto sul divano. Poi Aldinelli si spogli e don Lorenzo si stese, con un guanciale sotto la testa. Lasciarono i vetri aperti con le persiane socchiuse. Cominci a cadere qualche goccia di pioggia.
Per un pezzo si provarono tutt'e due a dormire bench non ne avessero voglia. Ogni tanto Onorato spalancava gli occhi nel buio e si sentiva le palpebre doloranti e tutto il corpo pesto come se fosse caduto da una grande altezza. Ora gli si parava avanti nettissima la visione di Dino sul letto, fra i quattro ceri, col fascio di arum ai piedi. Lui che amava tanto le rose non ne aveva avuta pi neppur una per la sua ultima festa: erano sfiorite tutte le rose del giardino e la marchesa non aveva voluto che si portassero fiori di fuori: Vincenzo aveva trovato soltanto quel fascio di arum e l'aveva deposto lui stesso ai piedi del cadavere. Bisogn mandar via per forza il gatto che era riuscito a penetrar nella camera e ad accoccolarsi sulla coperta, al suo solito posto.
Questa visione si faceva cos precisa che gli pareva veder la fiamma gialla delle candele, dritta dritta, nell'aria immobile della stanza. E allora non ritrovava pi il filo dei suoi pensieri metafisici, ripiombava in un'angoscia tutta umana, tutta palpitante di strazio. Si ritrovava lui, Aldinelli, professore dell'universit, che una sera di maggio, due anni prima, aveva tenuto un discorso in casa Valeri... e quel discorso era stato contro la sua coscienza: s'era lasciato trascinare da un impulso momentaneo, come tante altre volte s'era lasciato trascinare nella vita fuori di quello che era la sua intima volont... E Dino era andato in guerra, Dino si era ammalato, Dino era morto. Inutile rifugiarsi nel pensiero che non era stato ucciso da una palla: Dino era morto per la guerra e lui l'aveva ucciso. Gli pareva di udire la voce di Sara: Questo tuo amore  peggio dell'odio... S, che avrebbe potuto fare di peggio se avesse odiato Dino? E ancora lo tormentava il pensiero della mediocrit di quella vita che lui aveva spezzata: Se almeno fosse stato un eroe invece di una povera vittima anonima!...
Si meravigliava di quell'accalma, di quella specie di stupore che lo aveva preso nelle prime ore dopo la morte di Dino: ora il dolore diventava lancinante, terribile. Si sentiva rientrare nella sua personalit dopo quella fuga su per gli spaz, per le sensibilit di altre vite; ora era proprio lui che soffriva. Sarebbe mai possibile sfuggire a quel marchio di se stesso? Perdere i suoi connotati? Diventare, come aveva sognato un momento, pianta, roccia?... smarrirsi nell'infinito, sentirsi della stessa materia delle stelle, dell'acqua?... Guardare questa vita dalla lontana profondit delle cose, con l'indifferenza magnifica degli elementi?... Pens la parola di Renan: Qu'est ce que cela fait  Sirius?.
Nel buio ud un piccolo singhiozzo e poi un respiro forte. Accese la lampadina elettrica a capo al letto, tanto le persiane erano chiuse, e interrog:  Don Lorenzo?...
 Che vuole?...  si scus don Lorenzo  lo vedo sempre quel povero ragazzo! Non mi so dar pace... Se ne sono visti morire tanti... ma lass la morte pareva una cosa naturale... Qui, in quel letto, con quella mamma accanto...
Ci fu un silenzio.
 E non saper trovare una parola...  prosegu don Lorenzo che s'era messo a sedere, col gomito appoggiato al guanciale.  Forse quel prete avrebbe trovato una parola... Chi sa? Mi pareva che in quel momento ci volesse il silenzio, ma il silenzio  povero... Mi sento un impostore. Non ho saputo dir nulla io e non ho lasciato che quell'altro parlasse...
Onorato, anche lui, si sentiva un impostore. Ma la sincerit vera dov'? Disse forte:  Noi non possiamo dire agli altri che mezze verit. C' una parte della verit che resta sempre nascosta a noi e agli altri.
 Perch dire allora queste mezze verit che sono quasi magari peggio di una menzogna?  disse don Lorenzo.
Onorato ebbe l'impressione che tutto quello che aveva faticosamente elaborato nella sua coscienza, da anni, fosse un castello di carta che cadeva al primo soffio della realt. Disse forte, senza pensare che le sue parole erano la conclusione di un lungo discorso interiore ma non potevano aver senso per don Lorenzo: Forse molte cose che si credono sorpassate sono state soltanto abbandonate lungo la via.
Don Lorenzo non cerc il senso di quelle parole: era troppo occupato dai suoi pensieri. In mezzo a un tumulto d'idee gli si presentava una realt immediata: il bisogno di deporre l'abito.
 Sa? Gi da Roma mi sono venuti dei richiami... Hanno ragione. Ma io mi sono scomunicato da me. Eppure mi costa sa? lasciare l'abito...  un'umiliazione tanto grande! E poi... e poi...
Non s'intendevano, ognuno preso dal proprio tormento. Ma Onorato ebbe piet di quegli occhi malati, di quel povero viso smunto che a quella luce della sola lampadina elettrica accesa pareva spettrale. Prov bisogno di parlargli di cose umane, poveramente e semplicemente umane.
 Senta, don Lorenzo... pensavo una cosa ora. Io ho qui questa casa anche troppo grande per me. Fra venticinque o trenta giorni ritorner lass. Intanto si potrebbe stare insieme... e poi lei potrebbe rimanere, se le fa comodo, magari con sua nipote...  Non disse che cos avrebbe risparmiato la pigione a villa Lucia, ma don Lorenzo prov una vergogna grande ad aver quasi chiesto l'elemosina con quei suoi: E poi?....
 No, no, ma che le pare?... Non mi sgomento. E per quella figliuola lei mi ha promesso un appoggio... Quello s, gliene sar grato. Per me... che cosa vuole che mi sgomenti?... Ma s, ma s, ma s...
Rinunziando decisamente al sonno, Onorato si alz e cos, in pigiama, si sdrai su di una poltrona e si mise a fumare.
 Mi pare impossibile,  disse dopo un certo tempo don Lorenzo, che s'era sbottonato il collare per prender aria  che non ci debba pi essere nessuna comunicazione fra noi e lui... mai pi. Stamattina ancora ci parlavamo... noi capivamo lui e lui capiva noi... E ora, ogni legame spezzato, per sempre....
Onorato si prov a spiegare il suo pensiero.  Io non avrei nessun piacere a riveder Dino... un puro spirito, in regioni lontane... Volevo averlo qui, accanto a me, coi suoi occhi di bambino, i suoi capelli, le sue mani... lui, non un essere immateriale, incorporeo...
 Perci la Chiesa aveva trovato la dottrina della risurrezione dei corpi,  disse don Lorenzo.
 Allora ritrovarsi con tutte le nostre imperfezioni, le nostre mancanze... povere creature umane che viviamo di martirio e di aspettazione? Che servirebbe? E se diventiamo incorruttibili, perfetti, non siamo pi noi. Non comprendo la gioia di pensare queste anime, fuori dell'esistenza, destinate ad assistere mute e immobili all'eterno rinnovarsi, al rinascere, al rifiorire di tutte le cose, escluse per sempre dalla festa della vita, dalla felicit di tutte le molecole che si trasformano perennemente... Mi pare che sia un grande atto di orgoglio dell'uomo quello di volersi separare dalla materia universale, di voler prolungare questa sua vita di atomo, egoisticamente, a traverso tutta l'eternit...
Don Lorenzo ascoltava a capo basso, con un certo timore. Gli pareva ancora un sacrilegio udir quelle cose e pure era avido di ascoltare.
 Non  pi bello pensare che i vincoli fra noi e coloro che abbiamo amati,  prosegu Aldinelli  non possono spezzarsi perch l'infinito  in essi come in noi? che la morte non  che un altro aspetto della vita? che non ci sono limiti fra l'uomo e le piante, fra le piante e le pietre? Gradazioni soltanto ma non limiti... Se potessimo dimenticare il nostro egoismo e lasciarci fluire nel divino cio nell'universale... annientare con uno sforzo di tutti noi stessi la volont individuale di vivere... Ci si giungerebbe forse come gli asceti giungevano a sollevarsi da terra nella preghiera... Uscire da noi, in uno slancio di amore, in una volont di vivere pi forte...
Onorato vide le palpebre di don Lorenzo battere penosamente sugli occhi che parevano bruciati di lacrime. Cap che il suo pensiero, cos affrettatamente formulato, era oscuro per lui. Si alz, and al tavolino accanto al letto, si mesc un bicchier d'acqua e lo bevve tutto d'un fiato.
La pioggia batteva a larghe gocce sulle persiane chiuse e qualche spruzzo bagn anche il davanzale della finestra. La prima luce dell'alba filtrava faticosamente, sudicia e povera, a traverso i nuvoloni ammonticchiati gli uni sugli altri in un digradare lento di grigio, dal quasi nero al quasi bianco.
Onorato tacque. Sentiva che nell'esprimere una sensazione sincera diventava insincero. Si accomod un guanciale sulla poltrona, l di faccia alla finestra, e stette ad ascoltare le gocce di pioggia che cadevano, insistenti: si raccolse tutto ad ascoltare quel rumore delle gocce... Entrava un'aria fresca che odorava di bagnato. Chiuse gli occhi e a poco a poco si addorment. Gli parve di trovarsi in aeroplano, di volare, di volare... ma l'apparecchio, a un certo punto, non si moveva pi, restava immobile... e gli pareva che necessariamente sarebbe dovuto precipitare, e si sentiva tutto un gelo per quel terrore della morte prossima, inevitabile... ma intanto l'apparecchio rimaneva immobile, al disopra delle nuvole, nella solitudine dell'aria.
Anche don Lorenzo si era addormentato.
XLIV.
Quattro suore pregavano da un lato della camera, sedute su quattro sedie di paglia. I grossi ceri, nei grandi candelieri dorati, erano consumati gi quasi a mezzo e gli arum erano appassiti, nel loro biancore carnoso, ai piedi del cadavere. C'era un ronzio vago di mosche bench le persiane fossero chiuse e si sentiva l'odore della cera misto a un odore molliccio e strano che veniva a ondate e che tutti si sforzavano di non fiutare.
Il comandante Orsengo ogni tanto entrava nella stanza, rimaneva pochi minuti in piedi, a una certa distanza dal letto, e usciva, camminando senza far rumore. La zia e Francesca, stordite dalle notti passate a vegliare, si addormentavano col mento sul petto, e ogni poco si svegliavano di soprassalto, e una guardava l'altra di sottecchi, sperando che non si fosse accorta del suo sonno.
Da poco erano finite le messe che la marchesa aveva voluto far celebrare due giorni di seguito, e si aspettava il momento di mettere il cadavere nella cassa, gi pronta ai piedi del letto. Nello studio, ritte ai muri, appoggiate alle poltrone e alle sedie erano moltissime ghirlande, e a ognuna era attaccato un biglietto di visita, come alle ceste di fiori per nozze. In quel caldo i fiori esalavano profumi violenti e appassiti. Una delle ghirlande pi vistose portava il biglietto di visita della duchessa di Casamartana e una piccola, tutta di orchidee rosa, quello della principessa di Mllica. Anche i Celle avevano mandato fiori. Una quantit di gente andava e veniva, si affacciava alla camera mortuaria, si fermava nello studio. Cioffi, con un piccolo taccuino in mano, prendeva nota di coloro che avevano mandato le ghirlande. Venne Camilla Germani col marito. Venne il generale Cerfoglio. Venne Fraggiacomo. Venne il duca di San Marzio. Venne donna Carolina Galluccio.
Nel salone, dall'altra parte dell'anticamera, si formavano piccoli gruppi, si discorreva a bassa voce.
  vero che il fidanzamento di Elena  ufficiale?  chiese donna Carolina Galluccio a Camilla Germani.
 S, da ieri.
Filippo Orsengo, ogni tanto, si affacciava sulla soglia, diceva qualche parola alle signore. La gente gli faceva le condoglianze, discretamente. Egli si mise a parlare in un angolo col generale Cerfoglio.
Sulla tavola c'era una grande fotografia di Dino in divisa, con una cornice d'argento liscio con lo stemma.
La marchesa era a letto e ogni tanto le pigliava una crisi di lacrime. Francesca, lasciando la camera mortuaria, veniva a farle prendere un po' di brodo o di latte che la marchesa ingoiava docilmente. La duchessa di Casamartana, sola, fu ammessa presso di lei, ma pi tardi si fece un'eccezione anche per la principessa di Celle. La marchesa voleva essere informata di tutti coloro che avevano mandato ghirlande, e ringrazi con una tacita stretta di mano la duchessa e la principessa. Poi di nuovo fu presa da una crisi di lacrime. Volle che la duchessa di Casamartana le leggesse un articoletto che Cioffi aveva scritto in un giornale della mattina, e la duchessa leggeva con la lente a mano d'oro, ammirando le belle frasi che rammentavano la giovinezza di Dino sacrificata in santo olocausto alla patria, come un bel fiore del Carso reciso dal ferro nemico, perch quella morte era una morte di guerra e come tale non doveva essere pianta ma glorificata.
 Dice bene! Come dice bene!  affermava la duchessa, mentre la principessa di Celle faceva un viso arcigno a quell'esaltazione della guerra.
Ci fu la benedizione del cadavere, poi il vice-parroco entr dalla marchesa e gli portarono il caff. A poco a poco le due signore si misero a discorrere fra loro mentre la marchesa chiudeva gli occhi, stanca, e ogni tanto si riscoteva e involontariamente prestava l'orecchio ai discorsi delle due amiche.
 Un bravissimo giovane... di cuore...  diceva la duchessa, facendosi vento col giornale che le era rimasto in mano.
 E allora... presto?...  chiese la principessa.
 S, presto... Pensi, tre matrimoni in diciotto mesi, in tempo di guerra.
 Sono fidanzati?...  chiese la marchesa, appoggiandosi col gomito al guanciale.
 Ieri ci fu la domanda.  arrivato il padre dall'Albania.
Francesca, sulla porta, fece un piccolo cenno al vice-parroco che si alz.
 Che c'?...  grid la marchesa impallidendo.
 Nulla, nulla... Volevo domandare una cosa  disse Francesca.
Le due signore si scambiarono un'occhiata e ricominciarono a discorrere a voce bassa.
Intanto, nello studio, Federica si era fermata in mezzo a tutti quei fiori che le facevano ribrezzo. L'impiantito incerato era sparso di petali schiacciati e di foglie. Federica non osava entrare nella camera mortuaria; aveva orrore dello spettacolo che le si parerebbe dinanzi, aveva orrore di s. Si sentiva il cuore vuoto. Fece qualche passo, le parve che qualcuno la chiamasse, si ferm. Aspett ancora qualche momento.
Cioffi, che rimetteva in tasca il taccuino, la salut.
 Da quanto tempo non la vedevo!  stata sempre a Napoli?
 S, sempre  disse Federica.
 Che disgrazia eh? povero Dino!...
 Povero Dino!  fece Federica senza guardarlo, e Cioffi subito aggiunse, cambiando tono:  Ah! mi spieghi una cosa: ci deve essere un concorso ora all'Accademia di Belle Arti... Mi hanno mandato un articolo per il giornale...
Federica rispondeva a monosillabi. Non ascoltava. Fece ancora qualche passo verso la porta aperta. Dal punto dove si trovava si vedeva uno dei grossi candelieri dorati e la fiamma del cero, dritta e gialla, nella penombra. Si vedeva anche un angolo del letto. Veniva il mormorio cadenzato delle voci delle suore che pregavano.
Federica si fece forza, entr.
Da principio non le riusc di distinguere il viso di Dino nel candore del guanciale, poi le apparve a un tratto e non pot pi staccarne lo sguardo, come affascinata. Gli occhi del cadavere tendevano a riaprirsi e si vedeva fra le palpebre, il bianco verdastro della cornea. I tratti erano come di legno, di un pallore che dava al grigio. Le due mani s'incrociavano sul petto, tenendo un crocifisso. Il corpo spariva sotto alla coperta di damasco azzurro, cos consumato che non pareva fare alcun rilievo sul letto. Dalle labbra strette, a sinistra, usciva un sottilissimo filo di schiuma sanguigna.
Federica si ferm accanto al letto.  L'Arcangelo!  pens. Ebbe l'idea di chinarsi a baciare in fronte Dino, si guard intorno, fece un piccolo movimento ma fu respinta da quelle palpebre socchiuse, fra le quali s'intravedeva un biancore opaco e vischioso e da quell'odore molliccio e strano. Le sfugg un singhiozzo. Le suore smisero un momento di pregare tutt'e quattro, alzarono gli occhi, poi ricominciarono il loro mormorio cadenzato.  Signore, ricevi nella tua misericordia infinita l'anima di Dino.  Quel nome, in quel momento, fece ribrezzo a Federica. Si tapp la bocca col fazzoletto e scapp via, inorridita, urtando col piede in uno dei candelieri dorati che vacill. Federica mand un piccolo grido. Fuori, si riebbe. Il cuore le batteva forte forte.  Che orrore la morte, pens, che orrore!  Avrebbe voluto dimenticare quel che aveva veduto, e invece sentiva sempre l'impressione del piede che aveva urtato il candeliere dorato... L'arcangelo! Le prese un terrore retrospettivo che la ghiacciava, come se quella sera, a villa Lucia, si fosse data nelle braccia di un cadavere...
 Vuole un poco di liquore?  cos pallida!...  disse Cioffi che sorseggiava un bicchierino di Cognac.
 No, grazie.  Travers in fretta l'anticamera, si precipit per le scale, come se l'inseguissero. Sul portone si ferm: ebbe un piccolo respiro di sollievo... E la giornata afosa di agosto le parve meravigliosa.
All'angolo della strada s'incontr nel carro funebre a sei cavalli che saliva.
Il cadavere era stato chiuso nella bara. Onorato, ritto sull'uscio, irrigidito, aveva voluto presenziare alla triste cerimonia, come per saturarsi del suo dolore: ma ora gli era insopportabile di assistere a quello spettacolo, insopportabile di veder due uomini, in uniforme scuro, listato di rosso, avvicinarsi al letto, prendere il corpo di Dino, calarlo gi nella cassa aperta. Un piede del cadavere urt nel coperchio alzato. Poi si sent il rumore cupo del coperchio che cadeva.
Accanto a s Onorato sent piangere. Era Maria Antonia, entrata senza che egli l'avesse veduta, e che piangeva forte, in ginocchio. Ella alz verso di lui il viso tutto bagnato di lacrime e Onorato allora si accorse d'avere anche lui gli occhi umidi. Non lott pi contro la commozione che gli stringeva la gola.
Tutti quelli che si trovavano nella stanza accanto fecero ala al passaggio della bara.
Il corteo si form subito, con ordine.
C'era un plotone di soldati che apriva il corteo. Subito dopo il carro, che spariva sotto le ghirlande, camminava il comandante Orsengo con gli occhi rossi, che rappresentava la famiglia, insieme con due cugini alla lontana dei Valeri. Poi un grande stuolo di amici, che and via via diradandosi per la strada, sicch giunti allo Spirito Santo, dove si sciolse il corteo, ne rimanevano appena cinque o sei. Il comandante Orsengo, Onorato e don Lorenzo, in carrozza, andarono fino al camposanto.
XLV.
S'era agli ultimi di Agosto. Oreste Formisani giunse una mattina in automobile alla casetta di Sejano dove tutta la famiglia era istallata gi da una settimana. L'automobile era di piazza, presa per tutta la giornata. Insieme con Oreste ne discese un giovane in costume chiaro, con la cintura, un gran panama e la camicia senz'amido. Oreste era in divisa.
 Vieni, vieni,  disse Formisani introducendo l'amico su per le scale  vieni a vedere. Ora ti spiego le mie idee.
Luisa e Maria Antonia erano uscite con Gi-gi per andare sulla spiaggia a fare il bagno: c'erano in casa soltanto le due donne di servizio.
 Guarda qui,  disse Oreste, aprendo le imposte e uscendo sulla terrazza  qui si deve fabbricare un'altra stanza. Poi, alzando un muro, fare due locali terreni con due altre stanze superiori, e, davanti, una grande terrazza con balaustra di marmo, per godersi la veduta del mare. Poi fare il tetto e ricavare cos delle soffitte per la servit... Ti pare?...
Il giovane, un ingegnere certamente, scoteva il capo e faceva una smorfia senza rispondere.
Il vento di mare faceva sventolare la tenda nuova, a righe rosse e bianche, sulla terrazza dove erano due poltrone di vimini e un tavolino anche di vimini con un lavoro a maglia e un libro. Oreste prese il libro, ne guard la copertina e fece una spallucciata.  Versi! Figurati se ora sono tempi da leggere versi! Mia cognata sai? non si  maritata e...
Per le scale si sent la voce di Gi-gi che si incapricciava perch voleva portar su un gattino della contadina e il gattino scappava.
 Eccole!  fece Oreste, leggermente contrariato.
Luisa e Maria Antonia uscirono sulla terrazzina, tenendo per la mano Gi-gi che batteva i piedi ma che vedendo il padre con un altro signore stette zitto e si mise a guardare, incuriosito.
 L'ingegnere Maselli  disse Oreste, presentando. Il giovane levandosi il panama s'inchin.
 Ecco,  seguit Oreste senza pi darsi pensiero delle due donne  hai capito eh? su per gi quello che voglio fare. Ridurre questa casetta di campagna una villetta elegante... Poi ci faremo un giardino inglese.... una fontana... un chiosco... Una cosa carina insomma, capisci?  L'ingegnere assentiva col capo, senza pronunziarsi.  Vieni a vedere le altre stanze  disse Oreste, passando avanti mentre l'ingegnere, che aveva tirato fuori un taccuino e un lapis, lo seguiva, sempre con quella smorfia di disprezzo sulla bocca.
 Ma che vuol fare Oreste?  chiese Maria Antonia quando i due uomini furono andati via.
  un pezzo che gli gira in capo quest'idea di accomodare la casa  disse Luisa.
Maria Antonia si sent stringere il cuore. Gi vedeva i muratori invadere la casetta, distruggere la solitudine e il silenzio, profanare le care stanze piene di echi e di ricordi, la terrazzina, le sue serate tranquille. Le pareva che, rifacendo la casa, la luna non sarebbe pi venuta a rischiararla con la sua luce opaca e triste, n le stelle avrebbero pi scintillato con la stessa purezza sul cielo di estate, n il mare pi sarebbe stato lo stesso, n gli ulivi, n nulla. Era tutto quel suo rifugio che spariva, quel piccolo lembo che rimaneva del suo grande mondo di una volta. Non le venne neppur l'idea che met della casa era sua e che su quella met Oreste non aveva nessun diritto.
Di gi si sentivano le voci dei due uomini, dietro la casa. Dopo un quarto d'ora risalirono. Oreste aveva perduto un po' del suo entusiasmo e l'ingegnere allineava cifre sul taccuino.
 Ecco, vedi, a dirti la verit non ti torna conto. Cos, a occhio e croce, ti ci vorranno quarantacinque o cinquantamila lire a fare quello che dici. Ci vogliono i pavimenti  l'ingegnere batteva col piede calzato di scarpe bianche e di calzini di seta turchina sui poveri mattoni di creta sconnessi e rotti in pi punti  bisogna rifare le imposte  e accennava gli scuretti all'antica, rozzamente dipinti  insomma, cominciar da capo. E ora i materiali sono carissimi e la mano d'opera sale ai cieli. Non ti torna conto. Piuttosto, senti un mio consiglio: lascia stare questa vecchia bicocca...  Luisa evit di guardare Maria Antonia  e ti trover io un suolo a Bellavista, per esempio... e costruiremo un villino moderno, con tutti i comodi... un vero gioiello. Ti coster poco pi che a rifare questa casa qui. Un villino in cemento armato, con un bel giardinetto, coi pavimenti di marmetti, le porte di pitch-pine, bagno di marmo... un gioiello, ti dico. Ti far vedere il disegno.
Oreste si faceva sedurre a poco a poco, si grattava l'orecchio, guardava ora la moglie, ora l'ingegnere, ora le pareti della stanzetta da pranzo, dove si trovavano, date a calce, con larghe chiazze di umido che sfumavano in verdognolo e in color ruggine.
 E fra quanto tempo si potrebbe abitare?...  disse finalmente Oreste, gi convinto pi che a met.
 Oh! fra un anno... E poi ti troveresti in un posto pieno di villeggianti, dove tutto  comodo e facile, su di una strada lastricata, a due passi da caff, da circoli dove si balla tutte le sere... Insomma, in un posto civile.
Anche Luisa cominciava piano piano a essere meno ostile. Lei ed Oreste si scambiarono un'occhiata dove c'era da parte di lei un rifiuto molle, da parte di lui un allegro entusiasmo, una soddisfazione convinta.
 Bene, bene, ne riparleremo. Domani verr al tuo studio. La mattina ti trovo?
 S, fino a mezzogiorno  disse l'ingegnere, riponendo in tasca il taccuino e il lapis.
 Restate a pranzo?  chiese Luisa a Oreste, a mezza voce.
 No, no, dobbiamo tornar subito a Napoli, ma io verr stasera a ora di cena, con l'automobile. Mi raccomando, non mi fate scappare il falco  disse forte Oreste.
 Ma non sarebbe meglio farlo volar via?  disse Luisa.  Tanto, non mangia. Morir.
 No, no, lasciatelo stare. Si abituer alla gabbia... e se muore, pazienza!  replic Oreste con una spallucciata. Pizzic la gota di Gi-gi, carezz senza parere il braccio nudo di Luisa, fece un cenno di saluto con la mano a Maria Antonia e scapp gi correndo, seguito dall'ingegnere che posava con precauzione le sue scarpe bianche sugli scalini sbocconcellati della scala. Dopo poco si sent il rumore dell'automobile che si allontanava sulla strada piena di sole.
Maria Antonia mand un respiro e le parve di rientrare in possesso della sua piccola casa, come dopo un'invasione di soldati nemici e barbari: ma, come dopo un'invasione, qualche cosa di degradato rimaneva fra le mura tranquille che avevano corso il pericolo di essere irrimediabilmente deturpate: una certa misteriosa profanazione, un pudore intimamente violato, qualcosa che somigliava alla fuga di uno stormo di uccelli che non si sente pi al sicuro in una boscaglia intricata e recondita, dove tutt'a un tratto ha echeggiato un colpo di fucile.
Con Luisa non scambi una parola e se ne and in camera sua. Le era rimasto dentro qualcosa di ostile verso le gente; verso il cognato che teneva in gabbia un povero falco venuto a cadere per caso nella rete dei fringuelli; verso quell'ingegnere che aveva chiamato bicocca la vecchia casa che nei suoi ricordi infantili le pareva sacra. E mista a quell'ostilit sorda provava quella sensazione, che ora le prendeva spesso, di noia senza tormento, una noia sciapita e rassegnata.  Perch dovrebbe essere diversamente?  pensava.  Non merito meglio di questo.  il mio elemento naturale. Per uscire da questa palude stagnante, per giungere a uno stato di grazia, bisognerebbe che fossi un'altra. E non sono. Sono io.  Le pareva di non voler pi bene a Luisa, di non voler pi bene neanche a Gi-gi. Pens ad un altro, ma il pensiero le cadde gi senza forza.
Era l'ora canicolare. Gi-gi dormiva nel suo lettuccio, sotto la zanzariera: anche Luisa, dopo pranzo, s'era addormentata sulla poltrona. Maria Antonia scese gi e se ne and nel boschetto di ulivi, sola. Il caldo le era insopportabile in casa, ma fuori non soffriva di quell'aria infocata: il sole e la brezza che veniva dal mare avvivavano l'inerzia dell'atmosfera. Il mare era d'un turchino metallico, come dell'acciaio fuso. La luce era cos forte che a momenti pareva che una cappa pesasse sul cielo e l'oscurasse di subito perch gli occhi abbagliati non la potevano sopportare. Fra gli ulivi ronzavano le vespe e i calabroni. Si sentiva lo stridio monotono delle cicale che sembrava venire insieme da mille punti diversi: ogni tanto, improvvisamente, come per un accordo, le cicale tacevano e per un momento gli orecchi assorbivano in silenzio: poi lo stridio ricominciava, assordante.
Maria Antonia si sedette in un punto che le era familiare, dove uno scoglio roccioso formava un sedile naturale: aveva la testa all'ombra, e i piedi le rimanevano nel sole. Nella terra arida passavano le formiche, in una lunga fila nera.
Maria Antonia sentiva un disgusto insopportabile di s e non provava pace neppure nel pensiero della morte. Nelle sue ore serene la morte le appariva come la fine di una bella giornata, quando il cielo a poco a poco da azzurro diventa nero e la degradazione  cos lenta che non ci se ne accorge: ma ora no, ora la morte le appariva come un fatto stupido e brutale. Pure le pareva che sarebbe stato meglio morire piuttosto che andare avanti cos, invecchiare cos... Ma neppure di morire si sentiva la forza. Capiva che se avesse avuto la forza di uccidersi non l'avrebbe trattenuta il pensiero di quelli che restavano; di Luisa, di Gi-gi... di quell'altro. Si sentiva terribilmente egoista. Anche il mare, con quel colore duro e metallico le parve ostile. E non aveva voglia di piangere. Piangere perch?...
Tutt'a un tratto si sentirono sulla strada i sonagli del cavallo di una carrozzella di campagna.  Sar lui!  pens Maria Antonia e, bench fosse sola, si sent avvampare il viso: poi subito disse: Non verr e si volle persuadere che anche la sua visita non le farebbe piacere. Oramai perfino quella sua follia era sepolta, dimenticata... Il cavallo pass oltre; non si udirono pi i sonagli. Le cicale stridevano in quella sonnolenza dell'ora meridiana. Maria Antonia chiuse gli occhi. Eppure se la carrozzella si fosse fermata, se qualcuno ne fosse sceso... Ma non s'era fermata.
Cos, con gli occhi chiusi, quasi in un dormiveglia, le parve che qualcuno camminasse fra gli ulivi: sentiva i sassolini cadere sotto i passi, per il viottolo scosceso... Ma si ostinava a restare con gli occhi chiusi. Le pareva di star cos da tanto tempo, tanto tempo... Ma involontariamente tendeva l'orecchio. Certo qualcuno si avvicinava. Il cane abbai.
 Non pu esser lui  pens Maria Antonia eppure, svogliatamente, apr gli occhi.
A dieci passi, Onorato, che si era levato il berretto e si avvicinava, con la testa nel sole, asciugandosi la fronte col fazzoletto, le parve un essere irreale. Batt le palpebre, si alz in piedi. Una fogliolina d'ulivo gi secca le si era attaccata al vestito: la tolse e intanto pensava: No, neppure la sua visita mi pu far pi piacere.
Si salutarono, dandosi la mano.
 Sa che non riuscivo pi a trovar la sua casa?  disse Onorato.  Sono arrivato fin laggi...
 Vuole che andiamo dentro?
 No, restiamo qui.
Il cane, nel cortiletto, seguitava ad abbaiare.
Onorato si accomod anche lui sulla sporgenza dello scoglio, accanto a Maria Antonia. Ella lo vide invecchiato, stanco, con gli occhi infossati, con una rete di piccole rughe alle tempie: il suo primo sentimento fu di piet, e in quel sentimento le parve di trovare una dolcezza grande, una quiete che non le faceva pi avvertire il turbamento della sua presenza.
 Lei ha molto sofferto.
 S, molto  disse brevemente Onorato.
 Lo pensavo. Avrei voluto esserle vicina.
 Vede che sono venuto da lei.
Furono poche parole, ma bastarono a trasformare completamente lo stato d'animo di Maria Antonia. La noia fuggiva via come la nebbia mattutina quando sorge il sole. Prov una subita simpatia per i tronchi degli ulivi, per il mare che le era parso cos ostile un momento prima, per il cane che abbaiava, per la lunga fila nera delle formiche.
Non parlarono di Dino. Ma tutt'e due lo sentirono presente fra loro: Onorato parl degli esami, disse che era stanco.
 Non sono pi abituato a questo genere di fatiche. Ho bisogno di esercitare i muscoli.
 Ha fretta di ripartire?
 S, ho fretta.
 E chi sa quando ritorner?
 Chi sa?
Stettero un poco in silenzio.
Le cicale stridevano, stridevano e, fra gli ulivi, il mare appariva plumbeo sotto il fuoco dell'aria.
 Sa? Il terribile  quando il dolore vuole entrare dentro di noi e lotta, lotta... Quando  entrato  magari bello.
Pareva che quelle parole non avessero nulla a vedere con quel che avevano detto prima, ma Maria Antonia comprese, assent col capo, lentamente. S, non era al dolore che lei si ribellava, era alla mancanza di gioia.
  perci,  prosegu Onorato  che dobbiamo vedere la vita sotto la sua apparenza tragica. Soltanto la tragedia ci pu soddisfare. E ognuno di noi porta in s la sua tragedia che spesso non conosciamo, che scambiamo coi miseri avvenimenti quotidiani... Ieri, oggi la tragedia  l pronta in noi... la meravigliosa tragedia...
Poi parlarono di Sara.
 Ha voluto distruggere tutto quello che avevamo in comune. Che accadr ora? Alla fine della guerra che sar di lei?
 Le sue lettere sono molto tranquille  disse Maria Antonia.
  tranquillit vera? Non lo so. Sento a volte uno scrupolo: avrei dovuto forzare la consegna, entrare violentemente nella sua intimit. Non me ne sono sentito il coraggio.  una delle mie tante vilt...
Una finestra si apr su nella casetta: era Luisa forse che si era svegliata. Maria Antonia si alz di scatto.
 Vuole che camminiamo un poco? Non ha paura del caldo?
 No, del caldo no.
Ella si avvi innanzi, fra gli ulivi che sporgevano verso il mare i loro tronchi nodosi; egli seguiva, e la terra arida si sfarinava sotto i loro passi. Maria Antonia evitava di alzar gli occhi verso la finestra dove le tende bianche si gonfiavano alla brezza del mare. Giunsero a una specie di piccola terrazza, quasi a picco sulla scogliera. Un muretto la cingeva. Da una parte c'era una grossa gabbia di ferro, e dentro, un falco giovane, rannicchiato nel fondo. Dei pezzi di carne cruda pendevano alle sbarre della gabbia. Quando essi si avvicinarono il falco scosse un poco le ali, alz la testa e li fiss un momento coi suoi occhi grifagni e penetranti, tutti pieni di un dolore selvaggio e disperato.
 Perch sta qui?  chiese Onorato.
 Lo acchiapparono l'altra sera i contadini  disse Maria Antonia.  Era venuto a impigliarsi nella rete che tendono per gli uccelli. Mio cognato l'ha voluto mettere in gabbia, ma non mangia... Abbiamo provato in tutti i modi a farlo mangiare. Non vuole. Morir. E Oreste ha proibito che si lasci andare.
Il falco aveva di nuovo nascosto sotto l'ala la testa indebolita dal digiuno, in un atteggiamento sdegnoso e profondamente triste.
 Peccato! Povera bestia!
 Povera bestia!  orribile pensare a questa agonia... Stanotte non mi riusciva di dormire con l'idea che c' qui un essere vivente, destinato a morire per forza... Chi sa quanti altri giorni durer! Vorrei che morisse subito.
Il falco distese le ali, spicc un salto, si aggrapp con gli artigli ai ferri della gabbia e li morse rabbiosamente: poi ricadde spossato, tutto un mucchio di penne arruffate.
Una immensa tristezza pareva diffondersi intorno, fra quegli ulivi, fra quei sentieri scoscesi, e giungere fino al mare, fino al cielo. Quel povero essere prigioniero e disperato, che si dibatteva fra i ferri della gabbia, ostinato a morire di fame, faceva ribrezzo e piet, pi ribrezzo forse che piet.
 Andiamocene,  disse Maria Antonia.
Ma da lontano sentirono di nuovo le ali del falco battere contro i ferri della gabbia, in uno sforzo impotente: e per un pezzo le sentirono, mentre se ne andavano per un viottolo pi ombroso, che scendeva verso il mare. Quando non si sentirono pi, Maria Antonia fu sollevata: ma aveva gli occhi pieni di lacrime.
 Sono sciocca, eh?  disse come per scusarsi, ma guardando Onorato senza vergogna.
 Cara sciocca!  fece Onorato con un piccolo sorriso.  Io potrei fare tante confessioni alla mia piccola cara sciocca!... Dirle quanto mi senta pi vicino a quel falco che a tanti uomini. E non soltanto a quel falco, ma a questi tronchi di ulivi, a questi scogli... Quante lontane e misteriose parentele sento in me! Ma per riconoscere questi nostri favolosi antenati, dobbiamo sottrarci a tutto quello che ci ha tessuto intorno la vita quotidiana, rinunziare al nostro stato civile... In altri tempi avrei forse avuto il desiderio di andarmene in una trappa... Ora no, ora neppur questo mi basterebbe. Mi pare che l'Europa oramai sia troppo piccola per noi... Forse l'Asia, chi sa? con la sua saggezza, serena di tutta la sua antichit, con quel suo senso di fraternit vegetale... L'Asia solenne, immensa, infantile... Le nostre menti occidentali sono prese dalla vertigine innanzi all'infinito e tentano porre i limiti delle religioni, delle morali... L'Asia non ha limiti.
Di nuovo si fermarono insieme sotto a un gruppo folto di ulivi. Come il sole penetrava meno l sotto, l'erba verde, non ancora bruciata dal caldo, in quell'afa soffocante, pareva un'oasi. Maria Antonia, seduta in terra, aveva posato una mano sull'erba. Senz'accorgersene, egli pos la mano sulla mano sua. Rimasero cos. Ella non osava togliere la sua mano, non sapendo se Onorato si fosse avvisto di aver posato la sua sulla mano di lei. Temeva, movendosi, di fargliene accorgere, e anche temeva di perdere il piacere che le dava il contatto di quella mano sulla sua. Provava una tristezza acuta ora, ma non pi la noia morta di poco prima. Tristezza per il falco che moriva di fame in gabbia? Tristezza per s? Tristezza per la separazione imminente, che adesso le pareva anche pi dura? Ebbe ancora la sensazione che tutta l'aria si oscurasse e chiuse gli occhi abbagliati di luce. Li riapr quasi subito. Voleva parlare perch quel silenzio l'opprimeva, ma tutte le parole le sembravano inutili e vuote. A un tratto sent una pienezza di vita, una gioia senza motivo, come se tutta l'anima le traboccasse di fuori...
 Quante cose vorrei dire alla mia piccola sciocca  disse Onorato, e questa volta Maria Antonia fu quasi sicura di avvertire la pressione delle dita di lui sulle sue.  Ci vorrebbero giorni e giorni per dire tutto, ma che giorni? anni... A volte, sa? mi figuro di averla con me, lass... Ho una camera che d in un giardino tutto incolto, dove c' una grande fontana verde di muschio... Acqua non ce n' pi, e invece la vasca  tutta piena di piante che si arrampicano, che si arrampicano, che scappano da tutte le parti... Io me ne sto a guardare quella fontana senz'acqua e mi sembra di parlare con qualcuno... questo qualcuno a volte  lei. Non pu credere quanti discorsi facciamo, la mattina, appena schiarato giorno...
 Davvero?  fece lei, alzando verso Onorato il suo viso che aveva preso un'espressione di estasi, quell'espressione che faceva dire a Michelangelo che tutti i visi sono belli quando si volgono al cielo.
 Davvero. La mia piccola sciocca non lo crede?  Le dita afferrarono la mano che era posata a terra e che si lasci prendere senza resistenza.  Io invece l'ho creduta subito quando m'ha detto che avrebbe voluto essermi vicina in questi giorni. L'ho sentita con me. E mi fu tanto caro vederla l, quel giorno... dal povero Dino...
Quel nome pass fra loro solenne e pieno di tenerezza.
 Lei ha capito che per me  stato un grande dolore... e forse ha capito quello che nessuno sa: che  anche un grande rimorso.
 Rimorso?...  disse Maria Antonia, che intuiva e non voleva parere d'intuire.
 S... e ho proprio bisogno di qualcuno che mi aiuti a sopportare questo segreto. Non  di quei segreti che si rivelano... Ma lei cap, quella sera... perch il giorno dopo venne... si ricorda?
Se si ricordava!
 E mi assolve? dica, mi pu assolvere lei di questo grande delitto?... Non solo verso quel povero ragazzo ma verso la verit?...
Ella si strinse sul petto la mano di lui in un gesto di tenerezza appassionata.
 Chi di noi pu essere assolto?... Posso forse aiutarla un poco a sopportare...
Egli si chin piano piano e questa volta fu lui che appoggi la testa sulla spalla di Maria Antonia. Ella rimase immobile, sostenendo il caro peso, invasa da un senso inesprimibile di dolcezza e di responsabilit come se il segreto che oramai avevano in comune creasse fra loro una complicit misteriosa. Ella lo sentiva pi vicino a s, quasi diminuito da quella confessione, lo sentiva pi suo in quella sua stessa umiliazione dolorosa. Con un braccio egli le cinse la vita e, rialzando il capo, la guard seriamente, tristemente: poi con un gesto lento le loro labbra si avvicinarono e il bacio fu austero e breve. Quando si separarono avevano tutt'e due negli occhi qualcosa di grave: non era una promessa e nemmeno una speranza, ma pure era qualcosa d'irrevocabile.
XLVI.
Nell'ottobre Elena Casamartana spos il principe Wlarova. II matrimonio si fece chetamente e quasi nessuno ne seppe nulla. Si davano varie versioni sul motivo di quel matrimonio fatto come di nascosto. La verit era che non fu possibile ottenere dalla Santa Sede il permesso di celebrare con pompa, in chiesa, il matrimonio con uno scismatico, e gli sposi dovettero contentarsi di una benedizione in sagrestia, impartita da un sacerdote non rivestito dei paramenti sacri. La duchessa non se ne sapeva dar pace. Era andata a Roma, aveva messo di mezzo alla cosa il duca di San Marzio che ne aveva scritto a un cardinale suo parente, si era ricorso fino all'autorit di un ministro che aveva avuto in segreto un colloquio con un alto personaggio del Vaticano, ma tutto era stato inutile. La Santa Sede era stata irremovibile.
 Ah! questo il Papa non me lo doveva fare!  smaniava la duchessa.  Una famiglia cattolica come la nostra! Che ha avuto nove cardinali e un Gran Maestro dell'Ordine di Malta! Avere questa vergogna! Che una mia figlia debba sposare in sagrestia, vestita da viaggio, come per una fuga!
All'ultimo, in disperazione di causa, era ricorso alla Madonna di Pompei e aveva fatto fare una novena dalle orfanelle dell'Ospizio: ma anche questo mezzo fall. Il desiderato telegramma da Roma con l'assenso del Papa non giunse, e bisogn preparare tutto per il matrimonio in fretta e in furia, senza inviti, senza confetti, senza abito bianco. Soltanto, la sera del matrimonio civile, ci fu un pranzo coi parenti pi prossimi, i testimoni e pochissimi amici. All'ultimo momento, mancando uno zio che aveva saputo del divieto del Papa e non aveva voluto intervenire, era stato invitato Oreste Formisani. Il pranzo fu a piccole tavole, tutte coperte di rose bianche: c'erano trenta persone. La sposa era deliziosa in un magnifico vestito di crespo d'un celeste pallidissimo. Sulla scollatura luccicavano grossi brillanti montati uno a uno, come gocce di rugiada, che apparivano e sparivano fra le pieghe morbide della stoffa. Anche fra i capelli luccicavano dei brillanti: pareva una polvere di luce iridescente.
 Capisci?  diceva Elena a una giovane cugina che lodava la sua acconciatura,  il filo di brillanti oramai  una cosa banale. Ho pensato di farli montare cos.  originale, vero?
 Che buona idea!  rispondeva la giovane cugina, ammirata.  Mi piacerebbe tanto di far montare cos anche i miei! Ma in casa non mi permetterebbero mai di smontare i brillanti del filo.
Donna Carolina Galluccio diceva all'orecchio di un'altra cugina dei Casamartana, vecchia questa, invitata perch non se ne poteva fare di meno ma che, vivendo appartata, ignorava tutto lo scandalo che aveva suscitato quel matrimonio e chiedeva perch non si celebrassero le nozze solennemente, come si era fatto per Camilla e per Margherita:  Il motivo ufficiale  che la madre dello sposo  ammalata e perci non si fanno inviti, ma il fatto  che il Papa non ha dato il permesso del matrimonio in pompa... Si devono contentare di una benedizione in sagrestia.
 Davvero?  faceva la vecchia cugina, sgranando tanto d'occhi.  E la madre permette?...
 Che volete? La duchessa ha fatto fare tante novene, dire tante messe... Ma il Papa non ha voluto cedere.
 E la madre dello sposo... dov'?
 In Albania. Figuratevi: porta il viso velato.  musulmana.
 Ges! Ges! Ges!  faceva la vecchia cugina, sempre pi scandalizzata.  Ma dunque questo giovanotto potrebbe sposare altre tre mogli?...
 No, no: lui  greco-scismatico.
La duchessa, dopo esser passata di gruppo in gruppo, mentre nel salone si serviva il caff e i liquori, e aver annunziato a tutti con un sorriso che la principessa Wlarova era ammalata e perci era necessario sopprimere ogni specie di festa, si era appartata in un canto col duca di San Marzio e gli diceva in tono concitato, facendo, con un movimento secco del capo, sprigionare scintillii azzurri e rossi dagli enormi solitari che aveva agli orecchi:  Capite, duca mio, che questa mortificazione non me la meritavo. Se fosse stato un turco, lo avrei ammesso; ma i greco-scismatici; insomma, credono come noi: non c' nessuna differenza. Appena qualche piccola modalit del rito... cose da nulla...
 Eh! Eh!  faceva il duca, scotendo la testa bianca, non proprio da nulla, duchessa...
 Ma s! Alla Madonna ci credono, ai Santi ci credono... e dunque? Che cosa diranno le mie amiche! Capite,  troppo doloroso...
Il duca si stringeva nelle spalle.  Forse... si sarebbe dovuto pensarci prima...
 E chi si poteva aspettare una cosa simile da Roma? Non me ne consoler mai, mai. Figuratevi che l'altro giorno Monsignore mi fece dire che attendeva il mio invito per venire a benedire il matrimonio, come aveva fatto per Camilla e per Margherita. E lui sapeva benissimo che da Roma era venuto il divieto. Me lo fece per dispetto... Un vescovo!...
 Mamm, calmati... Tutti ti guardano  disse in fretta Margherita, passando accanto alla madre. Ella conduceva nel salone da ballo Oreste Formisani a vedere i due grandi ritratti di famiglia, di scuola veneziana. Era bellissima quella sera, in rosa, un po' troppo dipinta, ma bellissima. Pareva una grande rosa di carne, allora allora sbocciata. Quei pochi mesi di matrimonio avevano dato alla sua bellezza un risalto straordinario. Il marchese Alberoni invece pareva invecchiato di dieci anni, giallo giallo. Guardava con diffidenza una finestra socchiusa dalla quale penetrava un filo d'aria un po' troppo fresca. Passeggiava solo solo fra la gente, con le spalle un po' curve, silenzioso. Il frack sembrava essergli diventato troppo largo.
Il grande salone era deserto.
 Sono della scuola del Tintoretto  disse Margherita indicando a Formisani i due ritratti che stavano sulla parete di faccia, illuminati in pieno dai due grandi lampadar di cristallo sfaccettato, a pendeloques. Il salone, vuoto e solenne, col suo impiantito dato a cera, sul quale si sdrucciolava, incuteva una certa timidezza a Oreste. Egli finse di ammirare molto i due ritratti, tirandosi un po' indietro, ma invece ammirava le magnifiche spalle di Margherita, che uscivano raggianti di bianchezza dall'ardita scollatura del vestito. Margherita si volt a un tratto e vide gli occhi di Oreste fissi sulle sue spalle: egli si mise subito a guardare i ritratti.
 Belli, eh?
 Meravigliosi  disse Oreste.  Quello a destra, specialmente, con la toga...
 Un doge di Genova... Noi siamo oriundi genovesi. Io sono tornata, sposando, alla mia patria di origine.  Margherita sorrise e fra quelle labbra troppo rosse i denti umidi e bianchi come mandorle fresche erano davvero deliziosi. Oreste rimase abbagliato.
 Senta,  disse Margherita, avviandosi verso uno dei divani a muro che circondavano la sala, alzati su di uno scalino di legno che correva in giro in giro, e tirandosi dietro Oreste.  Io volevo anche chiederle una informazione... molto delicata...  Il fruscio del vestito di grossa seta rosa parve a Oreste una musica affascinante, e si sedette accanto a Margherita, attorcigliando un po' nervosamente i guanti bianchi che teneva in mano. Margherita gli si chin quasi all'orecchio, e lo scollo del vestito cedette leggermente sicch s'intravide un confuso splendore di carni giovani. Oreste si turb un poco, e intanto pensava se accavalcando una gamba sull'altra avrebbe avuto un'apparenza disinvolta ed elegante o se quella mossa poteva parere troppo familiare.
 Si tratta,  proseguiva Margherita  di un giovane, figlio di un grande industriale siciliano...  e disse il nome.  Mi premerebbe sapere la sua vera posizione finanziaria. Si parla di molti milioni... ma a volte si esagera. Volevo sapere da lei la verit... perch, capisce?  per una cosa molto importante...
 Un matrimonio forse?  disse Oreste sorridendo, e intanto si decideva a mettere una gamba sull'altra.
 Forse... E prima di qualunque passo dobbiamo sapere precisamente la posizione della famiglia. Perci ho pensato a lei...
 Difatti,  un mio amico  disse Oreste con tono d'importanza.  Per le dir assolutamente la verit. La fortuna  immensa...
 Ah!  fece Margherita con aria soddisfatta.
 Come sia stata fatta questa fortuna... lasciamo andare.
 Lasciamo andare...  ripet Margherita sorridendo.  Non bisogna essere troppo curiosi.
 Ma i milioni ci sono. Posso assicurarla che, soltanto con le forniture di guerra, il padre, in questi due anni, ha guadagnato quattordici milioni.
 Quattordici milioni!  ripet Margherita facendosi seria. Purtroppo ora bisogna pensare alla fortuna. Soltanto per vestirsi...
 Una bella donna ha diritto a tutte le pi splendide cose che la terra pu dare  disse Oreste facendosi ardito e guardando Margherita negli occhi.
 Eh! ma le splendide cose costano tanto!...
 E che cosa pu costare troppo per adornare una donna che si ama?  come un culto religioso, di una religione di bellezza...  I guanti erano diventati una funicella attorcigliata.
 Non sciupi cos quel povero paio di guanti.
Tutt'e due risero. Margherita si tir su il vestito che le scivolava dalle spalle.
 Perch si tira su quel vestito? Sta tanto bene cos!...
Margherita ebbe un'altra piccola risata un po' imbarazzata. Sull'uscio compariva il marchese Alberoni, strascicando un po' la gamba sinistra.
Margherita si alz lentamente, e Oreste Formisani si sent avvolgere tutto in un leggero profumo, in un'onda calda, piena di una sottile e penetrante ebbrezza. Si alz anche lui, mentre Margherita, accomodandosi le pieghe del vestito, gli diceva con un'altra occhiata dei suoi magnifici occhi luminosi: E se potr avere altre informazioni... me le porti.
Il marchese Alberoni si avvicin alla moglie dicendole piano qualche cosa, e tutt'e due, senza pi preoccuparsi di Oreste, sparirono dalla porta, guarnita di ampie portiere di raso, mentre Oreste li seguiva piano piano, provando per tutta la persona un benessere piacevole e soddisfatto. Era il ricordo dello Champagne bevuto, del pranzo elegantissimo, dei cristalli, degli argenti, dei fiori, delle spalle nude delle signore, degli occhi di Margherita, di quelle dovizie del seno vagamente intravvedute? Era tutto questo insieme, e pi di tutto un senso di orgoglio, di amor proprio lusingato: la beatitudine dell'uomo che sente di aver fatto un passo avanti e che questo passo  dovuto alla sua abilit ed  soltanto il primo scalino di una lunghissima scala che  sicuro di poter salire tutta con la stessa facilit con cui ha salito quel primo scalino.
Quando, circa due ore dopo, egli usc dal palazzo Casamartana e si avvi in carrozzella a via dei Mille, gli parve di lasciare dietro di s un mondo fantastico, verso il quale aspirava con tutte le sue forze e che prometteva a s stesso di conquistare, a qualunque prezzo.
Le scale, di marmo ma strette e disadorne, di casa sua gli diedero la prima impressione di un contrasto penoso fra le cose che lasciava e quelle alle quali andava incontro. Apr la porta con la chiave che aveva in tasca. Nella saletta d'entrata, in un canto, c'era un cavalluccio rotto di Gi-gi e, da una parte, una fila di paia di scarpe messe l perch la donna di servizio le pulisse la mattina.
Si diresse in camera sua. Luisa dormiva ma, sentendo il suo passo, apr gli occhi e si mise a sedere nel letto. Egli not che essa aveva i capelli attorcigliati con pezzetti di carta e che teneva avvolto intorno al collo uno scialletto di lana rossa, un po' stinto. Ne prov un'impressione di fastidio.
 Dunque? com' andata? Era buono il pranzo?  chiese Luisa, parlando sottovoce per non destare Gi-gi che dormiva nel suo lettino, accanto al letto matrimoniale. Tutta la sera era stata agitata da questi due contrar sentimenti: la mortificazione di non esser stata invitata lei e il piacere che fosse stato invitato il marito.
Oreste fece una spallucciata. Come se il pranzo in s avesse importanza! Tutta la serata gli era parsa una cosa meravigliosa, ma neppure verso la moglie volle convenire della sua ammirazione.
 Eh! come tutti i pranzi.
 I vestiti delle signore erano belli? racconta.
 Non ci ho badato. Belli, s, mi pare...
 Molti gioielli?... di'...
 S, naturalmente.
 E la sposa?
 Stava benissimo...  molto bella: tutt'e quattro le sorelle sono belle.
Oreste si cominci a spogliare, seguitando a rispondere distrattamente a Luisa. Nel posare sulla toilette i guanti tutti attorcigliati gli si ripresent vivissima all'immaginazione la sala da ballo, illuminata e vuota, gli specchi, i due ritratti veneziani, i lampadar antichi a pendeloques di cristallo, i divani lungo le pareti, e si rivide seduto accanto a Margherita... Di nuovo si sent avvolgere in un'ondata calda, come se ella fosse ancora l, accosto a lui, e si sent addosso quel profumo leggero e penetrante.... Era verbena? Era ambra?...
 E tu accanto a chi eri seduto?  riprendeva a chiedere Luisa.
 A una vecchia signora, una parente...  E Oreste, con un po' d'impazienza, si levava di tasca il portasigarette d'argento e lo posava sulla toilette, pensando che doveva assolutamente comprarsi un portasigarette d'oro, con le piccole cifre in brillantini, come l'aveva veduto al conte Germani.
 Ma raccontami qualche altra cosa  insist Luisa.
 Che cosa vuoi che ti racconti? Non far domande sciocche.
 Non alzar la voce: Gi-gi si sveglia.
Oreste s'era finito di spogliare e, passando con stento nello spazio stretto fra il lettino di Gi-gi e il letto matrimoniale, s'infil sotto le coperte, facendo scricchiolare l'ossatura del letto. Provava, senza saper perch, un certo dispetto verso Luisa, verso quei ricciolini avvolti nelle carte, verso quello scialletto rosso stinto. Gli pareva che le lenzuola avessero odore di sapone ordinario. Chiuse gli occhi. Di nuovo vide i due lampadar che rifrangevano la luce nelle sfaccettature del cristallo, piene d'iridi. Un senso confuso di piacere gli vibr per tutta la persona. Si mise supino, stese le gambe, incontr un piede di Luisa. Allora si volt verso di lei, la tir bruscamente a s.
 Che vuoi? Lasciami stare  disse indolentemente Luisa che aveva voglia di dormire. Ma Oreste la stringeva sempre pi. Rivedeva il vestito rosa, la vita troppo scollata che cadeva gi da una spalla... Strapp via lo scialletto rosso.
 Lasciami stare, mi fa male la gola  disse sempre pi mollemente Luisa, mentre le mani di Oreste le brancicavano il seno gi sfiorito.
XLVII.
I giorni della fine di Ottobre, cos tristi per tutti, erano stati tristissimi per Onorato Aldinelli. Egli stesso non si sarebbe creduto capace di soffrir tanto della disfatta, di sentire cos vivamente il rimbombo delle cannonate austriache dietro i reggimenti italiani in ritirata verso il Tagliamento: aveva provato un'angoscia straziante, come a sapere una persona cara in fin di vita. L'idea di patria gli era stata sempre un po' vaga, nascosta dietro a quell'altra idea di umanit, ma ora sentiva un tormento quasi fisico al pensiero della rotta, della nostra cavalleria immolata per proteggere la ritirata del grosso delle truppe, delle popolazioni in fuga, dei depositi in fiamme, dei campi devastati: tutte queste immagini gli si facevano vive e torturanti e provava un'ansiet che lo divorava pensando che l'esercito non aveva ancora raggiunto le posizioni sulle quali si poteva sperare che si sarebbe mantenuto. Non dormiva, non mangiava, si sentiva struggere tanto pi ferocemente in quanto che, trovandosi nel Trentino e non potendo abbandonare il suo posto, era condannato a un'inerzia forzata. Fortunatamente la natura stessa gli provoc una crisi: fu preso dalla febbre e il male fisico gli calm un poco la tortura morale. Per non si diede per vinto: con la febbre a 38 si alz, fece il suo solito servizio, come se nulla fosse; soltanto era pi burbero coi soldati, s'impazientiva. A volte, sentendo di non poter pi tenere i nervi a posto, si chiudeva in camera per ore, oppure passeggiava in su e in gi in quel giardinetto del quale aveva parlato a Maria Antonia, e quando giungeva davanti alla vasca senz'acqua, che l'autunno faceva ancora pi verde di muschio e sulla quale cadevano le foglie secche degli alberi, si fermava e lo assalivano i pensieri pi tristi. Curioso! Era sempre l'immagine di Dino che gli si ripresentava davanti e sempre con quello sguardo pieno di stupore e di rimprovero... Poi l'immagine si perdeva in tutte le immagini terribili del disastro presente.
Ricominci i voli. Sotto l'eccitazione della febbre che sempre lo tormentava con uno strascico di decimi che non volevano finire, si spingeva ad arditezze folli. L'idea del suicidio gli balenava pi volte come una tentazione, ma la respingeva. Pensava: Chi sa se mi dureranno le forze per respingerla ancora? e si diceva che se gli fosse accaduta una disgrazia, senza che la sua volont vi entrasse per nulla, sarebbe quella la conclusione logica e naturale della sua vita. Sentiva una certa ironia verso s stesso. Pensava alla possibilit di cader prigioniero e ne provava orrore. Si vedeva in un campo di prigionieri, in Austria, a morire di noia, di sconforto e di rabbia. Allora la tentazione del suicidio si faceva pi insistente. Calcolava quanta resistenza ancora gli rimanesse. E un altro timore lo prendeva; quello di perdere oramai ogni controllo sui suoi nervi. Quanti ne aveva veduti impazzire! persone equilibrate, tranquille, gioviali che tutt'a un tratto avevano cominciato a diventar taciturne, cupe, a far gli occhi stralunati, a dir parole senza senso... Un momento di pace, un momento solo! Sfuggire a quell'incendio immane, a quel disastro che travolgeva tutto... La piccola terrazza di Sejano, gli ulivi, il mare...
Una sera scrisse a Maria Antonia: Mi faccia sapere se il falco  morto. E mand la lettera senza aggiungere altro. Si mise ad aspettare febbrilmente la risposta. La risposta venne dopo venti giorni. S, il falco era morto di fame, nella gabbia, due giorni dopo della visita di Onorato. E questo pensiero del falco, morto di fame in gabbia, gli girava in mente con un'insistenza della quale egli stesso si meravigliava. Era il principio della pazzia?
Ma la lettera di Maria Antonia conteneva molte altre notizie.
Don Lorenzo Oncino aveva lasciato definitivamente l'abito. Ora si nascondeva, vergognandosi: pareva che se, per la strada, incontrava qualcuno, avesse soggezione di salutarlo; scantonava, tentava sfuggire. Un giorno Maria Antonia lo aveva veduto in un vicoletto della vecchia Napoli. Don Lorenzo, non potendo sfuggirla perch le veniva proprio di faccia, s'era fermato balbettando un ma s, ma s, ma s cos fioco che essa ne aveva avuto una gran pena. I poveri occhi malati guardavano di qua e di l, come cercando un rifugio che non trovavano. Egli indossava un vestito nero da borghese, nuovo ma fatto male, di una stoffa di cattiva qualit: aveva un cappello nero, una cravatta nera, dei guanti neri. Pareva che portasse un lutto inconfessabile. Era impacciato: non sapeva dove metter le mani. Disse che non abitava pi a villa Lucia. Maria Antonia gli chiese il suo indirizzo.  Ecco... abito per di qua... laggi...  fece un gesto vago, e Maria Antonia non insistette. Per sviare il discorso, chiese di Federica.  Non sta pi l, all'istituto, dove il professor Aldinelli le aveva fatto avere un posto... C' stata quindici giorni soltanto...  partita,  tornata a Vi, credo...  In quel credo a Maria Antonia era parso d'indovinare tutta una storia dolorosa: anche questa volta non insistette. Si lasciarono imbarazzati, con molta tristezza, senza desiderio di rivedersi.
Invece Maria Antonia andava spesso da Sebastiano Prokesch: anche qui dolori che non si potevano confessare, vuoto, tanto vuoto. Le lettere di Max giungevano rare, non pi attese col fervore d'una volta, lette con la vaga speranza di ritrovare un'eco del passato. Per abitudine, il vecchio seguitava a serbarle, ma il volume delle lettere raccolte negli ultimi sei mesi era sottile sottile accanto agli altri spessi spessi. Sebastiano Prokesch non parlava mai del figlio. S'era ridotto pi trascurato che mai, e Maria Antonia doveva insistere per fargli mutare la biancheria, per indurlo a farsi tagliare la barba che gli cresceva da tutte le parti e gli dava l'aspetto d'un caprone inselvatichito. Per seguitava a lavorare, a lavorare, facendo esperienze nuove, andando dietro a nuove scoperte, febbrilmente, e poi non si curava dei risultati che otteneva. Ora s che si potrebbe dire un mago  proseguiva Maria Antonia.  Solo solo in quegli stanzoni immensi, fra quei lambicchi e quelle storte, con quel camicione di tela... L'altra sera mi fece paura. Era quasi buio, aveva accesa appena una lucernina, ed entrando (la porta era socchiusa come al solito) lo vidi ritto accanto alla gabbia del verdone, lungo lungo, che faceva dei grandi gesti con le braccia e mandava dei suoni gutturali, inarticolati... Mi guard con gli occhi smarriti, come se non mi riconoscesse. Mi pareva che fosse diventato pazzo. Ma poi, quando mi accostai, mi salut e mi parl come sempre. Mio cognato  seguitava ancora Maria Antonia  sta facendo fabbricare un villino a Bellavista. La nostra vecchia casa di Sejano sar abbandonata. Ma io ci andr sempre. Carezzo anzi il sogno di stabilirmici definitivamente: che le pare? Ma questo non per ora: quando Gi-gi sar pi grande. Quella casetta nostra mi  cara per tanti motivi e anche perch mi pare di trovarci lei pi che in qualunque altro posto. Eppure ci  venuto due volte sole. Ma ci ritorner eh? Penso tanto a queste sue visite future e alle cose che le vorr dire. Sciocchezze sa? Impressioni di quando ero bambina, che non ho mai dette a nessuno, che mi parevano dimenticate e che ora ritrovo. Vuol sentire un sogno che feci l'altra notte? Mi pareva che ci fosse un gran vento e che l'aria fosse cupa, come nell'attesa di un temporale. Io ero a letto nella mia camera, a Sejano, e mi pareva come se tutto il cielo nero mi pesasse addosso. E avevo tanta paura. Non so pi di che ma avevo paura. Avevo ricevuto quelle sue righe che mi chiedevano del falco. Forse perci sognavo che il falco era ancora laggi, nella gabbia, e che urlava di fame, nella bufera, e si sentivano le penne delle ali che sbattevano ai ferri della gabbia. Non pu credere che angoscia provavo. E la finestra non si poteva chiudere. Le imposte erano spalancate dal vento e io vedevo il cielo tutto nuvoloni e i lampi che mi accecavano e poi di nuovo buio. E tutt'a un tratto lei  entrato in camera mia e si  seduto accanto al mio letto. Mi pareva che avesse gli occhi tristi. Io subito non ho provato pi quell'angoscia e mi son sentita invece penetrare da una malinconia profonda, come se qualche cosa fosse finita per sempre. Lei mi ha detto: Il falco  morto e io non ho sentito pi lo sbattere delle ali. Forse era questa la cosa finita? Non so. Piangevo. Lei mi ha detto pure: Stia tranquilla. Chiuder io le finestre. E davvero ha chiuso la finestra di camera mia, e io mi son ributtata gi e mi sentivo calma, e sapevo che lei era l.....
Questa lettera lasci a Onorato un'impressione di serenit. Ma quest'impressione non dur molto. Voleva scrivere di nuovo a Maria Antonia ma poi non scrisse. Pass novembre, pass dicembre, pass gennaio. Gli avvenimenti precipitavano in Russia: le truppe anglo-francesi sviluppavano un'offensiva nelle Fiandre. Gli attacchi degli Austriaci e dei Tedeschi fra il Brenta e il Piave erano falliti: si cominciava ad aver speranza di resistere. Venezia, alla quale tutti guardavano nell'attesa e nell'angoscia del martirio, parve risollevarsi in un'aria meno cupa. Diaz era succeduto a Cadorna.
Pass anche febbraio, marzo, tutta la primavera.
Onorato di nuovo non stava bene: piccole febbri che lo prendevano di tanto in tanto e lo lasciavano spossato: giramenti di capo che gli toglievano la sicurezza del volo. Si ostinava, non voleva indulgere a s stesso, diventava misantropo. Due volte svenne, appena smontato dall'aereoplano e tornato in camera sua: ma lo nascose a tutti.
Anche Sara gli dava pensiero. S'era trovata non lontano da Passo del Tonale, in un bombardamento che aveva fatto molte vittime anche nella popolazione civile. Per parecchi giorni Onorato non aveva potuto aver notizie di lei: finalmente seppe che, scampata con un'altra infermiera della Croce Rossa, su di un carro di battaglione, era subito voluta tornare in avanti, ed era andata in un ospedaletto da campo, proprio l'ultimo, verso la linea del fuoco. Era stata proposta per la medaglia al valore.
Onorato pens di andarla a vedere, ma un po' non gli riusc di trovare l'opportunit, un po' pensava: Che cosa ci diremmo? Pi in l.... E rimandava ogni conclusione a un dopo guerra che nella sua mente significava: Dopo che avremo veduto pi chiaro in noi. Ora tutto era troppo torbido, troppo confuso. Gli pareva di vivere giorno per giorno, non osava far progetti neppure per l'indomani. A volte passava settimane intere senza leggere un libro, poi era ripreso da un'avidit furiosa di leggere, di rimettersi in contatto con la mentalit del mondo. Tutto gli pareva instabile, fittizio, violento, tenuto su da una forza di coesione che poteva mancare da un momento all'altro.
A Napoli, la notte dal 10 all'11 marzo erano cadute delle bombe lanciate da un dirigibile austriaco. Il popolo s'era mantenuto calmo e dignitoso, ma nella borghesia c'era stato molto panico; molte famiglie affrettavano la villeggiatura, lasciavano precipitosamente la citt.
Il principe di Celle s'era messo a sbraitare pubblicamente contro la guerra al circolo, dove passava parecchie ore del giorno; la cosa fu ripetuta: le autorit, che avevano paura di parere di aver paura, si mostravano feroci contro chiunque fosse incriminato di disfattismo. Il principe di Celle si vide invitato dal prefetto a passar da lui e ricevette una ramanzina, appena appena dissimulata da parole cortesi, e il consiglio di lasciar Napoli per qualche tempo per disarmare i maligni. Il principe e la principessa confabularono a lungo con qualche amico fidato e finalmente seguirono l'avviso del duca di San Marzio: andarono in una loro propriet in Basilicata. In quei giorni, senza che si sapesse perch, il duca di San Marzio era stato nominato commendatore dei S.S. Maurizio e Lazzaro.
XLVIII.
Uno dei primi comandi a essere sciolti dopo l'armistizio fu il comando al quale era addetto Max Prokesch. Verso la met di febbraio Max giunse a Napoli col grado di sergente. Viaggi con lui da Bologna a Napoli Fraggiacomo, e trovarono modo tutt'e due d'infilarsi in un carozzone di prima e perfino di sdraiarsi, di notte, appoggiando il capo sulle valige. Fraggiacomo aveva una pelliccia grigia, di pelo di capra, degli stivaloni fantastici, tutta la divisa fuori ordinanza: aveva nella valigia una profusione di eccellenti sigarette, e Max tir fuori una fialetta di Cognac: passarono cos alcune ore a chiacchierare, nel vagone che si empiva di fumo, con la pioggia che batteva ai vetri, insistente. Gli altri viaggiatori  una signora vecchia, in lutto, con due ragazzi e un prete  si rincattucciavano, gettando ogni tanto un'occhiata sospettosa e disgustata a questi due che parlavano ad alta voce, ridevano e posavano le scarpe fangose sul velluto consumato dei sedili. Fraggiacomo raccontava a Max diversi episodi nei quali si era trovato a rappresentare una parte importante, diceva lui: parlava di personaggi che aveva avvicinati; ma nei suoi racconti ci erano strane lacune. Insomma, era contento della guerra.  Se si dovesse ricominciare, ricomincerei volentieri.
Anche Max era contento della guerra, bench avesse fretta di tornare a Napoli. Ora portava i capelli lunghi e piccole basette sulle gote: aveva le mani curate, le unghie lucide, un orologio a braccialetto al polso. Nella valigia aveva una quantit di piccoli oggetti di toilette. Gli ultimi mesi la sua divisione era stata a riposo e il comando era alloggiato in una bellissima villa. Il generale dava ogni tanto qualche ricevimento e venivano delle signore. Max soffriva della sua posizione subalterna ma si consolava facendo un raffronto fra quelle signore di provincia e l'immagine di Camilla che custodiva gelosamente nella memoria, mentre, in un piccolo cassettino di legno di sandalo, che aveva trovato in una villa abbandonata, fra un cumulo di roba buttata alla rinfusa in una stanza, custodiva i pochi ricordi tangibili di lei: qualche cartolina illustrata, due o tre lettere, dei fiori secchi, un nastro, una fotografia istantanea che rappresentava un gruppo di infermiere della Croce Rossa.
L'immagine di Camilla non era bastata per a mantenerlo casto, fra le tentazioni di quella vita di accantonamento, in piccole citt di provincia messe in fermento dalla presenza di un comando di truppe: spesso gli erano capitate avventure fuggevoli con ragazze bellocce e facili, che gli avevano lasciato addosso un desiderio acre e insoddisfatto. Da principio si mostrava inceppato e timido, si lasciava tirare quasi per forza a questi amori da caserma; poi era diventato audace, andava lui alla ricerca di qualche boccone pi prelibato, giocava d'astuzia, preparava l'agguato e abbandonava poi senza scrupoli le sue effimere conquiste.
Anche questi amori, cominciati e finiti fra un attacco di Caproni e una visita del comandante d'Armata, furono argomento dei suoi discorsi con Fraggiacomo. Le parole grasse si alternavano con le risate. La signora in lutto tent di sviare l'attenzione dei ragazzi, e, posando loro le mani sulle spalle, si sforz d'interessarli al paesaggio che sfilava loro sotto gli occhi, guardando dal finestrino. Il prete si mise a leggere il breviario.
Fraggiacomo gett via la sigaretta che aveva appena accesa e ne prese un'altra.
 Questa  infumabile. In una scatola s e no se ne trovano quattro decenti.  Poi cominci a discorrere della guerra, sbraitando che bisognava farla pagar cara alla Germania; rifaceva la carta d'Europa, tagliando a modo suo, come se l'Europa fosse una grande torta da spartirsi fra gli alleati. Max, che voleva riposarsi, chiudeva ogni tanto gli occhi, annoiato dalle chiacchere di Fraggiacomo ma contento per di viaggiare con un ufficiale che gli dava del tu e si faceva dar del tu da lui.
Arrivarono a Napoli la mattina alle sei.
Le bandiere gocciolavano lamentevolmente sotto la pioggia alle finestre degli edifici pubblici e privati. Max e Fraggiacomo trovarono una carrozzella e si fecero condurre insieme al Distretto; poi, dopo sbrigate le formalit necessarie, Max si avvi a casa sua, provando un certo malessere al pensiero che era definitivamente chiuso quel periodo della guerra, che ora doveva ricominciare la vita ristretta, calcolando il soldo, dopo lo sfrenamento e la licenza di quei mesi al Comando.
Sebastiano Prokesch era uscito. Il ciabattino diede la chiave a Max ed egli sal su, apr la massiccia porta di noce, si trov nel silenzio gelido degli stanzoni quasi vuoti. Provava l'impressione di quando si va per rimettersi un abito smesso e lo si trova troppo largo o troppo stretto. Non entrava pi nella sua vita. Gli parve tanto strano di aver passato anni e anni a quella tavola, senza altro pensiero che quello dei suoi stud di chimica, senz'altro ideale che quello di riuscire in qualche esperienza di chimica. Vide buttato su di una sedia il camice di tela grezza lasciato dal padre. Tutto gli parve misero, limitato, invecchiato: sentiva la nostalgia dell'esistenza, lass, di quell'esistenza che gli era sembrata noiosa quando la viveva ma che ora gli appariva piena di larghezza, d'impreveduto e di fascino.
Il padre torn tardi e non si sorprese di trovarlo a casa.
Ricominciarono la loro vita a due, come prima, in apparenza. Max, col pretesto di dover andare al comando del Corpo d'Armata o al Distretto, usciva la mattina, tornava all'ora di pranzo; era distratto, annoiato; a volte passava ore intere seduto, senza far nulla, a guardare in aria. La sera veniva Fraggiacomo e uscivano insieme. Al padre che gli faceva qualche osservazione sulla necessit di mettersi a lavorare, rispondeva: Sicuro, bisogna che cominci a far qualche cosa  e parlava di grandi progetti, di grandi guadagni. Aveva fatto amicizia con Oreste Formisani, con qualche grosso industriale, diceva di voler entrare in una banca, ma la cosa era rimandata di giorno in giorno, di settimana in settimana. Voleva presentarsi al villino Germani, ma gli pareva di non esser vestito abbastanza bene, credeva sempre che gli mancasse qualche cosa: finalmente ci and un giorno, verso le due, l'ora nella quale Camilla era solita riceverlo un tempo. Lo introdussero in una specie di serra, tutta piena di piante esotiche, di mobili tappezzati di tela di Genova, di paraventi, di busti di terra di Signa policroma, dove Camilla stava con Elena e due giovanotti, uno dei quali in divisa: fumavano e chiaccheravano a voce alta, ridendo.
Nel vederlo Camilla fu un po' imbarazzata e anche contrariata: era un pezzo che non ne sapeva pi nulla e non ci pensava pi. La presenza di Max le fece tornare il ricordo di qualche sua imprudenza che avrebbe preferito dimenticare. Aggrott le sopracciglia e stese a Max due dita, con un'esclamazione un po' fredda: Oh! ben ritornato! e dopo qualche secondo di esitazione lo present a Elena e ai due giovanotti.
La conversazione riprese pi stentata come se l'apparizione di Max vi avesse gettato una doccia d'acqua fredda: ma passati i primi cinque minuti ritorn allegra e rumorosa come prima. Il giovanotto in borghese ricominci il racconto che aveva interrotto della sua odissea dal campo di concentramento di Benevento al campo di prigionieri di Padula.
 Trentadue mesi senza vedere un essere umano... Quelli che vedevo non erano esseri umani. C'era da diventare idioti. Quando son tornato al circolo mi pareva-di arrivare in un altro mondo. Figuratevi che per passare il tempo chiamavo l'attendente, un sardo, e gli dicevo: Raccontami qualche cosa. E quello mi raccontava storie di briganti del suo paese. Meno male che una volta, a Padula, ci fu un po' d'emozione; due prigionieri che erano fuggiti. Ma li riacchiapparono quasi subito... S'era pensato a fucilarli, ma il maggiore non volle. Almeno si sarebbe fatta una cosa.
Tutti risero: anche Max rise.
 Ah! voi che venite dalla fronte, raccontateci qualche novit  disse Camilla.
Max rivide il rubino che brillava al dito di Camilla, come una larga goccia di sangue. Rimase con gli occhi fissi su quel rubino, tutto turbato, non sapendo che cosa dire. Camilla lo guard, ebbe anche lei un leggero turbamento e si tolse dalle labbra la sigaretta umida. Max fu preso da un desiderio folle di baciare quella sigaretta.
Intanto Elena e l'ufficiale si erano alzati per andare a vedere una pianta all'altra estremit della serra.
 Ma s,  un ciliegio nano del Giappone. L'ha fatto venire il comandante Orsengo per Camilla.
Elena era un po' stanca: portava un vestito largo e aveva gli occhi cerchiati di nero. Camminava strascicandosi leggermente.
 Povera Elena!  disse Camilla con un piccolo accenno del mento alla sorella. N lei n Margherita avevano ancora avuto figli: lei se ne seccava perch il suocero le aveva promesso una villa a Capri in regalo, alla nascita del primo figlio, ma fingeva di compatire Elena perch la maternit la deformava.  Il medico le ha proibito di giocare al tennis e di ballare...  noioso a ventidue anni, star seduta a guardar gli altri che ballano!...
 Si dice che quest'anno la stagione a Sorrento sar brillantissima  disse il giovanotto in borghese.  La gente ancora non viaggia. I camb sono cos alti!
 S, andremo tutti a Sorrento  disse Camilla. Poi si volse a Max.  Verrete anche voi?  Lo guardava, con un certo vago piacere di umiliarlo, senza saper perch, e insieme a questo piacere c'era il desiderio reale di rivederlo, di provare su di lui, come in anima vili, il suo potere di seduzione: sentimenti confusi che nascevano sul fondo di mollezza e di bont della sua natura un po' sensuale e un po' sciocca.
 Sicuro, verr anch'io  rispose precipitosamente Max e si fece tutto rosso. Camilla not le sue orecchie larghe e divergenti. Lo trovava un po' ridicolo ma lo trovava anche bel ragazzo, insomma, con quel suo tipo decisamente straniero, la carnagione d'un bianco insolito nel mezzogiorno, i limpidi occhi d'un color nocciuola chiaro, molto spalancati e leggermente sporgenti. L'occhiata che si scambiarono aveva qualcosa di pi significativo di quel che Camilla forse avrebbe voluto. Il giovanotto vestito in borghese si ferm a met di una frase, ed ebbe un'espressione di contrariet sul viso.
La visita di Max si eternizzava. Egli non trovava il momento opportuno per alzarsi e prender congedo e intanto sentiva che avrebbe dovuto andarsene. Gli altri due aspettavano Germani e Wlarova per poi recarsi tutti insieme a un'esposizione, di l andare a pranzo a una trattoria in campagna, diventata di moda quell'anno, e poi finir la serata a un teatrino di operette. Camilla si impazientiva ed era irritata contro Max che, con le mani sulle ginocchia, assorto a guardarla, non si sapeva decidere a farla finita. Il cameriere aveva portato un grande vassoio d'argento con diverse bottiglie di liquori, ghiaccio e limoni, ed Elena si era messa a preparare dei cocktails. Si discorreva di tante cose che Max ignorava: si designavano le persone con soprannomi che facevano ridere le due sorelle, si alludeva a fatti e a circostanze noti soltanto in un cerchio ristretto di conoscenze. Max rimaneva fuori dalla conversazione, ed Elena ogni tanto gli dirigeva la parola facendogli a bruciapelo una domanda alla quale Max rispondeva soltanto con un s o con un no: e poi di nuovo taceva. Camilla, indispettita, non se ne occupava pi e affettava di ridere e scherzare con gli altri due, gettando ogni tanto uno sguardo a Max, alla sfuggita. Finalmente gli disse, non potendone pi: Ho paura che vi facciamo perdere troppo tempo. Noi siamo gente disoccupata, non vi scandalizzate.
Max si alz tutto d'un pezzo e balbett, facendosi di nuovo rosso: Gi  vero,  tardi. Me ne debbo andare.
A Camilla parve d'essere stata cattiva, e, fingendo di dover dire qualcosa al cameriere, si alz e accompagn Max nel salotto accanto. L, sola con lui, fu presa di piet, di nuovo desiderio di esperienze sentimentali, di una certa tenerezza, e lasci a lungo la sua mano fra quelle del giovane che prima esit, poi si chin in fretta a baciarla.
 Venite a vedermi qualche volta da mamm... Ci vado ogni giorno prima di pranzo.  Queste parole raggiunsero Max che gi stava nell'anticamera, lo fecero sussultare di piacere e non gli lasciarono notare lo sguardo canzonatorio del cameriere e del servitore che aspettavano in sala e che, non avendo altro da fare, accompagnavano con poco benevoli commenti ogni nuovo venuto.
Ritornando nella serra, preceduta dal fruscio del suo vestito di taffetas, Camilla pot udire le risate dei due giovanotti e di Elena.
 Ma di dove lo hai scovato questo tipo? Chi ?
  un soldato che ho curato all'ospedale  rispose Camilla con un po' di dispetto.  Che c' da ridere?  un bellissimo ragazzo.
 Oh! bellissimo poi!  fece il giovane in borghese, bevendo un terzo cocktail.  Gli avete veduto le orecchie?
 E i piedi? Ha i piedi lunghi un metro.
 Come si chiama?
 Si chiama Prokesch.
 Ma di che paese ?
  cittadino italiano. E ora basta. Non vi rispondo pi.  E Camilla, un po' nervosa, si vers un bicchiere d'acqua ghiaccia e lo bevve d'un fiato.
Max s'era sentito riprendere con pi forza che mai da quel sentimento di ammirazione lontana e timida che aveva cominciato a provare per Camilla fin da quando era ferito all'ospedale del Carmine. L'aveva ritrovata appena ingrassata, ma col viso pi chiaro, gli occhi pi ardenti: quella prima impressione di delusione che si prova quasi sempre rivedendo una persona alla quale si  molto pensato da lontano, era sparita subito, e ora la rivedeva con una realt torturante. A momenti la sua freddezza l'umiliava, ma poi ripensava alle occhiate che s'erano scambiate e sopra tutto a quelle ultime parole che, ripetute dieci e dieci volte, gli parevano prendere sempre un senso pi preciso. Ma come presentarsi in casa della duchessa? L'aveva veduto due volte all'ospedale e una volta in casa di Camilla, l'anno prima. Ma questo bastava per autorizzarlo a farle una visita? La quistione fu lungamente dibattuta in soliloqu che prendevano met delle sue giornate.
Oramai dell'impiego alla banca non si discorreva pi: egli aveva detto al padre che Formisani lo avrebbe senza meno associato a un'industria lucrosa che avrebbe impiantata a Napoli. Quale fosse quest'industria il vecchio non domandava. Oramai s'era avvezzato all'idea che Max avrebbe abbandonato i suoi stud di chimica. Lui stesso sentiva come un rancore verso quegli stud, che erano stati il suo scopo nella vita, dacch aveva saputo che la sua famosa scoperta, comprata da Formisani, era servita per i cannoni di grosso calibro e aveva fatto guadagnare parecchie centinaia di migliaia di lire a Oreste, dietro al paravento della ragione sociale Fratelli Valentini e Comp. Come! Il suo lavoro era dovuto servire per opere di guerra, per opere di morte! Ora anche lui a volte stava giornate intere senza far nulla. Aveva preso l'abitudine di parlare da solo, agitando le braccia e scotendo il capo. Max, dalla stanza accanto, lo sentiva e si affacciava sulla porta credendo che ci fosse qualcuno. Il vecchio si vergognava molto quando era sorpreso cos a discorrere da solo e prendeva un aspetto umiliato e confuso che faceva piet a Max.
Dopo circa una settimana Max si present in casa della duchessa di Casamartana. Prima di pranzo, quasi ogni giorno, le tre figliuole maritate si riunivano dalla madre: c'era anche Cecilia, c'era il giovane industriale siciliano che non era ancora fidanzato ufficiale di Cecilia ma che lo sarebbe presto, si diceva. Due volte gi aveva fatto avanzare indirettamente una domanda alla quale la duchessa non aveva risposto n s n no, seguitando per a riceverlo: ma in quegli ultimi mesi la ricchezza del padre di lui si era cos fantasticamente accresciuta che pareva impossibile oramai di non accettarlo. C'era donna Carolina Galluccio, c'era il duca di San Marzio, c'era spesso Oreste Formisani che ora aveva preso in affitto tutto il secondo piano del palazzo Casamartana, un grande appartamento di ventidue stanze, che stava ammobiliando con lusso e anche con gusto. Egli aveva, da pochi mesi, impiantato una banca, gli uffic della quale erano gi ingombri di giovanotti della societ che non avevano nessun titolo di stud ma che avevano bisogno di guadagnare e che ripagavano Oreste dandogli del tu e facendolo invitare dalle loro mamme e dalle loro sorelle. Cos l'intimit di Max e di Camilla si fece pi stretta. Qualche volta si vedevano anche la mattina, facendo una passeggiata in qualche posto di campagna solitario. Camilla se ne burlava un po' davanti alla gente. Tutti avevano finito per abituarsi a vederlo, e anche la duchessa lo trattava con una certa benignit piena di protezione. La duchessa ora che sapeva anche il matrimonio di Cecilia assicurato, si riposava sugli allori, felice di vedersi intorno le sue quattro belle figlie che le volevano bene e le domandavano consiglio su tutto.
Alla fine di luglio la duchessa di Casamartana e i Germani andarono a stare a Sorrento.
XLIX.
Onorato Aldinelli non si sapeva decidere a lasciare il suo posto. Lo sgomentava l'idea di dover tornare all'esistenza di tutta la gente, di dover fare i conti con se stesso e con la vita. Che cosa significavano per lui quei quattro anni di guerra? Che cosa significavano per il mondo intero? Perch tanti milioni di morti? Perch tante miserie? Perch tanto dolore? Se la sua mente dava una risposta a tutto, se la terribile implacabilit delle cose gli pareva naturale, se il caos gli diventava l'elemento indispensabile dell'essere, c'era per in lui, in quella particella di lui che non riusciva a confondersi con l'universale, qualche cosa di amaro e d'insoddisfatto.
Ai primi di agosto gli fu proposto di prender parte a una missione italiana che si sarebbe dovuta recare in Cina e di l in Siberia, con scopi parte commerciali, parte scientifici. La missione sarebbe partita alla fine di ottobre. Accett. L'Asia lo attraeva col suo mistero, con la sua antichit mitica, come la grande culla di una civilt che doveva riposarlo dalla barbarie europea: sentiva in s affinit segrete coi grandi pensatori asiatici che gli parevano legati con un filo tenuissimo ma non mai spezzato ai moderni pensatori della Russia rivoluzionaria. Per lui il bolscevismo era un fenomeno sporadico, come una specie di grosso bubbone nato su di un membro ancora pieno di energia: non era una piaga morta e cancrenosa, era un tumore vivo, che si doveva curare e che sotto avrebbe lasciato la carne sana. In quegli ultimi tempi gli eran diventati familiari molti problemi economici, ma sotto i problemi economici riconosceva una grande inquietezza dello spirito, un bisogno in tutti di afferrarsi a qualche cosa in quella immensa baraonda umana. Le solite panacee non bastavano pi; ci volevano i rimed eroici. Ma il primo rimedio eroico gli pareva dover cominciare da se stesso: la prima riforma si doveva fare intorno a s, e le pi piccole cose erano le pi importanti. Gli pareva che nell'economia del mondo avesse maggiore importanza quel sentimento di pudore davanti al suo attendente che gli faceva, la mattina, pulirsi da s gli stivali, che il congresso della Societ delle Nazioni. Sentiva la necessit di riconoscersi uomo prima di riconoscersi ufficiale, professore di universit, proprietario. La grande rivoluzione che era cominciata in lui fino dall'inizio della guerra ora era giunta al punto culminante, e sent il bisogno di darne qualche segno tangibile a s stesso. Gli pareva troppo ridicolo di pensare come pensava e di seguitare a vivere come viveva.
Appena accettato di far parte della missione in Cina, lasci il suo posto, in licenza illimitata, e and prima di tutto in Valdinievole, nella sua casa che non vedeva da anni. Il fattore lo ricevette con una certa inquietudine un po' dispettosa: era abituato a far da padrone e l'arrivo del padrone vero lo metteva in apprensione e pareva sminuire la sua autorit. Ma presto si accorse che Aldinelli non era venuto a far atto di padronanza ma, se mai, ad abbandonare ogni idea di padronanza. Il buon uomo non si sapeva raccapezzare quando vide Onorato chiamare i mezzadri e dir loro che non si sentiva in coscienza d'intascare la met del guadagno senza far nulla: che un giorno, forse, sarebbe venuto a star l con loro e avrebbe preso parte ai loro lavori, e perci si riserbava un pezzo di terra, quanta ne pu lavorare un uomo solo: il resto intendeva di darlo a loro in propriet, mediante un canone derisorio. Che della casa intendeva di farne una scuola modello per i figli dei contadini e anche l si conservava due stanze per s, per venirci a stare un giorno, chi sa mai. I contadini rimasero dubbiosi e si riservarono di dare una risposta. Pure, fatto questo primo passo, si sent pi tranquillo, e l'ultima notte che pass nella grande casa vuota la pass in una veglia piacevolissima. Tendeva l'orecchio a piccoli, incogniti rumori, a scricchiolii che venivano da stanze lontane, a misteriosi fruscii, come d'ali molli, nel buio. Aveva aperto le due finestre della grande camera da letto e, sotto la luna, gli ulivi avevano tremolii chiari di foglie. Pens agli ulivi di Sejano, parl con quello spirito femminile che ora spesso si univa ai suoi soliloqu. Non era precisamente l'immagine di Maria Antonia, non era l'immagine di nessuna donna viva; eppure era qualcosa di fuori di lui, come uno sdoppiamento, uno spirito fraterno anzi sorellevole. Parl di tante cose della sua infanzia che gli tornavano a mente in quella casa. L, proprio dove dormiva lui, avevano dormito per tanti anni suo padre e sua madre, e ci erano morti, l era nato lui, in quel grande letto troppo alto, col baldacchino di lampas a piccole righe bianche e verdi. Di faccia vedeva il cassettone a colonnine con lo specchio a bilico, pieno di macchie nerastre prodotte dall'umido. Sul cassettone era un piccolo Ges Bambino di cera che era stato molto caro a sua madre. In un angolo c'era un vecchio paravento con certe figure chinesi, nere sul bianco. Da piccolo si ricordava di aver avuto paura di quel paravento e di non averlo detto mai a nessuno. Ora queste cose gli parevano molto dolci, molto significative, e diceva a quello spirito che sentiva vicino: Vedi come tutto  bello ora che comincio a non esser pi io? o per meglio dire ora che divento proprio io? Da lontano ora tutto prende un significato, s'inquadra magnificamente, diventa necessario. Curioso! Dacch aveva rinunziato a fare della propria vita un tutto organico, la vita da s gli si accomodava in un tutto organico, pigliava una fisonomia. E gli si presentavano ora alla mente, in mezzo alla confusione penosa e orrenda che quello scatenarsi del grande cataclisma aveva portato in molte coscienze, tante giustificazioni possibili della vita. Soffrire s, torturarsi s, spasimare s, ma vivere, vivere, vivere. Pens con Nietzsche: Quanti nuovi Iddii sono ancora possibili! Quante rovine di stelle sono necessarie per rifarsi un nuovo universo!.  Gli venne, fra tanti pensieri, questo: Si potrebbe immaginare un Prometeo che ha perduto il suo avvoltoio e che lo piange. Si ferm in questa idea che gli parve bella, degna d'un poema: Prometeo che ha perduto l'avvoltoio. Pens se stesso prima della guerra, tanto pi povero d'ora; si rallegr di questa sua nuova ricchezza. Gli parve che finalmente avesse domato l'orgoglio, quell'orgoglio che gli rimproverava Sara; prov lo stesso bisogno d'umilt che aveva provato Sara ma in modo diverso per. Lo vedi? Ora non lotto pi, ora mi lascio andare tutto, ora non ho paura delle contraddizioni, anzi contraddicendomi mi ritrovo tutto.  il nostro orgoglio che ci fa avere paura delle contraddizioni. Rovine di stelle! Caos!. Ma queste cose si accorse di non dirle a Sara: Sara non avrebbe capito, Sara era giunta alla certezza ed egli sentiva che soltanto nella divina confusione delle cose avrebbe potuto ritrovare ancora un poco di gioia, quella tremante, fulgida gioia che nasce dal disfacimento di tutto, come certi fiori magnifici nascono dalla putrefazione, nei cimiteri. Queste cose le diceva a quello spirito che gli aleggiava accanto, inafferrabile eppure pieno di tenerezza, di comprensione e di piet. Strano! Nel pensare a Sara i suoi ricordi talvolta erano precisi e torturanti, ricordi d'intimit squisite, di piccole e segrete carezze; rivedeva un certo neo sul collo, a sinistra, rivedeva le braccia che Sara aveva bellissime e bianchissime, riviveva certi momenti di volutt spasmodica e triste, specialmente degli ultimi anni: invece l'altra immagine non gli dava nessuna idea di sensualit, lo quietava in una tenerezza serena. Ricordava che da giovane, appena uscito dall'adolescenza, l'amore gli era apparso una magnifica cosa, spoglia di ogni sensualit: oppure, no, era l'amore che lo portava a un risveglio dei sensi pieno di poesia, cosicch non capiva dove finisse il sentimento, dove cominciasse la sensazione, e invece, pi tardi, queste due cose gli erano apparse distinte e separate e non aveva pi ritrovato quella fusione perfetta intraveduta nella primissima giovent. Abbiamo bisogno della sensualit perch non abbiamo pi l'amore pens, e gli tornarono in mente alcuni incontri volgari di questi anni di guerra che dopo, a ripensarci, gli avevano fatto schifo. Eppure sentiva che quel desiderio di amore puro e completo non era finito in lui, che aveva ancora in s tanti tesori ai quali non aveva toccato.
La notte entrava, tutta silenz di luna, dalle due finestre spalancate. L'ombra era piena di lontananza. Appoggi il gomito sul guanciale e stette cos in ascolto, parendogli che qualcuno gli tacesse accanto. La biancheria del letto, ruvida e fresca, aveva odore di spigo. Si ricord che sua madre faceva delle rocche di spigo e le distribuiva nei cassetti dove le lenzuola piegate gli parevano tante tante. Questo ricordo, senza saper perch, lo intener. Pens che quella era l'ultima notte che passava l, in quel letto, che chi sa se ci avrebbe mai pi dormito, e un giorno, morto lui, chi sa chi ci avrebbe dormito... E tutto gli parve misterioso, magnifico e luminoso nel destino suo e di tutti gli uomini.
La mattina, essendo gi pronto a partire, si avvide che mancava ancora circa un'ora al treno. Pens di approfittare di quell'ora per scrivere a Sara. Il fattore, inquieto, gli gironzolava intorno per chiedergli altre spiegazioni sul da farsi, ma egli si astrasse da tutto quello che lo circondava e che oramai voleva sentire estraneo, e si chiuse in camera a scrivere. Parl a Sara di quello che aveva fatto ma in termini precisi come se si fosse trattato d'un rapporto al ministero. In quegli anni di guerra Sara, a poco a poco, aveva finito per non farsi mandare quasi pi nulla da lui dicendo che il mantenimento suo era a carico della Croce Rossa sicch a lei non serviva che pochissimo denaro per qualche spesa personale. Non di meno Onorato teneva da parte una somma pel caso che le potesse occorrere. Questa somma pens di spedirgliela, facendole uno chque da Siena dove si sarebbe fermato un giorno e la pregava di accettarla, se non altro per farne elemosine. A lei non sarebbe mancata l'opportunit. Pens anche di destinare interamente a lei per l'avvenire il canone che avrebbe ritratto dai poderi ceduti ai contadini, ma questo non lo disse. Le partecipava che sarebbe partito per la Cina in ottobre, ma prima sarebbe andato a farle una visita, visto che lei aveva annunziato la sua decisione di non lasciare per ora il posto dove si trovava, un villaggio nei pressi di Cervignano, dove aveva, insieme con una signora del luogo, fondato una specie di asilo per i vecchi rimasti senza casa e senz'assistenza in seguito alle vicende della guerra. Per ora avevano raccolto dodici vecchi fra uomini e donne e speravano raccoglierne altri in seguito. La promessa di questa visita ritardava per Onorato una spiegazione definitiva della quale non si sentiva il coraggio subito. Ora aveva troppe cose da fare, immediate e necessarie, e sopra tutto doveva ancora sciogliersi da molti legami che, inavvertiti prima, adesso lo stringevano e gli facevano male: rinunziare, rinunziare, rinunziare, per diventare quell'uomo nuovo che doveva immergersi, come pensava lui, nudo nell'universale per sentire davvero il fluire della vita, come il corpo, immerso nell'acqua, tanto pi la sente quanto pi si spoglia d'ogni veste. Curioso! Egli che si staccava senza rimpianto dai poderi, dalla casa, da tutto ci che aveva posseduto, non poteva lasciare senza una commozione grande alcune cose piccolissime: per esempio, una pianta di gaggie che era davanti alla casa e che si ricordava da bambino, due brutti quadri che erano nella stanza d'entrata e che rappresentavano le feste del Pallio di Siena nel '700; alcune vecchie maioliche un po' scardate che erano in una vetrina della sala da pranzo. Si mise a fare un ultimo giro per le stanze prima d'andar via, e l'occhio gli si fermava su tanti oggetti ai quali per anni e anni non aveva pensato mai e che ora gli ridiventavano subitamente familiari. Il fattore lo seguiva passo per passo e lo guardava con una curiosit sospettosa come si guarda un malato di mente. Egli avrebbe voluto liberarsene ma non sapeva come. Un momento che il fattore si ferm a chiudere una finestra, egli di soppiatto prese su di una tavola un vecchio almanacco illustrato del 1871 che aveva sulla copertina una ghirlanda di margheritine, e se lo nascose in tasca, vergognandosi di quell'atto e nello stesso tempo provandone una dolcezza grande.
A Siena si ferm tutto un giorno. And dal sindaco a esporgli la sua idea di donare alla citt il palazzotto che possedeva perch fosse adibito a qualche scopo di utilit pubblica, una biblioteca, per esempio, un circolo di cultura. Il Sindaco gli fece molte obbiezioni: il mantenimento del palazzotto avrebbe gravato sul bilancio comunale ed egli non si sentiva di proporlo alla giunta: i tempi erano critici. Onorato propose allora di donare lo stabile senza condizione alcuna: il comune avrebbe potuto venderlo e destinare il ricavato a un'opera in beneficio della citt, prem per concorsi d'arte, borse di studio a giovani per farli viaggiare all'estero. Ma anche questo secondo progetto incontr difficolt e Onorato part senza risolvere la cosa. Il sindaco lo accompagn in anticamera con molte dimostrazioni di stima ma con quello stesso sguardo di diffidenza sospettosa col quale lo aveva seguito il fattore. A Onorato parve che pensasse dentro di s: Ma quest'uomo  matto?. Il sindaco gli parl di suo padre che aveva conosciuto quando era presidente del tribunale, e fin per proporgli di portarsi candidato nelle prossime elezioni politiche. Onorato scese le scale del municipio un po' scoraggiato. Com' difficile, pens, di spogliarsi della propria figura civile. Intanto non mi riesce di cessare d'essere un proprietario. Qui mi si fanno difficolt per accettare la donazione del palazzotto; coi contadini non ho potuto ancora definire nulla; il sindaco mi propone di diventar deputato al parlamento. Ma dunque io parlo una lingua che non intende nessuno? Ma tanto la gente  attaccata a questa miserabile figurazione che ci fa, noi tutti uomini partecipanti al divino dono della vita, star rinchiusi nelle nostre caselle con proibizione di uscirne? Ma io voglio essere una creatura libera, non una mummia, in una vetrina polverosa di museo, con un numero incollato su.
A Roma si ferm una settimana. La prima cosa che fece fu di andare al Ministero della Pubblica Istruzione per presentare le sue dimissioni dalla cattedra. Portava le dimissioni scritte in un piego chiuso. Nell'anticamera, mentre parlava con l'usciere, s'incontr in un collega che ora faceva funzione di capo-gabinetto del Ministro. Onorato avrebbe voluto sfuggire a una conversazione che lo irritava ma non gli fu possibile, e dovette parlare del contenuto del piego. Anche qui meraviglie, diffidenze, sguardi che dicevano: Ma sei matto?. Anzi, il collega glielo disse oltre che con lo sguardo anche con la voce: Ma sei matto, figliuolo mio! Rinunziare alla cattedra! Ma che cosa ti piglia?....
 Mi piglia che mi sono stancato di recitare una parte: voglio vivere.
 Vivere? Io che ti credevo un uomo serio! Ma qui ci dev'essere qualche donna sotto.
 Ma che donna!  disse Onorato con una risata.  Non ti pare che il mio desiderio sia legittimo? Non abbiamo mica centinaia d'anni davanti a noi.
 Ho capito  disse il capo-gabinetto.  Ti sei avuto a male per via di quell'ultima circolare... Lascia, lascia:  stato un malinteso. Sua Eccellenza  disposta favorevolmente e accetter le richieste della Facolt...
 Ma io non so nulla della circolare. No,  proprio quello che ti dico: non voglio pi nessuna veste ufficiale, voglio esser libero, libero, libero...
Ma il capo-gabinetto scosse la testa: questa non gliela faceva mandar gi. E strizz l'occhio, con un fare tra furbo e misterioso, per lasciar intendere a Onorato che aveva capito: viceversa non aveva capito nulla, ma non si rassegnava a confessarlo.
Dal ministero Onorato and dal suo editore. Voleva assolutamente impedire una nuova edizione dei suoi due libri che l'editore per lettera gli aveva chiesto di fare. Trov il direttore della casa editrice nel suo gabinetto intento a discorrere con due signori che si congedarono subito.
 Eccomi a lei, professore. Nel mese entrante metto mano alla nuova edizione, malgrado tutte le difficolt che abbiamo con la carta...
 Giusto, ero venuto,  disse Onorato  per pregarla di non farne nulla.
 O perch?  chiese il direttore stupito.  Le condizioni che le faccio sono le stesse che ho fatte al tale e al tal altro.  E nomin due pezzi grossi.  Le assicuro che  tutto quello che si pu fare in questi tempi.
 Non discuto le condizioni,  disse Onorato  ma quei libri non rispondono pi allo stato attuale della mia coscienza. Non posso farli andare di nuovo in giro: sarebbe un anacronismo.
 Ma perch, ma perch?  interruppe il direttore.  I suoi libri incontrano il favore del pubblico. Sa che quei pochi esemplari che avevo ancora dei suoi volumi sono andati a ruba dopo la notizia del suo famoso volo su *** del quale parlarono tutti i giornali?
Onorato pens dentro di s: Umiliati, umiliati. Vedi che miserabile cosa sei? Non puoi sfuggire al passato che ti tiene. Poi disse forte:  Il pubblico non c'entra. Io solo sono giudice di quello che possa valere l'opera mia.
Anche qui il direttore lo accompagn fuori con un risolino fra canzonatorio e diffidente. Gli balen anche l'idea che un trust editoriale che era sorto da poco e che gli faceva gi paura avesse tirato Aldinelli dalla sua e che perci egli rifiutasse di lasciar fare a lui la seconda edizione dei due volumi, ma di questo suo sospetto non os far parola.
Si lasciarono piuttosto freddamente.
L.
I Formisani avevano quasi terminata la loro istallazione nel grande appartamento al secondo piano del palazzo Casamartana. Luisa si sentiva un po' impacciata in quel casone immenso dove tutto aveva un aspetto nuovo nuovo che la intimidiva. Soltanto nella camera di Maria Antonia erano rimasti i vecchi mobili che datavano dal matrimonio dei loro genitori e anche prima. Maria Antonia soffriva di quel nuovo lusso in casa, soffriva della governante inglese che si era impossessata di Gi-gi, soffriva dell'automobile, soffriva della toilette che Oreste l'obbligava a fare. La sera, quando nessuno la vedeva, chiusa in camera, scuciva le guarnizioni ai vestiti che le aveva riportato la sarta, e Luisa poi le diceva guardandola: Ma che cosa hai fatto a cotesto vestito? Ti stava tanto bene e ora pare un cencio.
Quel che pi le era difficile a sopportare era il vedersi a poco a poco esclusa dall'educazione del bambino. Aveva notato che a volte, quando lei gli diceva: Vieni, andiamo a passeggiare insieme. Oreste interveniva:  No, grazie, Gi-gi esce con la miss.  Il bambino guardava la zia coi suoi grossi occhi sporgenti e le si attaccava alle braccia, ma l'inglese veniva e lo prendeva per la mano.  No, darling, you must come with me.  E il bambino si lasciava condurre via a malincuore, voltando la testina per guardare ancora la zia.
La camera di Gi-gi divent un luogo chiuso e inaccessibile dove la governante regnava dispoticamente. Luisa aveva tentato di reagire, ma aveva reagito sempre pi mollemente e poi aveva ceduto tanto pi che ora non stava molto bene e provava i sintomi di una nuova maternit. Oreste le si si mostrava pieno di attenzioni in quel poco tempo che rimaneva in casa, e diceva a qualche amico, fregandosi. le mani e sorridendo maliziosamente: Ora posso darmi il lusso di un altro figlio. Eh! siamo stati prudenti. E Luisa si vergognava, contenta in fondo, mettendo in mostra, nelle vestaglie eleganti, la sua maturit di bionda grassa. Oreste s'era tolto i baffi, aveva preso un'aria inglese: ora vestiva sobriamente, con qualche bell'oggetto di valore: uno spillo da cravatta con una grossa perla nera, un portasigarette d'oro con le cifre in brillantini. Aveva dei fazzoletti di seta bianca venuti dall'India. Nel suo studio c'erano tutti mobili americani, solidi e costosi: una scrivania che prendeva met della stanza; delle poltrone immense, coi leggii movibili; ventilatori elettrici; ogni specie di oggetti per fumare; un grande vassoio d'argento con tutto l'occorrente per fare dei cocktails come aveva veduto da Camilla. Sulla scrivania c'era un porta cenere fatto con una scheggia di granata: una granata del Pasubio, diceva Oreste.
Il villino di Bellavista era finito ma si aspettava che la fabbrica fresca si asciugasse e intanto i Formisani se ne andarono a Sorrento all'Htel Vittoria dove gi era istallata la duchessa di Casamartana coi Germani e dove si attendeva da un giorno all'altro Margherita col marito. Maria Antonia disse che se ne voleva andare a Sejano e, dopo molte obbiezioni di Oreste, fatte pi per la forma che per altro, verso la fine di luglio si stabil con Emilia nella casetta fra gli ulivi che ora le parve pi silenziosa, pi familiare, pi amica che mai dopo gli splendori dell'appartamento alla Riviera. Vi si raccolse con tutta la dolcezza dei suoi pensieri, e aspett.
Oramai si sentiva sicura, di una sicurezza intima e profonda. L'amore le aveva tolto la sua timidezza: l'amare lei e il sentirsi amata, dolcemente, teneramente amata, a traverso lunghi periodi di silenzio, anche silenzio dello spirito, ma amata con quella continuit che produce l'intimit vera, la comprensione vera. Onorato le aveva scritto di tutto quello che era andato facendo via via, gliene aveva scritto brevemente, accennando appena, ma ella non aveva bisogno di lunghe parole per intendere; aveva inteso quella grande smania di spogliarsi per donarsi intero, inteso le sue delusioni, le sue amarezze, le sue gioie, i suoi rimpianti, tutte le contraddizioni che erano in lui. Anche in lei erano molte contraddizioni che prima la facevano vergognare un poco; ora no: ora le sentiva necessarie, sentiva che chi non si contraddice mai, non  sincero. Viveva in una quiete dello spirito dolcissima che non era inerzia ma ebbrezza. Le pareva di camminare in mezzo a un miracolo continuo. Parlava con Emilia, parlava con la contadina, col portalettere, col ragazzo che veniva a portarle il pane, ma quei discorsi, quelle faccenduole non interrompevano il meraviglioso soliloquio del suo pensiero. Le sere erano un incanto. Ogni cosa le faceva presente lui: ogni cosa che vedeva, un albero, un cielo stellato, una sporgenza della roccia, un'ombra di nuvola sul mare, pensava che era lui che gliela aveva fatta vedere. Senza lui sarebbe stata cieca e sorda. E ci le dava una gratitudine infinita, piena di tenerezza. A volte s'interrompeva e diceva: Ma  possibile?  possibile?. E affermava:  cos,  cos!. E si struggeva in un delirio lucido e cosciente, pi bello del sogno. Non faceva nessun progetto per l'avvenire, non sapeva che cosa sarebbe di lei, non si curava di saperlo. La sua era un'offerta tacita e completa che non aveva bisogno di concretarsi n in una parola n in un gesto.
L'annunzio del viaggio in Cina non la sorprese e non la rattrist. Le pareva che tutto dovesse essere cos, che anche quello dovesse essere cos. Anche lei aveva imparato a non costruire sul futuro, ad accettare la vita giorno per giorno, umilmente, lietamente, senza pretendere nulla.
Alla met di Agosto ebbe due righe di Onorato che l'avvisava della sua visita per il giorno dopo: sarebbe venuto col vaporetto della mattina. Alle undici ella si avvi gi per il vialetto fra gli ulivi, verso il mare. Sulla banchina c'erano sette o otto persone che aspettavano: Maria Antonia rimase un po' indietro, sola. Vide il vaporetto avvicinarsi in un gorgoglio di spuma e due barche staccarsi dalla riva e andargli incontro. Il vaporetto si ferm. Coi suoi occhi miopi ella non distingueva Onorato. Pens un momento: Se non ci fosse? e le parve una cosa insopportabile. Ma invece c'era: lo riconobbe poco dopo in una delle due barche. La barca approd a terra, i passeggeri saltarono fuori. Onorato fu l'ultimo.
Anche lui non l'aveva veduta. Si avvi per la salita: giunto dove cominciavano gli ulivi, la trov ritta, all'ombra, nell'aureola dei suoi capelli biondi in disordine. Le foglie degli ulivi le mandavano in viso tremolii di sole fuggevoli. Si ritrovarono subito, senza tentennamenti, senza esitazioni. Si misero a salire insieme, lentamente, e lui riconosceva quello sgretolio del terreno sotto i piedi, quella luce, quelle sporgenze di rocce. Di su, la terrazzina gli sorrideva familiare. Tutte le cose gli venivano incontro piene di saluti. Ritrov il muretto, il luogo dov'era la gabbia del falco, lo scoglio che formava un sedile fra gli ulivi.
Nel cortiletto, la contadina che lo riconobbe, gli sorrise, passando con un piatto sul quale era un grosso pane che aveva sfornato.
 Ve lo porto sopra, signorina?
 S, grazie  disse Maria Antonia.
L'odore del pane emp la piccola scala imbiancata a calce.
  sola sola?  chiese Onorato.
 S, sono sola.
 Non rimpiange Gi-gi?
 S, un poco  disse Maria Antonia. Ma nella sua voce non c'era rimpianto.
Tutte le porte erano aperte: le stanze apparivano vuote e tranquille e il mare sembrava entrare dalle finestre. La contadina, che aveva posato il pane sulla tavola, se ne and e si sent sugli scalini il battere sordo delle piante dei piedi nudi.
Maria Antonia not che Onorato era ancora invecchiato in quei mesi. I capelli, che portava cortissimi, erano tutti grigi sulle tempie. Ma gli occhi erano pi limpidi.
 Dunque?
Quel dunque che pareva voler essere un esordio era invece una conclusione. Maria Antonia sorrise. Ora non arrossiva pi.
 Dunque... eccoci qui  disse lei.
 Eccoci ancora qui  corresse Onorato.
Ancora! Erano passati pi di tre anni dalla sua prima visita a Sejano. Ancora! C'era un'intonazione di tristezza nella voce di lui, un'espressione di tristezza ma anche di fiducia e di pace nello sguardo di lei.
 Mi d tutta la sua giornata?  chiese Maria Antonia.
 Tutta. Anche la giornata di domani se vuole. Ho tanto bisogno di un poco di riposo!
 Davvero?  Ella sorrise alla prospettiva di due giorni interi da passare insieme, senza nessuno che venisse a interrompere la loro solitudine. Pens al letto da preparare, alle meraviglie della servetta. Che importava tutto il resto? Erano insieme finalmente.
 Trover stanotte un posto qualunque per dormire?  chiese lui.
 No: rester qui. C' la camera di Luisa. La casa ora  immensa per me.
 Mi vuol tenere? S?...
 S.
Egli esit un momento come per dire: E le chiacchiere?. Ma lei alz le spalle, noncurante. Che importava?... Davvero, che importa? pens lui. Tanto ormai gli pareva che l'ora fosse giunta, che fra loro non ci fossero pi menzogne.
Celebrarono quella loro intimit nuova con una giocondit serena. Maria Antonia andava accudendo alle piccole faccende solite e Onorato la seguiva da una stanza all'altra. In cucina ella si ferm davanti a Emilia che stava sbucciando le patate.  A proposito, va gi, fatti dare l'insalata fresca.
Emilia and lasciando sulla tavola il coltello fra le bucce delle patate che si accortocciavano. Maria Antonia prese il coltello e si mise a sbucciar le patate.  Bisogna pure che l'aiuti un poco, povera ragazza!
Seguitarono a discorrere. Nella piccola cucina entrava la luce meridiana e il vento di mare e di gi salivano i rumori affaccendati del cortile. Sulla tavola erano posate sei uova bianche bianche.
 Sa che io non mangio pi carne?  disse Onorato, chinandosi sulla spalla di lei e guardando quelle mani non belle che maneggiavano agilmente il coltello per sbucciar le patate.
 S?  fece Maria Antonia voltandosi.  Anch'io ripugno dalla carne... cos... senza pensarci.
 Io credo,  seguit Onorato ridendo  che verr un giorno nel quale si racconter: I nostri antenati erano barbari, mangiavano animali morti. Davvero, il rispetto della vita  troppo forte in me... almeno della vita sotto le forme pi vicine a noi... delle parentele pi immediate...
 Crede proprio che si potrebbe un giorno?...
 Perch no? Io credo a infinite possibilit... Si dice  stato cos da secoli e sar sempre cos. Ma non si pensa quanti millenn ci son voluti per dare all'uomo la parola, per esempio, o per insegnargli a usare del fuoco. La nostra esperienza  di ieri.
Maria Antonia mise sul focolare la pentola piena d'acqua che Emilia aveva preparata. Un po' d'acqua si vers sul fuoco e si sent un friggere sommesso.
 Vuole aiuto?
 S, mi dia le patate... cos.	Ella gett le patate nella pentola.
 Mi persuado sempre pi che nell'universo tutto tende a livellarsi, a unirsi. Le nostre divergenze sono forse reminiscenze di antiche convulsioni. A migliaia di secoli di distanza una nuova convulsione rimette le cose nello stato caotico....
Che riposo, pensava Maria Antonia, questo sentirsi assorbire dall'infinito!.  Le veniva in mente Oreste, tutti i discorsi della banca che aveva sentito per giorni e giorni, l'aggio, i camb, il rialzo, il ribasso; le preoccupazioni per la casa, per la mobilia, per i vestiti, per l'automobile, per una decorazione promessa e non ancora ottenuta....
L'acqua cominci a bollire con un piccolo gorgoglio continuo.
 Se sapesse che equilibrio ho trovato in queste idee! Davvero mi pareva impossibile di seguitare a vivere come vivevo. Mi sentivo addosso la polvere dei secoli. Ah! Pensare che la vita comincia ogni giorno... non ieri e non domani, oggi...  Onorato raccont ridendo la sua andata al ministero, il discorso del collega.  Mi faceva tanta pena, pover'uomo! che non capiva... E tutti siamo stati un poco cos, tutti ci siamo creduti pieni di doveri, incaricati di una missione; tutti abbiamo creduto alle caselle. Anch'io... non ero n carne n pesce...  Di nuovo rise.  Ora anche non sono n carne n pesce... se mai, erba...  Anche Maria Antonia rise.
Egli le parl di quello che voleva fare coi contadini e che gi le aveva accennato per lettera, disse che sperava di venirne a capo.  Ma hanno ragione di diffidare, povera gente! Se noi, classe superiore, siamo stati sempre i loro nemici... Hanno paura,  naturale. Perch dovremmo spogliarci se abbiamo sempre fatto creder loro che il possedere  un privilegio? che chi possiede  migliore di chi non possiede?... Ci deve essere un tranello sotto, pensano. Non pu credere come ho goduto in quei giorni a trovarmi fra quei contadini... a veder le cose direttamente, col loro buon senso che non mette fra loro e le cose l'ostacolo della cultura. E anche a sentirli parlare della guerra... che semplicit! Mi ricordo d'un ragazzone, con un viso tondo e certi occhi celesti da bambino che mi raccontava: Gu! Quando dovevo sparare diceva: Volto Santo di Lucca, scansa me e scansa quello!.... Quello era il soldato austriaco che gli stava di faccia.
Emilia torn con un gran fascio d'insalata umida e verde verde.
Il discorso continu sul divano della saletta da pranzo. Maria Antonia aveva preso della biancheria da rammendare e Onorato un po' passeggiava, un po' si fermava a starla a guardare.
 Che cosa guarda?  disse Maria Antonia alzando gli occhi.
 Lei.
 O che c' da guardare?
 Nulla. Mi piace, cos, di guardarla... di persuadermi che lei esista davvero.
 O perch? Ne dubitava?  disse Maria Antonia ridendo.
 S... forse  disse Onorato serio e non spieg altro.
Dopo colazione uscirono insieme perch Maria Antonia aveva bisogno di comprare qualcosa dalla merciaia, sulla piazzetta. Quasi tutte le poche botteghe erano chiuse a quell'ora ma la merciaia aveva un battente della porta aperto e sonnecchiava in fondo alla bottega buia dove c'era fresco. Da un cortiletto vicino usciva un rivolo di acqua saponosa che formava una piccola pozzanghera in un angolo della piazza. Due bambini giocavano alle piastrelle, in terra.
Passo passo giunsero sulla strada grande.
 Si ricorda quando mi accompagn qui prima che io partissi?  disse Onorato.
 Mi ricordo.
Egli cerc con gli occhi.  Ma c'era un boschetto di querce.
 Le hanno tagliate  disse Maria Antonia.  Il legno ha fatto prezzi incredibili per via della guerra.
Si vedevano i tronchi tagliati alle radici e l'erba che c'era cresciuta su, tutta bruciata dall'estate. Dappertutto spuntavano nuovi germogli, rigidi e verdi. Una capra, legata a un palo, brucava l'erba scarsa.
 Peccato!  disse Maria Antonia.
 Peccato, s, ma che vuol che le dica? Ora mi interesso alle cose piccole, umili, che paion brutte agli altri come a quelle che paion belle. C' tanta forza in ogni cantuccio di terra! I paesaggi pi semplici, pi banali anche mi dnno un senso di gioia che non provo davanti ai panorami classici...
Ella lo ascoltava, felice di quelle parole, con la sensazione che tutto ora fosse cos facile!
Di nuovo parlarono del viaggio in Cina mentre ritornavano verso la casa, mettendo un piede dietro l'altro. Egli disse che forse sarebbe rimasto diciotto mesi, forse due anni.
 E lei in questo tempo dove star? che far?
 Star qui pi che sia possibile. Non mi mancher da fare.  Gli confess che s'era messa a studiare il russo, da s, con l'aiuto, di tanto in tanto, di una signorina russa che viveva a Meta.  Incontro molte difficolt ma finisco quasi sempre per cavarmela. Vedr al ritorno!  Quel futuro pareva a tutt'e due una cosa comune; vi si istallavano fin da adesso.
 Io allora avr quasi trent'anni...
A Onorato, tutt'a un tratto, venne una grande tenerezza per la povera creatura che accettava la vita con tanta umilt: sent in quella tenerezza la spiegazione di tante cose, spiegazione ancora confusa ma che preannunziava una luce prossima. Prese una mano di Maria Antonia e la baci. Lei lo guard stupita. Entrarono in casa.
La contadina aveva steso il bucato nel cortiletto sulle corde tirate fra i pali, e il vento di mare faceva ondeggiare le lenzuola umide, bianche bianche nel sole.
LI.
La giornata era passata cos, in chiacchiere che sembravano vuote ma che erano piene di significato per loro. Erano scesi gi nell'uliveto, avevano girato per le stanze, fino in un piccolo sottoscala erano andati dov'era serbato dell'olio e delle legna. Risalendo i quattro gradini che mettevano nel sottoscala, Onorato aveva battuto la testa a una trave che sporgeva.
 S' fatto male?  chiese Maria Antonia spaventata.
 No. Nulla.  Dopo un momento egli disse: Penso a una cosa... Io do del tu a tanta gente che conosco appena e fra noi... ci diamo del lei.
 Gi,  fece Maria Antonia. Ma seguitarono a darsi del lei.
S'era fatto buio che stavano ancora a desinare. Come quella sera di quattro anni prima portarono due sedie sul terrazzino (i mobili di vimini e la tenda erano gi partiti per Bellavista) e stettero nella quiete della notte a discorrere, a tacere. Questa volta c'era la luna, una luna nel primo quarto, bianca bianca, in un cielo che pareva roseo. Il terrazzino rimaneva nel buio. Il mare aveva un lungo solco fosforescente che si perdeva laggi, verso Napoli. Il cane, nel cortile, abbai. Sulle foglie, sotto al terrazzino, si sent come il salto d'un grosso insetto che ogni tanto ricominciava. Sulla strada pass una comitiva di gente: si sentirono voci, un cantare avvinazzato, lo stridere acuto d'un mandolino.
La servetta si affacci sulla soglia.
 Posso andare a letto? Volete niente?
 Va'  disse Maria Antonia. Sent Emilia chiudere col chiavistello la porta delle scale, poi risalire, poi chiudere la finestra di camera sua.
Quel quarto di luna stava per tramontare. Essi lo seguirono con gli occhi e tacevano; lo videro sparire. Rimase all'orizzonte una macchia pi chiara sul cielo chiaro.
Passarono due pipistrelli che volavano basso, quasi rasente il terrazzino. Maria Antonia chin la testa rapidamente.  Mi fanno tanta paura! Non mi ci posso abituare.  Rialz il capo, rise un poco. I pipistrelli erano lontani e si rincorrevano nell'aria limpida.
A traverso gli ulivi si vide una lanterna. Andava a zig-zag, scompariva, ricompariva, si avvicinava.
 Chi pu essere?  disse Maria Antonia.
Un uomo travers il cortiletto. La lanterna gli pendeva a sbalzi dalla mano e faceva una macchia rossiccia nell'ombra. Gli si vedevano i piedi nudi, illuminati da quella luce rossiccia, e anche le pietre sconnesse del cortile erano illuminate in quel punto. Ci fu un breve parlare dell'uomo col contadino uscitogli incontro, poi di nuovo la lanterna spar e riappar fra gli ulivi, dileguandosi. La contadina sbarr la stalla, poi chiuse il portoncino.
 Santa notte.
 Santa notte  rispose Maria Antonia che amava quel saluto.
Quiete, silenzio, solennit della notte stellata.
Maria Antonia prov un leggero turbamento. Le pareva che davvero la loro solitudine fosse completa: soli, soli in tutto il mondo, soli nell'immensit dello spazio. Sentiva qualcosa di leggero che le si sprigionava dall'anima, che saliva... Dove?... Le parve di comprendere in quel momento soltanto l'eternit, l'eternit prima di nascere, l'eternit dopo, l'attimo che abbraccia tutto... Era tutta piena di stupore, stupita e turbata. Allora si accorse che tacevano da un pezzo. Onorato aveva smesso di fumare. Lo sent l vicino nel buio, tanto vicino che si scost un poco. Di che aveva paura?
Quando egli parl, la sua voce aveva come un altro suono: eppure diceva cose molto semplici.
 Guardi quella lucciola, l, sulle foglie...  strano come ci sieno poche lucciole qui. Nel Veneto, certe sere, ne ho viste tante, tante...
 Dov'?...  disse Maria Antonia che aveva trasalito e non guard dove egli accennava.
Di nuovo silenzio.
La notte pareva che si allargasse, piena di meraviglie e di brividi.
Ella sentiva una gran voglia di piangere, senza saper perch. Le pareva che tutto fosse troppo bello, troppo solenne: era oppressa, provava il desiderio di tornare alle piccole realt della vita. Si alz.
 Dove va?  chiese Onorato.
Ella cerc un pretesto.  Voglio andare a vedere se Emilia ha preparato tutto in camera sua.
Anch'egli si alz lentamente, come togliendosi a malincuore a quel fascino della notte e del mare.
Il lume a petrolio, nella saletta da pranzo, apparve tranquillo e familiare. Maria Antonia lo prese e si diresse verso la camera di Luisa. Pareva che dietro le porte chiuse qualcosa aspettasse. Il passo di Onorato, dietro al suo, le pareva una cosa strana e ogni tanto si voltava a guardarlo, come per assicurarsi che fosse proprio lui. Il lume filava nelle sue mani che tremavano un poco.
La finestra della camera di Luisa era spalancata e si staccava sul buio della notte. La luce del lume a petrolio rischiar il mezzo della stanza, lasciando gli angoli scuri.
Maria Antonia pos il lume sulla tavola. Ora la lenta ebbrezza di poco prima si andava dileguando a poco a poco: si ritrov lei, contenta della presenza di Onorato, un po' stanca, come se avesse camminato tanto!
Guard se sulla piccola tavola accanto al letto c'era la bottiglia dell'acqua, i fiammiferi, la candela nel candeliere d'ottone. Tutt'a un tratto un volo nero le pass davanti agli occhi: mand un grido. I due pipistrelli erano tornati, attirati dal lume, s'inseguivano: per le pareti bianche e per la volta si allungavano ombre rapide. Maria Antonia si gett verso l'uscio, lo trov chiuso, non ebbe la forza di cercare la maniglia, gir su s stessa, chiuse gli occhi e venne ad abbattersi sul petto di Onorato, tutta palpitante. Egli, la strinse a s, tanto forte, la raccolse tutta fra le sue braccia, ve la nascose come una bambina.
 Ho paura, ho paura...  diceva sommessamente Maria Antonia avvinghiandosi a lui, rabbrividendo di terrore, di dolcezza e di spasimo. Ora non sapeva pi se aveva paura dei pipistrelli o di qualche altra cosa o di s.
 Sono andati via, sono andati via  disse Onorato.  Guarda, non ci sono pi...  Senza lasciarla, le sollev un poco il viso. Ella apr gli occhi e li richiuse subito. Sentiva che egli la stringeva ancora e ancora, sentiva che le mormorava parole piene di carezze....
 Non aver paura, non aver paura...  vero che non avrai paura di nulla con me?... Di nulla?...  vero?...  vero?...
 S,  disse lei e quella parola le parve tanto dolce bench non sapesse a che cosa avesse risposto s.
LII.
Max Prokesch aveva bisogno di denaro per andare a Sorrento, come aveva promesso a Camilla. Otto giorni all'Htel Vittoria: fece il conto; pens che si sarebbe potuto fare qualche gita e che sarebbe costata molto: poi le mance, poi gli imprevisti: gli ci voleva un migliaio di lire. Al padre era inutile domandar denaro: non ne aveva. Si parlavano poco fra loro, ma Max sapeva che il vecchio teneva il portafoglio in un cassetto del quale era stata perduta la chiave da tempo immemorevole: ogni tanto andava a vedere: quei pochi soldi rimasti scemavano, scemavano. Come si faceva a chieder denaro? Pens di vendere il microscopio ma non ne ebbe il coraggio. Radun le poche cose della madre che Sebastiano Prokesch gli aveva consegnate: un orologio d'oro con una catena lunga, un braccialetto a serpe, un grosso spillo con una granata, fuori di moda, un paio di orecchini a pendenti di stile egiziano: fece un piccolo involto, in un pezzo di carta, lasciando nel cassetto della scrivania gli astucci di velluto, scoloriti ma intatti, come le cose che per anni sono state custodite con venerazione. Nel farlo provava un certo imbarazzo, si spicciava, e le dita non riuscivano a legar l'involto con lo spago. Usc di casa guardandosi dietro, bench fosse sicuro che il padre non c'era. Giunto in istrada, non sapeva dove andare. Gli era venuto in mente di chiedere a Fraggiacomo ma si era vergognato. Cammin un pezzetto, tenendo l'involtino in mano; gli pareva che la gente lo guardasse. Si ricordava di aver visto poco discosto, in un vicolo, l'insegna di una agenzia di pegni, ma sbagli vicolo. Cammin ancora, poi, riconosciuto il vicolo, l'oltrepass, senza decidersi a svoltare. Dopo una ventina di passi torn indietro. Giusto in quel momento, sul marciapede dall'altra parte della strada, passava un prete che lui conosceva e che lo salut. Max si ferm all'angolo del vicolo, aspett che il prete fosse lontano, poi di corsa entr nel portoncino che era il primo a sinistra. Per la scala si ferm ancora. Era una scala buia e umida, con una corda tesa per appoggiarsi, diventata liscia a forza del contatto di mani sudate e unte. Max ristette sul pianerottolo, dov'era accesa una lampadina elettrica che faceva appena luce tanto era coperta di polvere e di ragnateli: apr l'involto; quegli oggetti gli parvero poveri e tristi... Lo spillo con la granata cadde in terra, dovette cercarlo a tastoni, nel buio, sui mattoni sudici e bagnati. Quando si rialz gli era passata ogni sentimentalit; soltanto pensava a quanto gli avrebbero dato di quegli oggetti. L'agenzia era al primo piano. L'uscio era socchiuso. Nella saletta dov'era una panca di legno due donne, sedute, aspettavano. Una aveva un gran fagotto sulle ginocchia, coperto da un panno di lana verde appuntato con gli spilli. Dalla stanza accanto veniva il suono di voci diverse: una era stridula. Si sent ridere. Max ebbe un momento l'idea di tornare indietro. Ma la porta della seconda stanza si spalanc a un tratto ed egli si trov davanti un vecchietto con la faccia colore di quelle piante che si fanno crescere in cantina, per i sepolcri. Dietro a lui c'era un omone coi baffi neri, i capelli neri, gli occhi neri e un grosso anello con un brillante all'indice della mano sinistra.
Le due donne s'erano alzate: il vecchietto le riconobbe, poi guard Max, e intanto l'omone coi baffi neri si avviava per le scale, rumoroso e di buon umore.
 Aspettate, voi  disse il vecchietto con tono di autorit alle due donne che gi si dirigevano verso la seconda stanza col fagotto, da vecchie clienti, abituate al luogo.
 Ma siamo venute prima noi  azzard la pi giovane.
 Non importa  fece la pi vecchia, umile; e tutt'e due si rimisero a sedere sulla panca, col fagotto sulle ginocchia, rassegnate ad aspettare. Il vecchietto fece a Max un cenno d'invito e lo squadr da capo con un'occhiata sospettosa ma nella quale entrava un certo rispetto. Max entr nella seconda stanza. Questa seconda stanza era divisa da una rozza cancellata di legno dipinta di giallo. Oltre la cancellata si vedevano degli armadi bassi e larghi, chiusi da catenacci. Lo sportello della cancellata aveva dalla parte interna una mensola sulla quale era posata una piccola bilancia accanto a un registro legato in tela marrone e a una bottiglietta d'inchiostro con una penna. Di qua dalla cancellata erano quattro sedie di paglia e un tavolino con un tappeto di tela incerata. Alla parete coperta da un parato di carta a fiori, stinto, c'era un'immagine della Madonna del Buon Consiglio, a colori, e sotto, una lampadina a olio accesa. Una finestra dava su di un cortiletto.
 In che posso servirla?  disse il vecchietto vedendo che Max non si decideva a parlare. Max, precipitosamente gli porse l'involtino che aveva di nuovo legato con lo spago, e disse: Vorrei impegnare questi oggetti. E in quel momento gli parve che Camilla potesse vederlo e sent spruzzar anche su di lei l'umiliazione che provava.
L'impegnatore, senza affrettarsi, si mise a slegare lo spago e a svolgere il fagottino; poi pos tutto sulla mensola dello sportello, e rimase con lo spago in mano, dilungandosi a sciogliere un nodo. Quei minuti parvero interminabili a Max. Egli si avvicin alla finestra e si mise a guardare nel cortiletto. A una finestra di faccia una donna sciacquava della lattuga in un catino verde. Si sentiva un forte odore di frittura fatta con olio rancido.
L'impegnatore aveva allineato gli oggetti sulla mensola e cominci a pesarli, a uno a uno. Max si voltava ogni tanto a guardare con la coda dell'occhio. Provava un senso di antipatia verso quegli oggetti, come un rancore perch erano cos miserabili. Passarono ancora dei minuti.
 Dunque? Quanto ne posso avere?  chiese Max.
 Un momento.  E il vecchietto torn a pesare, poi guard a controluce la granata dello spillo, strizzando gli occhi orlati di rosso. Max fiss di nuovo la donna che sciacquava la lattuga.
 La granata  scardata,  disse l'impegnatore.  Del resto, io per le pietre non d niente.
Si sent cigolare la porta dell'entrata. Un passo, lo scricchiolio della panca sotto il peso di qualcuno che si siede, un grosso sospiro di persona stanca.
 Non posso dare pi di quattrocento venticinque lire  disse l'impegnatore.
Bench la cifra fosse molto inferiore a quello che si aspettava, Max prov un sollievo. Il vecchietto lo guard interrogativamente coi suoi occhi senza colore, aspettandosi che Max protestasse: Max non disse nulla. Allora l'impegnatore aggiunse: Proprio, non posso dare di pi, in coscienza e si avvi dentro alla cancellata, richiudendo la porticina dietro di s. Apr un armadio con una chiave che si tolse di tasca ma l'apr appena quanto bastava per poterci introdurre gli oggetti e lo richiuse subito. Poi si mise a scrivere nel registro marrone, intingendo ogni momento la penna nella bottiglietta dove non c'era quasi pi inchiostro.
Max calcolava mentalmente quanti giorni sarebbe potuto rimanere a Sorrento ma s'imbrogliava nel calcolo, agitato. L'impegnatore tir fuori un portafoglio di cuoio, largo e vecchio, cont quattro biglietti da cento, quattro da cinque e degli spiccioli.  Trenta centesimi sono per il bollo  spieg. Uno dei biglietti da cento era incollato con una striscetta di carta da francobolli. Max prese il denaro senza contarlo e si precipit verso la porta.
 Un momento, un momento... e la polizza?  disse il vecchietto con rimprovero. Si rimise a scrivere, tenendo chinata la boccetta dell'inchiostro per profittare di quelle ultime gocce. Max sent un profondo disgusto e gli parve che la gita avesse perduto ogni incanto per lui. Finalmente l'impegnatore gli tese la polizza con l'inchiostro ancora umido ed egli mise in tasca polizza e denaro, travers rapidamente la saletta, dove ora aspettava anche una terza donna; una popolana vestita a lutto, enorme, che gi aveva attaccato discorso con le altre due, e scese la scala a precipizio. Quando fu gi pens a quegli oggetti, chiusi nell'armadio, dietro la cancellata dipinta di giallo, e prov un senso di vuoto, pieno d'amarezza.
La mattina dopo part col vaporetto delle nove.
LIII.
S'era pensato d'improvvisare un balletto sulla terrazza dell'Htel Vittoria per quella sera che era l'ultima che Max doveva passare a Sorrento. Anzi Max s'era trattenuto proprio per quel balletto, calcolando angosciosamente quanto gli rimaneva ancora delle quattrocentoventicinque lire, calcolando quel che gli ci voleva per le mance e per il viaggio di ritorno. Ogni tanto gli prendeva una paura di perdere il portafogli e se lo tastava in tasca. Quei quattro giorni erano stati per lui una cosa fantastica, a cominciare dalla cioccolata presa la mattina su di un tavolino della grande sala da pranzo, mentre i villeggianti si affaccendavano intorno agli altri tavolini, le signore in abito da spiaggia, pronte per andare al bagno, gli uomini nei loro vestiti di coutil o di lanetta a righe, tutti spensierati, di buon umore. I camerieri che servivano parevano anch'essi di buon umore e senza altra preoccupazione fuori quella di portare sveltamente in bilico sulla palma della mano i vassoi con le tazze, le caffettiere e le lattiere. La terrazza, ancora deserta, era tutta fragrante di brezza marina. Anche il mare pareva non avere altra destinazione che quella di ricevere le signore e le signorine che andavano a prendere il bagno e di portare in giro le yoles dei canottieri, i sandolini e qualche cutter con tutte le vele spiegate.
Questo senso di beatitudine oziosa si prolungava per Max attraverso la giornata, durante la colazione sulla terrazza; nelle ore calde quando quelli che non si ritiravano nelle loro camere si dividevano per piccoli gruppi, nel giardino all'ombra o nella sala di lettura; durante l'ora della passeggiata, quando si andava a Massa, con le carrozzelle o ci si spingeva pi lontano, in automobile; al pranzo, quando le tavole illuminate erano allegre e rumorose, circondate dai colori chiari degli abiti femminili: la sera, quando la terrazza era tutto un fruscio di gonne, un brusio di voci, un suono di chitarre e di tarantella, un chiarore di luna, uno scintillio di mare e, nel boschetto, al buio, le passeggiate furtive e solitarie erano piene di mistero e di fascino. Max era stato preso come in una vertigine e ogni tanto gli passava un brivido per le reni e pensava: Ma tutto questo finir! e per un momento tutto gli pareva scuro e opprimente, fino il mare, fino il cielo.
Da poco era finita la colazione. La duchessa di Casamartana era sempre l, a destra, nella sua grande poltrona di vimini, piena di cuscini. Ora che Cecilia si era finalmente fidanzata con Peppuccio Scala, il pesce-cane siciliano, la duchessa pareva godere di un ben meritato riposo. Con Cecilia era molto meno severa che non fosse stata con Camilla e i fidanzati andavano e venivano come volevano, in giardino, sulla spiaggia, fino per le strade di Sorrento, nelle botteghe a scegliere oggetti di legno, sciarpe di seta, golfs, calze. Le calze erano la grande preoccupazione di quell'anno perch coi vestiti cortissimi i piedi e le gambe erano molto in vista. Il duca di San Marzio, sempre fedele, sempre elegante, col suo bel cameo antico al medio della mano destra, si consumava a poco a poco, diventato diafano ma senza esser perci spiacevole a guardare; pareva che volesse andare verso la morte senza dar noia a nessuno, profumato e corretto come sempre. La principessa di Mllica girava intorno i suoi occhi annoiati e meravigliosi, dei quali nessuno aveva indovinato l'enigma che oramai cominciava ad avere un fascino un po' stagionato. Essa teneva sulle ginocchia un piccolo pechinese, minuscolo, che aveva sostituito il fox-terrier non pi di moda. Il pechinese si chiamava Poker perch quell'anno tutti giocavano il poker con una frenesia indiavolata.
Anche la contessa Facchi era venuta da Roma e aveva condotto con s una nipote, magnifica bruna, alla quale tutti facevano la corte. Su di un'altra poltrona di vimini era la marchesa Valeri, tutta vestita di crespo nero, col fazzoletto orlato di nero, la borsa in mano nera. Aveva lottato molto per non andare a Sorrento quell'anno ma Francesca e Orsengo l'avevano persuasa. Che voleva fare? Restare a Napoli era impossibile col caldo, viaggiare era ancora difficile e poi lei non amava i viaggi: l almeno, ritrovava le sue amiche, stava in un'aria buona, che le confaceva: il padrone dell'albergo le usava riguardi come a una vecchia cliente. Fin per andare. I primi giorni stava sempre in camera, pranzava anche in camera, poi la duchessa di Casamartana l'aveva obbligata a scendere sulla terrazza, e a poco a poco aveva cominciato a fare anche colazione sulla terrazza. Senza volere aveva ripreso ad occuparsi della sua toilette e Francesca l'aveva spinta a farsi un vestito un po' scollato, di crpe georgette, per il pranzo. Filippo Orsengo, ora contr'ammiraglio, giungeva puntualmente il sabato sera, in automobile, per ripartire il luned. Chiara era sempre un po' imbarazzata quando lo vedeva comparire. Tutti li circondavano di un rispetto pieno di simpatia. Ogni settimana il giardiniere di casa Valeri aveva ordine di portare al camposanto tutti i fiori del giardino.
Camilla e Margherita, tutt'e due bellissime, rendevano il gruppo della duchessa il pi ricercato di tutti e quell'angolo della terrazza era sempre pieno di chiacchiere, di risate e di brio. Oreste Formisani faceva mostra della sua eleganza troppo fresca per non essere inappuntabile. Parlava forte, metteva la mano sulla spalla agli uomini che conosceva appena, nominava le signore chiamandole a nome, attirava continuamente l'attenzione su di s. I primi giorni anche Luisa era scesa sulla terrazza, ma poi, col pretesto del suo stato, faceva colazione e pranzava nel suo appartamento al primo piano. Aveva capito di stonare fra quella gente che la tollerava di mala voglia. Oreste le era stato molto grato di questa discrezione e le mostrava la sua gratitudine con carezze, moine e piccoli regali.  vero che quando portava a lei un oggetto di cinquecento lire voleva dire che ne aveva ordinato uno di diecimila per Margherita. La gente era ancora in dubbio nel qualificare le relazioni di Oreste e di Margherita: molti dicevano che lei faceva sperar tutto e non concedeva niente e che a lui bastava l'onore di esser sospettato di questa buona fortuna: altri, e specialmente le donne, dicevano che era impossibile che un uomo di quella pasta si contentasse di solo fumo. La questione era di quelle che facevano le spese di tutte le conversazioni dei diversi gruppi, meno quello della duchessa, e sino alla fine della villeggiatura rimase insoluta. C'era chi assicurava di aver sentito rumore di passi nel corridoio, la notte; chi asseriva di aver veduto due ombre nel boschetto, in un atteggiamento che non lasciava dubbio; chi interrogava le cameriere, chi spiava, chi sorrideva, chi si scandalizzava, chi lasciava fare. Margherita, nella sua magnifica serenit, pareva non accorgersi neppure di quelle chiacchiere. Spesso si vedeva sulla terrazza Gi-gi, tutto vestito di piqu bianco, accompagnato dalla governante inglese. Le signore lo accarezzavano.
Il principe e la principessa di Celle formavano sempre gruppo a parte, verso sinistra. Il principe aveva avuto un secondo colpo apoplettico, ma anche questa volta l'aveva scampata. Era pi che mai furibondo contro la guerra e s'infuriava quando sentiva parlare di vittoria.  Ma non vedete che siamo al fallimento, al fallimento?  strillava congestionandosi tutto.  Guardate il listino dei cambi, guardate la svalutazione della moneta. E volete parlare di vittoria? Ma fra dieci anni la Germania sar in piedi e c'inghiottir come un boccone.  Soltanto, queste cose le diceva quando era ben sicuro dei suoi ascoltatori. La principessa era sorda a dirittura e donna Carolina Galluccio, che quest'anno era ospite loro, le ripeteva forte all'orecchio tutto quello che si diceva intorno. Il loro gruppo s'era andato assottigliando in quegli anni: c'erano rimasti soltanto due o tre vecchioni e qualche giovinetto imberbe, troppo timido per mettersi a discorrere con le signore giovani.
Invece la signora Novati aveva fatto grandi progressi in quegli anni di guerra e, bench ora toccasse la quarantina, pareva una giovanetta ed era diventata elegantissima: per faceva sempre le viste di stare a s, ma tutti gli uomini le si affollavano intorno e lei discuteva, faceva un po' la filosofa, un po' parlava di esoterismo, d'occultismo, di teosofia. Riceveva tutti i libri inglesi e francesi pi recenti che trattavano di queste materie e tutte le riviste di scienze occulte. Quell'anno produceva al pubblico uno scienziato siriano, un tipo asciutto, con gli occhiali, olivastro, con un bellissimo profilo orientale, che pareva un prete.
Oreste Formisani, che il giorno innanzi era andato a Napoli, era tornato allora allora con un'immensa scatola di cioccolatini per la duchessa. S'era scommesso non so di che e Oreste aveva perduto. La duchessa accett con un sorriso la magnifica scatola e, apertala, la fece circolare, offrendo i cioccolatini.  Ma  una cosa reale  disse la principessa di Mllica. Donna Carolina Galluccio che, da lontano aveva veduto i cioccolatini, si accost al gruppo della duchessa con un pretesto.
 Squisiti  disse Camilla.  Prendete un cioccolatino, Max.  E offr lei stessa un cioccolatino al giovane che stava ritto dietro alla sua sedia. Egli lo prese, inchinandosi, rigido.
Intanto Oreste distribuiva intorno lettere, giornali e piccoli involti. Quando andava a Napoli tutti gli davano commissioni ed egli le sbrigava puntualmente, compiacentissimo. And perfino a portare alla principessa di Celle il suo orologio che era andato a far accomodare dall'orologiaio.
La marchesa Valeri pensava che Dino amava tanto i dolci e gli occhi le si empirono rapidamente di lacrime.
 Marchesa, guardi, guardi  Margherita le mostrava un paio di calzini di seta chaudron.   possibile che questi calzini possano andare a Peppuccio?
 Ma s  disse il giovane, un bellissimo giovane con gli occhi nerissimi, pallido e coi capelli corti ma un po' ricciuti, molto folti  io ho un piedino di fata.
Tutti risero. Il paio di calzini pass di mano in mano.
 Fatemi vedere il vostro piede  disse la principessa di Mllica.
Peppuccio Scala alz il piede.
 Datemi il pugno: le calze si misurano cos  disse Camilla afferrandogli il polso.
 Sono troppo piccoli  disse Margherita.
 Sono giusti  disse Camilla.
 Sono inverosimili  disse la principessa di Mllica.
 Principessa, non mi guasti la gioia della mia conquista  supplic il giovane.  Se sapesse da quanto tempo cerco dei calzini di questo preciso colore! Ne ho fatti venire da Londra, ne ho fatti venire da Parigi, ma non era il colore che dicevo io: davano troppo al giallo o troppo al rosso. Finalmente l'altro giorno, in un magazzino, a Napoli, vedo un paio di calze del colore preciso che volevo io... Erano calze da donna! Me le metto lo stesso... ma una maglia si sfila e via... Costavano settantacinque lire. Le ho regalate a Cecilia.
Le signore trovarono la cosa molto spiritosa.
 E ora,  prosegu il giovane, felice della attenzione che gli prestavano,  finalmente trovo il paio di calzini ideale, in una botteguccia di Sorrento, e la principessa vuole affliggermi col dire che non mi andr. Questo  crudele.
 Quanto li avete pagati?  chiese Camilla.
 Dodici lire.
Di nuovo tutti vollero vedere il paio di calzini e si parl per un pezzo del suo favoloso buon mercato, dei prezzi delle calze e in generale del costo esagerato di tutti i generi. Scala disse che la seta di Sorrento pu stare a pari con quella di Lione e mand un cameriere a prendere in un magazzino vicino una quantit di sciarpe a righe multicolori che offr a tutte le signore che erano sulla terrazza. Questa distribuzione occup una mezz'oretta.
 Io la voglio a fondo rosa.
 Io la voglio verde e bianca.
 Io la voglio rossa e turchina.
Donna Carolina Galluccio ne volle una che si potesse adattare al mezzo lutto che portava per la morte di una vecchia zia di provincia.
 Domani tutti con me a Positano: una cena al chiaro di luna  disse Oreste Formisani.  Duchessa, non mi manchi.
 S, mamm, vieni, vieni  disse Cecilia.
La duchessa acconsent dopo un molle rifiuto.
 Avremo tre automobili  prosegu Oreste.  La mia, quella di Peppuccio e quella di Germani.  vero, Germani?
 Benissimo  disse Roberto Germani.
 E Margherita?... dov' Margherita?...  fece Oreste.
Margherita, allontanatasi un poco, col gomito appoggiato alla ringhiera, parlava con la nipote della signora Novati. Oreste le chiam con un fischio. Tutt'e due si avvicinarono, senza essere offese da quel modo di attirare la loro attenzione.
 Come sono cambiati i tempi!  pens il duca di San Marzio, ma non disse nulla. Sentiva che la corrente, a poco a poco, lo trascinava verso un'indulgenza piena di scetticismo. La duchessa pareva trovar naturale che le cose andassero cos.
 E il nostro poker?  disse la principessa di Mllica alzandosi. Il cagnolino, svegliato dal sonno, si mise ad abbaiare. Il tavolino di poker fu formato dalla principessa di Mllica, da Margherita, da Oreste Formisani e dalla marchesa Valeri che si adatt a giocare, per compiacenza. La principessa e Margherita erano attente al loro giuoco, avide di guadagno: Oreste parlava e scherzava.
 Zitto, Oreste,  disse Margherita  fateci pensare al giuoco.
Camilla e Max passeggiavano lentamente sulla terrazza. I due fidanzati erano spariti. Poco dopo si videro, in barca, soli, che remavano.
 Starete fino a domani per questa gita?  disse Camilla, guardando Max coi suoi occhi carichi di un languore voluttuoso.
  impossibile  balbett il giovane.  Debbo partire domattina.  E pens alle centoquaranta lire che gli rimanevano nel portafogli.
 Restate...  prosegu Camilla sottovoce.  Ve lo chiedo. Restate.
Max si sent venire le lacrime agli occhi. Pens rapidamente che avrebbe potuto domandare un centinaio di lire in prestito a Oreste Formisani, con una scusa. Disse debolmente: Rester. E tutto gli si confuse in un gran barbaglio di luce.
Intanto i camerieri andavano e venivano: passarono degli operai con una scala: si dovevano mettere dei festoni e delle bandiere per il balletto della sera, molte bandiere italiane e bandiere francesi, inglesi, americane, belghe: Peppuccio Scala aveva prestato, per pavesare la terrazza, tutti i segnali del suo yacht la Sfinge che era ancorato l, nel piccolo porto. In uno dei salotti donna Carolina Galluccio, la nipote della signora Novati e la contessa Facchi finivano in fretta di preparare le coccarde per una figura di cotillon. Il giardiniere giunse portando i fiori: enormi bracciate di rose. La marchesa Valeri che lo vide passare, ebbe un piccolo brivido e impallid: pensava alle rose che forse in quello stesso momento erano colte nel suo giardino per la tomba di Dino.
 Marchesa, tocca a lei a far carte  disse Margherita.
Sulla terrazza pass Gi-gi con l'inglese. Mario Pardini si mise al pianoforte e accenn un fox-trott.
 Un fox-trott! Andiamo, andiamo  disse Camilla.  Max non ballava.  Un fox-trott! Presto... chi viene?...
Accorsero due o tre giovanotti. Camilla cominci a ballare: dopo poco risal anche Cecilia con Peppuccio Scala: si form qualche altra coppia.
 Ma sono arrabbiati!  disse la duchessa.  Balleranno tutta stasera e non sono contenti.
Il maestro di casa entr, si guard in giro, si diresse verso Oreste Formisani e gli chiese sottovoce qualche ultima disposizione per il balletto della sera.
 Ma s, ma s, Mot et Chandon,  disse Oreste forte  e che ce ne sia in abbondanza.
 Per  grazioso il fox-trott  riprese la duchessa, rivolta al duca di San Marzio.
 Graziosissimo.
I vestiti cortissimi scoprivano le gambe sottili che parevano nude tanto le calze erano trasparenti: le braccia nude fino alla spalla, le scollature audacissime, specialmente sul dorso. Camilla, Cecilia, la nipote della signora Novati formavano un bellissimo gruppo, tutto freschezza ed eleganza. Max, appoggiato alla ringhiera, guardava con un misto di rabbia, di piacere, di orgoglio ferito, assaporando da s la sua amarezza e il suo amore, rimasticandoli.
 Avanti, avanti, Pardini  disse Cecilia.  Che avete oggi che suonate con tanta mollezza?  In tutti quegli anni Mario Pardini aveva finito per rassegnarsi alla sua parte di tapeur e ora non si faceva neppur pi pregare per mettersi al pianoforte a suonare un fox-trott.
Nella luce viva della terrazza la pittura era terribilmente visibile sul viso di Camilla: ora non se ne accorgeva pi, e ogni giorno le sue gote diventavano pi rosse, le labbra pi incarnate, le occhiaie pi nere, e la sua bellezza ne riceveva un risalto strano ma potente. La principessa di Mllica invece aveva preso il genere della pittura macabra e le sue guance erano d'un bianco a riflessi viola che le dava qualcosa di spettrale.
Il vaporetto si ferm sotto la terrazza, mandando un fischio acuto. Tutti corsero alla ringhiera, a vedere. Soltanto Cecilia e Peppuccio Scala seguitavano a ballare, ostinati, tenendosi stretti, con gli occhi lucidi.
 Viene l'ammiraglio,  disse Camilla  viene anche il deputato Verzillo.
Nel salottino, la partita era terminata e Oreste Formisani che, al solito, aveva perduto, tirava fuori una borsa a maglia e pagava galantemente le signore in monete d'oro.
 Io ho vinto cinquecentoquaranta lire  disse Margherita tutta contenta. Oreste pag anche per la principessa di Mllica che non aveva la borsa con s.
 Va bene, pagate,  disse la principessa  e poi faremo i conti.
L'ammiraglio Orsengo e il deputato Verzillo comparvero sulla terrazza.
La marchesa Valeri prov il solito senso di malessere che provava sempre al giungere di Filippo Orsengo, malessere che non le impediva di aspettarlo con una certa impazienza. Avrebbe voluto liberarsi da quel giogo, sopratutto ricordandosi quanto ne aveva sofferto il suo povero Dino, ma come fare a meno di un uomo che pensava a tutto per lei, che le risparmiava ogni piccola noia e che, specialmente in questi ultimi tempi, le aveva fatto fare degli affitti di terre magnifici e degl'impieghi di denaro incredibilmente vantaggiosi? Come rinunziare a quella tenerezza prepotente ma vera che cullava la malinconia del suo tramonto solitario?
Di nuovo passarono gli uomini con la scala. La terrazza era tutta pavesata di gale di bandiere, come un bastimento in un giorno di regate.
 E i fuochi d'artifizio?  chiese Cecilia a Peppuccio Scala.
 Tutto pronto, tutto pronto.
 Andiamo un poco in giardino,  disse Camilla a Max che stava imbronciato in un angolo.
Cominciava a imbrunire. Il mare si faceva scuro con piccole fosforescenze che si perdevano fra le ondate.
Furono portati gl'istrumenti per l'orchestrina da ballo.
 Qui, qui, mettete qui  diceva Oreste Formisani con tono d'autorit.
Qualche signora sal su per vestirsi e pettinarsi prima di pranzo.
Si mise un poco di vento che fece svolazzare le bandiere.
I camerieri preparavano le tavole per il buffet, interpellandosi da un capo all'altro della terrazza.
 Per carit, rifugiamoci in un posto tranquillo  disse la signora Novati, conducendosi via lo scienziato siriano dal bel profilo orientale.  Qui  impossibile discorrere di una cosa seria.
Cecilia e Peppuccio Scala si allacciarono di nuovo, ricominciarono un fox-trott.
Donna Carolina Galluccio, piano piano, scivol in giardino. Doveva spiare qualche cosa per poi raccontarlo la sera alla principessa di Celle che era avida di storielle scandalose. Era buio fitto. Dietro a un cespuglio si sentivano mormorii confusi, parole prima irate, poi lamentevoli, poi dolci... e poi... era un bacio?...
 Troppo presto, mi pare, dopo tante catastrofi  disse Filippo Orsengo al deputato accennando, un po' in disparte, ai festoni e alle bandiere della terrazza.
 Che volete?  disse il deputato scotendo il capo. Sono come i Borboni di Francia dopo la Restaurazione: ils n'ont rien appris et rien oubli.  E tutt'e due sorrisero.
LIV.
Una mattina la cassetta di pitch-pine del microscopio scomparve.
Sebastiano Prokesch se ne accorse subito ma non disse nulla. Era diventato quasi maniaco, chiuso in lunghi silenz scoraggiati: non lavorava pi; viveva come abrutito, dimenticando perfino di lavarsi, lasciando trascorrere inavvertite le ore dei pasti, quando Max non c'era, il che accadeva spesso. La casa diventava sordida: gli oggetti non avevano pi colore tanto fitto era lo strato di polvere: i vetri delle finestre erano tutti appannati, guarniti da festoni di ragnateli.
Ogni tanto Maria Antonia veniva da Sejano, in quelle brevi giornate di autunno, e neanche a lei il vecchio parlava, soltanto qualche monosillabo incomprensibile, e la guardava con certe occhiate tristi e sfuggenti, da animale selvatico. Maria Antonia s'impossessava delle sue mani e gli tagliava le unghie che diventavano artigli. A volte delle lacrime gli cadevano gi per le gote e si perdevano nella barba ispida. Maria Antonia non sapeva che fare e usciva di l sfiduciata. Anche Onorato provava una gran pena a vedere il mago cos mal ridotto, pi di spirito che di corpo, ma non ci trovava rimedio. Che fare? Tacere con lui e volergli bene, senza domandare. Soltanto il silenzio rende possibili certe agonie.
Max s'era messo a giocare: aveva vinto da principio e quando vinceva comprava cravatte, bottoni di polsi, portasigarette. Ora aveva cominciato a perdere. La vita che menava lo trascinava in un turbine vertiginoso; non si poteva fermare un momento, per guardarsi intorno. Se si fosse fermato sarebbe morto. S'era fatto anche lui magro, pallido, consumato dall'amore, dalla follia che lo invadeva sempre pi, dal tormento di quella vita che sapeva di non poter fare, dalla rabbia, dalla gelosia. Oramai non pensava pi a trovare un impiego: viveva nell'attesa ansiosa e atterrita di qualche cosa che doveva accadere, pensava a cose inverosimili, a un'eredit che gli sarebbe piovuta, a un terno, a una persona sconosciuta che lo avrebbe fermato per la strada e gli avrebbe messo in mano uno chque d'un milione. Aveva come delle allucinazioni. Quando per caso si trovava cento lire in tasca, si credeva ricco. La gente cominciava a guardarlo con sospetto. Poggesi non lo salutava pi. Era giunto a cose ignobili per procurarsi denaro: ne chiedeva in prestito sapendo di non poterlo restituire, prendeva oggetti di casa che il ciabattino andava a vendere a qualche rigattiere e gliene portava poche lire, tre o quattro lire a volte, tanto da pagare una carrozzella o l'entrata a un teatro dove Camilla l'aveva invitato. E la mattina dopo bisognava ricominciare a procurarsi il denaro della giornata: comprava a credito qualche oggetto d'oro e l'impegnava e poi impegnava la cartella del pegno.
Qualche volta tornava a ora di colazione o di cena, frugava nell'armadio, mangiava un poco di prosciutto o del formaggio o un'insalata. E la sera prima aveva pranzato all'Excelsior, con champagne e tartufi, accanto a signore che portavano al collo fili di perle di centomila lire.
Camilla, a volte, a vederlo con quel viso tirato, con le occhiaie livide, gli chiedeva: Che hai?. Lui evitava sempre di rispondere. Camilla non poteva neppure immaginare a quali tormenti lui si sottoponeva per fare quel po' di lusso che lo lasciava sempre tanto inferiore agli altri del mondo nel quale s'era insinuato. Credeva che guadagnasse: lui le parlava sempre vagamente di guadagni misteriosi, e lei si quietava, abituata come era a non preoccuparsi del lato materiale della vita. Gli aveva domandato con insistenza di affittare un piccolo appartamento per vedersi con sicurezza, senza figurarsi neppure che spesa rappresentava affittare un appartamento, mobiliarlo, comprare il silenzio del portiere. Oreste Formisani aveva dato seimila lire, ma niente bastava: il denaro fuggiva come l'acqua fra le dita. Allora aveva vinto al giuoco. Ci furono giorni spensierati, pieni di luce e di oblio di tutto. Camilla giungeva, vestita semplicemente, con un velo fitto che le nascondeva il viso: le due piccole stanze, a Posilipo, erano tutte piene di fiori. Le ore volavano.
 Com' bello qui!  diceva Camilla, un po' stanca, appoggiandosi alla finestra dalla quale si vedeva il mare fra il verde. E Max la baciava sugli occhi languidi e credeva di possedere una dea.
Poi cominci la disdetta: perdite, perdite, perdite. Oreste Formisani diede altre quattromila lire.
Una mattina Max non and all'appuntamento a Posilipo. Tornato a casa, fra offesa e agitata, Camilla trov la cameriera, una donna che le era devota, che le consegn di nascosto una lettera: era una lettera di Max, disperata, un appello come ne pu fare un uomo che ha gi un piede nella fossa: aveva bisogno di diecimila lire, assolutamente bisogno, per quel giorno stesso, prima delle tre. Queste diecimila lire rappresentavano la sua esistenza. Assolutamente, assolutamente gli ci volevano. La pregava, la scongiurava, era insistente, minaccioso quasi. Per carit, gli mandasse queste diecimila lire, in tutti i modi, in tutti i modi. Queste parole erano sottolineate con tanta forza che la carta s'era lacerata sotto alla penna impaziente.
Camilla aveva ancora in capo il cappello col velo fitto che metteva per andare agli appuntamenti con Max: se lo tolse macchinalmente e si sedette davanti alla toilette tutta scintillante di argenti. Era diventata bianca bianca. Trovava la lettera ignobile: un ricatto. Tutto il sangue le diede un tuffo.  Ah! come sono stata sciocca! Se fosse stato uno del nostro mondo non mi troverei a questo.  Tutto il suo amore le parve finito d'un colpo; non capiva neppure pi per quali aberrazioni dell'immaginazione e del sentimento fosse giunta a darsi a Max. Le vie per le quali era passata le sfuggivano completamente. Si trov in un labirinto.
 E ora come rimediare?  pens.  Bisogna mandargli queste diecimila lire e non rivederlo mai pi, mai pi. Dio! che vergogna!  Pens a Margherita, alla corte della quale la circondava Oreste Formisani, ai regali che le faceva: anche il giorno innanzi le aveva mandato un magnifico vaso di Sassonia prima epoca, con una sola orchidea rarissima. Invidi la sorella.  Come sono stata sciocca! Un ragazzaccio senza educazione, senza uso di mondo... un popolano quasi.  Ebbe orrore di s, e la prese una paura incoercibile delle conseguenze che poteva avere la cosa: vide l'immagine di suo marito passarle rapidamente davanti agli occhi: vide la madre: lo scandalo. Bisognava mandare queste diecimila lire, a qualunque costo: poi, poi si sarebbe pensato al resto. Troncare, troncare assolutamente. E le lettere? Le corse un brivido per le reni. Vide il marito con le sue lettere in mano...
E restava l, davanti alla toilette, senza muoversi. Non si sentiva pi le gambe. Le pareva che se si fosse alzata sarebbe andata in terra.
 Che cos'ha, signora contessa?  chiese la cameriera che era l ritta a guardarla.
 Nulla, nulla.
Pass rapidamente in rivista le persone alle quali si sarebbe potuto confidare: la madre, no; Margherita neppure; Elena... ma Elena stava in quelle condizioni, non si muoveva dalla chaise-longue. Le balen alla mente Peppuccio Scala: s, Peppuccio Scala era il solo al quale si sarebbe potuta confidare. Lo avrebbe incaricato di riprendere le sue lettere. Ma intanto urgeva avere queste diecimila lire, e lei non le aveva. Guard nella sua borsa: non c'erano neppure cinquecento lire. Giusto, il giorno innanzi aveva pagato una forte nota alla Ville de Lyon, una nota al gioielliere... Si ricord che appunto in quella nota del gioielliere c'era un piccolo ciondolo d'oro che aveva regalato a Max con la data del loro primo bacio. Si stup di quella sentimentalit. Come aveva mai potuto essere cos sciocca? Che cosa aveva avuto da quell'amore? Umiliazioni, noie. Si ricord certi sorrisi delle amiche, certe parole, certi scherzi. Tutti si burlavano di Max e di lei.. Lo rivide con le sue orecchie sporgenti... lo detest.
Si lev dal dito tre anelli: il rubino del fidanzamento, un grosso solitario e una spoletta di brillanti: a impegnarli ne avrebbe diecimila lire? Chi lo sa? Prese anche un medaglione di piccole rose d'Olanda che aveva in un porta-gioielli, sulla toilette. Il filo di perle avrebbe dato nell'occhio e i brillanti li teneva tutti suo marito nella cassaforte.
Mand intanto la cameriera al Monte di Piet presto, presto, che impegnasse quella roba e se ne facesse dare quanto pi poteva. La cameriera prese un tono disgustato, disse che lei non era pratica, che non aveva mai impegnato nulla: ma pure and, con un'aria d'importanza, soddisfatta di avere un segreto della padrona, con un fondo di compassione e di bont, con quella solidariet di donna con donna che si risveglia sempre nell'animo femminile quando si tratta di affari amorosi.
I Germani erano a colazione quando la cameriera torn. Dalla porta del riposto socchiusa essa fece un piccolo cenno a Camilla che non seppe interpretare se era un cenno affermativo o negativo. Non potendone pi dall'impazienza chiam la cameriera.  Entrate, Teresa. Scusa, Roberto  disse poi rivolgendosi al marito che, seduto di faccia a lei, leggeva il giornale fra una cucchiaiata e l'altra di crme aux pointes d'asperges.  Ebbene?  disse ansiosamente, guardando negli occhi la cameriera per farle intendere che doveva parlare ma parlare copertamente, in modo che potesse capire lei sola. La cameriera strizz l'occhio come per dire che stesse tranquilla.
 Ecco, di quel nastro che voleva lei non ce n'era abbastanza: soltanto sette metri e mezzo me ne hanno dato.
 Sette metri e mezzo!  ripet Camilla e tradusse mentalmente: Settemila e cinquecento lire!.  I suoi occhi, fissi in quelli della cameriera, ebbero un lampo di sgomento.
 Ma io ci ho un poco dello stesso nastro  disse Teresa con un impercettibile sorriso.  Si potr rimediare. Non si preoccupi.
 Ah!  fece Camilla traendo un respiro.  Si potr rimediare?
 S, s. Lasci fare a me.
E la cameriera usc a piccoli passi discreti mentre Roberto, posando il giornale, diceva fra lo scherzoso e l'irritato: Cenci! cenci! Non si pu sentire parlar d'altro!.
Appena preso il caff, Camilla corse in camera dove trov la cameriera che le fece vedere da lontano una busta. Camilla si avvicin con le gambe che le tremavano.
 Ecco le diecimila lire  disse Teresa agitando la busta.  Settemila e cinquecento me le hanno date l... e il resto l'ho levato io dal mio libretto. Ho fatto bene?
Nell'impeto della gioia Camilla le salt al collo.
 Benissimo! E ora subito l, sapete, a casa sua... Non perdiamo un momento.
 Vado, vado. Far colazione al ritorno  disse Teresa che voleva far valere presso la padrona anche questo sacrificio.
 Ah! Finalmente!  E Camilla si butt a sedere su di un divano, e tutt'a un tratto i nervi le si rilasciarono e cominci a singhiozzare forte, sollevata da un gran peso, sentendo fra i suoi singhiozzi che fra poco tutto sarebbe passato e la sua vita avrebbe ripreso il corso solito, fra il marito, la madre, le sorelle, gli amici, nel suo villino, fra i suoi bei mobili...
Pens che la sera stessa avrebbe scritto a Peppuccio Scala di venire da lei l'indomani e gli avrebbe parlato delle lettere. Non ne prov umiliazione, anzi un certo che di curioso e di stuzzicante a dover parlare di queste cose intime con quel bel giovane....
Non un momento le venne in mente che Max, in quello stesso istante, doveva soffrire, agitarsi, agonizzare di vergogna e di disperazione.
LV.
Max passeggiava in su e in gi per il laboratorio. Ogni tanto si fermava, poi traversava la prima stanza, andava fino alla porta d'entrata, origliava alle scale. Qualche volta si sentiva un passo salire: era un operaio, una vecchia che abitava all'ultimo piano, un ragazzo con una sporta. Max ricominciava a passeggiare. Rileggeva mentalmente la sua lettera: aveva paura che non fosse abbastanza pressante, che Camilla non capisse l'urgenza... Guard l'orologio a braccialetto che aveva al polso. Aveva scritto prima delle tre ed erano le due e un quarto. Ebbe un momento d'accalmia: gli parve che tutto si sarebbe accomodato: Camilla avrebbe mandato il denaro, lui avrebbe pagato l'usuraio che minacciava lo scandalo, tutto sarebbe finito. Rivide le due stanzette di Posilipo, il largo divano di cretonne a fiori, Camilla... Gli parve di sentire sotto le labbra la bella gola morbida che gli piaceva tanto di baciare quando lei rovesciava la testa....
Si sedette: pens: Non voglio pi alzarmi finch non sento picchiare. Stese le mani sui braccioli della panca di legno, rimase immobile. Si mise a immaginare chi avrebbe mandato Camilla: un servitore o forse lo chauffeur che era svelto o sarebbe venuta lei stessa: s, certo, sarebbe venuta lei stessa. Pens le parole che avrebbe detto: Non ti agitare, amore, ecco il denaro. Sono cos felice di levarti da questa pena!. E lui le avrebbe baciato le mani dieci volte, cento volte... Sentiva di amarla tanto ora, tanto, tanto!...
Non resse pi a sedere. Si alz, and fino in camera, frug sul tavolino accanto al letto. Nel ripassare dal laboratorio, vide il padre ritto in un angolo che gesticolava, solo. Lo guard appena, giunse di nuovo fino alla porta d'entrata, ma il padre gli venne dietro, piano piano. Max si ferm, lo fiss. Sebastiano Prokesch anche lo fiss e Max si sent rabbrividire: quegli occhi erano stranamente spalancati e il bianco ne era opaco e torbido, come negli occhi dei ciechi. Un momento rimasero a guardarsi, senza parlare. Poi Max ricominci la sua passeggiata febbrile e il suono dei suoi passi svegliava un'eco profonda sotto le volte altissime. Un raggio di sole batteva su di uno dei grandi quadri anneriti alle pareti e faceva scintillare l'oro dell'aureola di un santo.
Si sent un piccolo colpo alla porta. Max gett via la sigaretta che aveva accesa allora allora, corse ad aprire: vide la lettera che Teresa gli porgeva prima ancora di riconoscere la cameriera, l'afferr, ud confusamente le parole sommesse e precipitose della donna che scapp via di corsa. Quando si volt, con la lettera in mano, si vide davanti il padre, lungo lungo, con un'espressione feroce sulla faccia: ma non ci bad, apr la busta, raccolse i biglietti di banca, li cont... Uno, due, tre... C'erano due biglietti da cinquecento... Ricont: diecimila lire, s, erano diecimila lire... Non una lettera di Camilla, non una parola, soltanto i biglietti di banca. Ma nel momento non prov nessun'amarezza: soltanto la gioia di sentirsi salvo. Butt in terra la busta sgualcita, corse in camera a prendere il cappello, si precipit gi per le scale....
Sebastiano Prokesch raccolse la busta, una busta quadrata di carta inglese, con una piccola corona di contessa e che esalava un profumo sottile... L'indirizzo era di una scrittura elegante e puntuta, bench fosse chiaro che la mano aveva tremato: l'inchiostro s'era allargato sotto la pressione frettolosa della carta sugante.
Il vecchio and a sedersi sulla panca di legno dove s'era seduto Max poco prima; appoggi i gomiti sulle ginocchia e il mento sulle palme aperte. Il pallore gli s'illividiva sul viso ossuto. Non pensava pi. Vedeva davanti a s come una voragine e si sentiva tirar gi, gi... Un dolore fisico gli si mise nel cervello, simile a una vergale: gli ronzavano gli orecchi. Un pensiero gli si affacciava come un lampo in una notte di tempesta, e poi buio, buio. Qualcosa a momenti lo cullava e provava una tenerezza di bambino che gli faceva venir le lacrime agli occhi. Poi si riscoteva e non si ricordava pi perch sentisse quella vergale nel cervello.
Era passata l'ora di cena. Max non era venuto. Sebastiano Prokesch non pens neppure a mangiare: si alzava dalla panca, andava a sedersi alla tavola da lavoro, di l andava in camera... Le gambe gli tremavano come se fosse ubriaco. Verso le nove il ciabattino sal per portargli la canape per il verdone. Prokesch lo guard sbigottito, come se non l'avesse mai visto, poi, quando l'uomo stava per uscire, lo richiam:  Aspettate. Una lettera.
Il ciabattino cap che doveva portare una lettera. Si sedette nella prima stanza, al buio, e cominci a far ballonzolar le gambe; poi a poco a poco il movimento delle gambe si fece pi lento; appoggi il mento sul petto e si addorment.
Intanto Sebastiano Prokesch era andato in camera, aveva tirato fuori il suo vecchio portafogli: ci rimanevano poche centinaia di lire: le mise in una busta, poi cerc un pezzo di carta, si accomod gli occhiali, scrisse stentatamente: Questo denaro servir a pagare i danni che lo scoppio potr recare allo stabile. Segn la data di quel giorno  6 ottobre  firm: Sebastiano Prokesch fu Massimiliano con la sua grossa scrittura rotonda e chiara. Poi chiuse la busta e fece l'indirizzo a un notaio che conosceva. Stette un pezzo a ricordarsi il nome della strada e il numero della casa. Una goccia d'inchiostro cadde sulla busta. La lacer, frug fra le sue carte per cercarne un'altra; ricopi l'indirizzo.
Il ciabattino si svegli di soprassalto. Prokesch gli stava davanti col lume in mano. La sua ombra si allungava enorme sulla volta.
 Questa lettera... domani mattina....
 Va bene, va bene,  disse l'ometto, abituato alle parole tronche del vecchio  domani mattina vi servo. Volete altro? Buona nottata.  La porta si chiuse con un tonfo sordo.
La solitudine ora, la solitudine eterna, senza limiti!
Prokesch rivedeva la testa dell'ometto, calva nel mezzo, con la sua zazzera di capelli grigi, e i piccoli occhi cisposi... Poi anche quella visione svan. La solitudine!....
Di nuovo sedette alla tavola, aspett, senza impazienza. L'orologio del chiostro suonava i quarti d'ora, come li aveva suonati sempre. Quel suono familiare pareva destare per un momento Prokesch dai pensieri che lo assorbivano, poi vi s'immergeva di nuovo. Dovevano essere pensieri terribili perch il sudore gli gocciolava sulle tempie, bench facesse quasi freddo, l, a quell'ora. Ma a poco a poco tutto parve calmarsi: qualcosa d'immobile lo avvolse come una cappa di piombo.
Suonarono le undici.
Le arcate del chiostro si disegnavano nitide al chiaro di luna: ma ogni tanto una nuvola proiettava un'ombra opaca e allora si vedeva nel buio luccicare la carrucola del pozzo.
Prokesch cerc sulla scanzia lungo la parete, scelse un vasetto, poi cerc una fiala; prepar tutto sulla tavola come per un esperimento consueto. Il liquido nella fiala gli parve torbido: lo alz contro il lume: no, era ben conservato. Il lume a petrolio filava: lo abbass. Ora ci si vedeva appena nella stanza immensa. La volta era piena d'ombra. I vetri della finestra erano tutti azzurri di luna. Prokesch guard in alto: i nuvoloni si andavano diradando, il cielo appariva chiaro, lattiginoso.
Torn verso la tavola, sedette di nuovo. Passarono dei minuti, un quarto d'ora forse. Silenzio. Si sent il rumore impercettibile d'un tarlo nel legno della scanzia. Col fazzoletto egli si asciug lentamente il sudore. Aveva le sopracciglia tirate in su, come in uno sforzo dei muscoli. Attese che suonasse l'ora; le undici e mezzo. Quando l'orologio ebbe finito di suonare parve che i colpi vibrassero ancora nell'aria, prolungandosi cupamente.
Allora si alz. Le gambe non gli tremavano pi. And alla gabbia del verdone, sciolse la cordicella che la reggeva; gli ci volle un pezzo per disfare i nodi. Nella gabbia si sent uno sbattere d'ali inquieto. Prokesch riemp la piccola mangiatoia, riemp il bicchierino dell'acqua; poi si avvi verso la porta. Sulla soglia si lev le scarpe. Scese per la scala buia, rischiarata soltanto dai riflessi di luna sui vetri dei finestroni. A ogni pianerottolo si fermava. Il verdone seguitava a sbattere le ali; fece anche sentire un piccolo grido. Il vecchio infil l'androne: c'era una striscia bianca che saliva sulla parete e lo avvolse tutto: un momento parve spettrale in quel bianco di luna. I piedi scalzi non facevano nessun rumore. Volt a sinistra, si trov nel chiostro. L'erba in terra era nera nera. Invece le foglie degli agrumi luccicavano. Una lucertola scivol sulla predella del pozzo. La fune della secchia si disegnava nitida al lume di luna. Fruscii, ombre, silenz, immobilit della notte. Travers il chiostro. A traverso i calzini di lana sent l'umido dell'erba. Pos la gabbia del verdone sul muretto, dall'altra parte, si ferm un momento: ascolt ancora lo sbattere delle ali inquiete contro i ferri della gabbia. Poi torn indietro, lentamente, spar nell'ombra dell'androne: guidato dalla striscia di luna ritrov i primi gradini della scala, sal. Si sentiva il suo respiro un po' affannoso. Gli parve un momento che una voce lo chiamasse: si ferm: nessuno. Allora ricominci a salire.
Dalla porta socchiusa veniva la luce del lume a petrolio posato in terra. Entr, chiuse la porta, si chin a prendere il lume.
Gli parve impossibile che fra pochi minuti tutto sarebbe finito: un momento pens che la combinazione chimica sarebbe fallita: ma era troppo esperto, l'aveva dosata bene. Si sedette al suo solito posto, si rimise le scarpe e, rialzandosi; urt con la fronte al piede della tavola. Si riaccomod sul naso gli occhiali che si erano spostati nell'urto.
Lo scoppio fu tremendo.
Quando la polvere che si lev dalle macerie del pavimento si fu un poco dissipata, si videro i due vasi di garofani, sul davanzale della finestra, rimasti intatti e immobili sotto la luna.
LVI.
Il Singapore doveva trovarsi a Genova il 29 ottobre e di l tutta la missione riunita si sarebbe imbarcata per la Cina. Onorato scrisse a Sara che sarebbe andato a salutarla il 26 e ricevette una risposta breve: che accettava la visita. Gli ultimi giorni a Napoli furono affaccendati e pieni di noiosi impreveduti: difficolt per i passaporti, inciampi, incontri con persone non vedute da anni che lo fermavano per chiedergli ragguagli sulla missione e finivano per pregarlo d'inviar loro cartoline illustrate, semi di crisantemi e fazzoletti di seta. La principessa di Mllica perfino lo mand a chiamare per pregarlo di portarle al ritorno un piccolo idoletto antico di avorio, simile a uno che aveva e che le era stato rubato. Aldinelli faceva di tutto per sbrigarsi al pi presto di tutte le noie e avere qualche ora libera da passare sulla piccola terrazza di Sejano. L gli pareva che si riunisse tutto ci che ancora lo legava alla vita dei suoi simili, memorie care e speranze care, velate dalla tristezza recente che aveva lasciato dietro a s la tragica scomparsa del Mago. Per una fatalit strana pareva che tutto ci che aveva formato una volta l'ambiente nel quale era vissuto Onorato andasse a poco a poco a scomparire: scomparsa, dalla sua vita, Sara, scomparso Dino, scomparso Sebastiano Prokesch. Giorno per giorno le cose si staccavano come appunto le foglie dai rami in quei giorni di fine d'autunno. Eppure in mezzo a tutte quelle cose che finivano egli ne sentiva nascere altre infinite; non pi ordinate e chiare, ma divinamente confuse in un meraviglioso caos di vita, rovine di stelle con le quali doveva rifabbricarsi il suo universo. Si sentiva giovane malgrado i capelli grigi che ogni giorno si facevano pi numerosi, ritrovando un poco del magnifico candore dell'infanzia, di quel senso della stabilit delle cose, di quella fede che le cose sono cos perch debbono essere cos, che fa sentirsi vivere nel miracolo perenne. Le serate di Sejano erano piene d'incanto. Oramai fra lui e Maria Antonia non esistevano pi le barriere del silenzio o per meglio dire essi si parlavano continuamente anche tacendo. Essi vivevano l'uno per l'altra senza far progetti per l'avvenire, contenti degli splendidi doni che recava loro ogni minuto presente. La dedizione di Maria Antonia era stata umile e completa e Onorato aveva scoperto tesori insospettati in quell'anima dove i sentimenti erano rimasti freschi come frutta conservate nel ghiaccio. E aveva compreso alcune cose che fino allora gli erano rimaste oscure: che, per esempio, per giungere all'amore incondizionato di tutti gli esseri bisogna cominciare dall'amore di un solo essere, saturarsene, tanto da poterne trovar poi una provvista ad ogni momento, come certe pietre che hanno assorbito tanta luce che poi risplendono anche al buio. Nelle specie inferiori vi  la riproduzione autonoma, ma nelle specie superiori occorre il maschio e la femmina per la riproduzione: cos occorre il contatto di due spiriti per la produzione di quell'amore che illumina davvero e per sempre. Ora essi avrebbero potuto staccarsi, non vedersi magari mai pi: le loro anime erano penetrate dalla divina comprensione, nate ad una sensibilit superiore, come nel Paradiso di Dante passando da un cerchio all'altro e ascendendo si trova sempre pi luce. A volte la loro felicit sembrava loro un egoismo e quasi ne avevano rimorso, ma poi finivano col benedire la Vita perch era la possibilit di momenti come quelli che passavano talora insieme. Pareva che le scorie della loro due esistenze cadessero e rimanesse soltanto l'essenza stessa della Vita, meravigliosamente inebriante, dell'ebbrezza che d la contemplazione dell'eternit.
Il penultimo giorno che passava a Napoli Onorato volle vedere don Lorenzo Oncino. Era riuscito a sapere il suo indirizzo e si avvi al vicoletto che gli avevano indicato, un vicoletto storto che non spunta. Trov un piccolo cortile al quale si accedeva per un arco di pietra, e nel cortile erano diversi blocchi di marmo che l'umido aveva coperti di una fine ruggine verdastra: uno scalpellino, un uomo bassotto con una barba rossiccia, in camice di tela, stava sbozzando una croce in un pezzo di travertino e due garzoni trasportavano delle spranghe di ferro da una parte all'altra. Una bambina, col grembiule sudicio e i capelli arruffati sulla fronte stava a vedere lo scalpellino che lavorava. Le schegge di travertino le cadevano intorno. Lei si difendeva gli occhi con una mano e con l'altra si grattava in capo, fra le trecce corte, che stavano ritte tanto erano strette, legate con un filo bianco.
In fondo al cortile, sotto a un altro arco, saliva una scaletta ripida che dava su di una terrazzina. Sul parapetto erano ceste di fichi messi a seccare. Un uscio dipinto di verde aveva una cordicella che veniva fuori da un buco.
Lo scalpellino guard Onorato che traversava il cortiletto, ma non disse nulla, impassibile come un dio antico, e seguit a far volar via le schegge di marmo. Onorato sal la scaletta e, giunto sulla terrazzina, tir la cordicella dell'uscio. Il campanello mand un suono rauco. Quasi subito l'uscio si apr.
Don Lorenzo Oncino si mise una mano sugli occhi per ripararsi dalla luce viva della terrazzina e stent un pezzetto a riconoscere Onorato: finalmente lo riconobbe alla voce.
 Don Lorenzo, si pu?
 Oh! oh!  fece don Lorenzo e, sbattendo le ciglia, alz tutt'e due le mani con un gesto fra il lieto e lo sgomentato.  Lei, professore? Lei?...  Era oramai quasi cieco, ma fra le palpebre infiammate e doloranti gli occhi, sepolti nella penombra perpetua, restavano per belli, pi belli di prima, d'un celeste come sono soltanto gli occhi dei bambini. Ma aveva lo sguardo vago e fisso sempre in alto, al disopra del suo interlocutore, come hanno i ciechi.
 S, son io, don Lorenzo  disse Onorato prendendogli una mano, e nel prendergliela ebbe l'impressione di toccare la mano d'un adolescente tanto era sottile e pieghevole quella povera mano bianca bianca, sotto la cui pelle floscia, come un guanto troppo largo, si vedeva la rete delle vene azzurre. Don Lorenzo ebbe un brivido di piacere e una commozione piena di verecondia gli si dipinse sul viso colorato da un lieve rossore.
 Oh! lei qui, da me?... Ha voluto incomodarsi?...
Una giacchetta nera troppo larga lasciava vedere la magrezza del corpo distrutto. Il goletto, sgualcito e non pulitissimo, non aderiva al collo giallo che pareva lungo lungo. I calzoni, sformati alle ginocchia, ricadevano su due grosse pantofole di feltro, sfilacciate alle calcagna. La calvizie aveva lasciato il cranio nudo al posto dove prima era la chierica e in tutta la persona rimaneva un'impronta ecclesiastica, un che di riservato, di timido, di compunto.
 Venga, venga... Aspetti che le cerchi una sedia....  Don Lorenzo si moveva fra i pochi mobili che erano nella stanza, protendendo avanti le mani; incontr una sedia, la porse a Onorato e prima tast la paglia per vedere se non era sfondata. Poi si sedette su di una vecchia cassapanca, guarnita di un cuscino di stoffa fiorata, che era ai piedi del lettino di ferro, il suo lettino di villa Lucia, l'unica cosa o quasi che avesse conservata. Il cassettone, una tavola, un grande armadio dipinto di grigio appartenevano alla donna che gli affittava quella cameretta. Alla parete c'era un disegno di Federica, il Palazzo della Follia, che la giovane aveva dimenticato nella sua partenza precipitosa. Nessun'altra immagine alle mura, dipinte di un colore gialliccio, come una cucina. In un canto c'era un fornello di ferro con sopra una pentola di creta e su di una scanzia dei piatti, dei bicchieri e un grosso panello tondo. Una finestra bassa, con un vetro rotto, dava sul cortiletto e veniva su il rumore cadenzato dello scalpello che batteva sul travertino: ogni tanto una pausa; poi il rumore riprendeva, staccandosi in mezzo ai rumori pi lontani che venivano dal vicolo: voci stridule di donne, gridi di venditori, scrosciare improvviso dell'acqua di un rubinetto che si apriva.
Onorato disse che veniva a salutarlo prima di partire per un viaggio che durerebbe a lungo: accenn alla missione, disse il suo desiderio di conoscere un poco di quel lontano Oriente che lo affascinava, non per curiosit ma per la speranza di trovarvi ancora viva, sotto la polvere dei secoli, un poco della sapienza antica.
 Vado a tentare di rifarmi una coscienza  disse un po' sorridendo, un po' serio.  Questa nostra Europa ha troppo creduto di tenere il monopolio della civilt. Si brancola fra le tenebre. Chi sa che la luce non ci venga dall'Asia?
Don Lorenzo scosse il capo: non credeva, non sentiva la possibilit di riedificare, gli pareva che tutto fosse crollato.
Parlarono di Sebastiano Prokesch. Don Lorenzo aveva saputo il fatto dopo una settimana, non leggeva giornali: del resto, Onorato lo sent assente, ripiegato su s stesso.
 Scusi  disse a un tratto, alzandosi. Si sentiva un odore di bruciaticcio venire dall'angolo dov'era il fornello. Tolse la pentola dal fuoco e la pos in terra, sull'ammattonato di creta. Poi torn a sedersi sulla cassapanca ai piedi del letto.
 E del figlio ha saputo altro?  chiese.
 Non mi  stato possibile di vederlo. Mi hanno detto che era partito subito, sparito... uno dei tanti che spariscono cos, nei bassifondi, senza lasciar traccia... Chi sa dove andr a finire! Eppure era un buon ragazzo!
A proposito di questi che spariscono Onorato disse di avere incontrato per caso giorni indietro Paolo Gucci che non rivedeva da quella mattina alla stazione di Roma.
 Che pena mi ha fatto! Consunto, con gli occhi spenti, mezzo inebetito... Mi ha detto poi Poggesi che ha preso il vizio della cocaina... Aveva cominciato in guerra. Poi, tornato qui, non ha avuto la forza di riprendere gli stud, si  lasciato andare e a poco a poco  scivolato gi, gi... Pare che si riuniscano in parecchi, in una casa fuori mano, e si avvelenano di cocaina. Come si  propagato questo vizio negli ultimi tempi anche fra gente del popolo, fra marinai!...
 C' da rimpiangere l'ubriachezza del vino che ci faceva tanto schifo!...
Onorato disse che sarebbe andato da Sara, a salutarla, prima d'imbarcarsi a Genova. Sul viso di don Lorenzo pass come un'ombra, una confusione che gli fece battere dolorosamente le palpebre, in quel modo che gli era abituale, sopratutto quando provava un'emozione. Da molto tempo non riceveva lettere di Sara; alle ultime non aveva risposto.
 Che vuole? Non ero proprio capace di scriverle... La sento cos sicura... va cos diritta davanti a s....  Strinse le labbra in una smorfia amara che scopr i denti ancora bianchi nel viso anemico, con la barba non fatta da tre giorni che gli copriva il mento di peli radi fra il rossiccio e il grigio. Non disse la tristezza del distacco anche da quell'anima, anche da quel ricordo, il sentimento penoso della propria decadenza, dell'abbandono supremo. Stava per pregare Onorato di salutarla in nome suo, ma si ritenne. Inutile, inutile anche quello.
Dopo un quarto d'ora Onorato si alz. Don Lorenzo venne fuori sulla terrazzina, lo accompagn fino alla scaletta. Nel sole, spiccava ancora pi la miseria dell'abito trasandato. Le mani che si tesero verso Onorato avevano un tremolio lento che accentuava ancora di pi l'incertezza del gesto.
 Chi sa se ci rivedremo ancora!  disse egli mettendo tutt'e due le mani sulle spalle di Onorato e alzando in su il viso. Gi per le gote gli scendevano le lacrime. Onorato non disse nulla ma lo baci sulla fronte e infil rapidamente la scaletta. Don Lorenzo rimase l, senza vederlo, fino a che ud il suono dei suoi passi che traversavano il cortiletto e si allontanavano per il vicolo.
LVII.
L'appartamento del rione Amedeo era tutto vuoto. I mobili, venduti, erano gi stati portati via. In due casse Onorato aveva riunito qualche ricordo che voleva conservare e le due casse dovevano essere spedite a Sejano, al rifugio, come lo chiamavano. Le finestre erano spalancate; per terra c'era della paglia, dei pezzi di carta, una scatoletta di fiammiferi vuota, un vecchio secchio di latta senza fondo che i facchini avevano sdegnato, una scatola da cappelli rotta, un piumino col manico spezzato. Maria Antonia, nello studio, seduta sulla pi grande delle due casse, aspettava Onorato e discorreva con Rosaria che era venuta a dare una mano in quei giorni. Con un gran cappello, una giacchettina guarnita di pelliccia, tutta profumata, Rosaria, in piedi, raccontava a Maria Antonia che la settimana passata appunto era tornato suo fratello che era stato fatto prigioniero dagli Austriaci. Era riuscito a scappare dal campo dei prigionieri e da pi di due anni lavorava presso un contadino, nell'Alta Slesia, e il contadino lo nascondeva, gli dava da mangiare e lo trattava bene, come uno di famiglia, ma era riuscito a celargli fino allora che le ostilit erano cessate, per non perdere un lavoratore gratis. Per caso, da un vecchio pezzo di giornale che aveva trovato, compitando le parole tedesche che capiva a stento, aveva saputo dell'armistizio, della conclusione della pace, e s'era messo a urlare come un dannato finch l'avevano lasciato partire, sgomentati dal vederlo cos fuori di s.
Maria Antonia ascoltava, un po' stanca. Di nuovo le si disegnava davanti il quadro della guerra, cos fosco, cos truce nell'insieme, e sul quale i particolari spiccavano come ferite fresche che sanguinassero. Ancora, ancora, dopo un anno dall'armistizio, si apprendevano nuovi dolori, nuove crudelt dell'uomo verso l'uomo. Le prendeva come uno spavento di aver vissuto in mezzo a tutto quell'orrore, di viverci ancora, sentiva intorno a s il putridume che fermentava.
La mattina aveva avuto una scena piuttosto aspra con Luisa, in casa della quale era dovuta andare per prendere i suoi libri che voleva definitivamente portare a Sejano. Luisa, negli ultimi mesi di una gravidanza penosa, era stata aggressiva, le aveva rimproverato duramente la sua vita, lo scandalo che dava: le aveva detto parole triviali e offensive che non si dimenticano. Oreste non c'era: aveva invitato alcuni amici a una colazione al circolo, perch adesso preferiva invitarli fuori casa bench avesse un magnifico appartamento e dei domestici di perfetto stile. Quando c'era Oreste, Luisa si moderava perch Oreste non amava le scene, ma trovandosi sola si sfog: disse tutto quello che aveva sullo stomaco da un pezzo.  Non ti vergogni? Ma non capisci che  una cosa disgustosa, oscena?  Le parole le uscivano di bocce smozzicate, tanta era la sua fretta di parlare: era rossa rossa e gesticolava, volgare, in mezzo a tutto il lusso che la circondava, in quel salotto con le pareti ornate di quadri moderni, pagate diecine di migliaia di lire, fra i mobili costosi, i tappeti, i bronzi, le dorature. Maria Antonia non aveva voluto rispondere per non eccitarla di pi, nello stato in cui era: aveva abbassato il capo senza dir nulla, mortificata non delle parole della sorella ma di vederla cos lontana da s, in quell'ambiente di ricchezza e di sciupo che le faceva orrore. Pescecani! era l'odiosa parola che sentiva ripetere dappertutto e questa parola odiosa e ridicola doveva proprio sentirla applicare a Oreste e a Luisa, a Luisa, la sorella alla quale la legavano tanti ricordi d'infanzia e di giovent, tante privazioni sopportate in comune! Fortunatamente Miss era entrata con Gi-gi che andava a passeggiare in Villa, in un costumino di flanella bianca, col goletto di trina, e Luisa s'era chetata a un tratto, vergognandosi di essersi lasciata sorprendere dall'inglese in quel momento di eccitazione.
 Su, Gi-gi, d un bacio alla zia  aveva detto, spingendo per il braccio il bambino che si lasci baciare di mala voglia. E Maria Antonia dopo poche altre frasi imbarazzate, era scesa per la grande scala di marmo, guarnita del suo tappeto azzurro vellutato, e se n'era andata per la Riviera col cuore colmo di amarezza, sapendo che fra lei e Luisa non ci sarebbero ormai altro che relazioni di pura convenienza.
 Vuole altro?  chiese Rosaria, dopo aver guardato l'orologio d'argento a braccialetto che aveva al polso.
 No, grazie. Andate pure.
E cos rest sola nelle stanze vuote, giocherellando con un filo di paglia che aveva raccattato in terra. Guardava le pareti nude, dove si vedeva ancora il posto dei quadri pi scuro sul parato di carta un po' sbiadito, le finestre senza tende che lasciavano passare la luce cruda della strada. Sul pavimento si vedevano tre piccoli buchi: le tracce delle rotelle che guarnivano i piedi del pianoforte a coda. Quante cose finite, morte! Ma anche per lei dalle cose morte nascevano cose nuove e meravigliose, anche nel suo cuore germinava l'incanto del perpetuo miracolo che le aveva svelato l'amore e non soltanto l'amore di un uomo.
Onorato tardava, ma ella non era impaziente: le pareva che l'avrebbe volentieri aspettato cos, per anni e anni, senza lamentarsi. Poche ore della sua vita le erano apparse cos piene, cos significative, cos veramente sue come questa, passata in quella casa vuota, coi pavimenti sordidi di tutti quegli avanzi dello sgombero, con la polvere che si alzava, riempiendo di corpuscoli i raggi del sole al tramonto che entravano dalle finestre. Fra poco avrebbe detto addio a Onorato, avrebbe preso il treno di Castellammare perch oramai era troppo tardi per il vaporetto, sarebbe andata a chiudersi l, nel rifugio; e passerebbero mesi e mesi, un anno, due anni.... Quella lunga fila di giorni davanti a s non la spaventava: sapeva che le s'intesserebbe intorno tutto un mondo pieno di prodigi, sempre pi, sempre pi...
Sent la porta delle scale che si apriva, poi il passo di Onorato nella saletta, nel salottino... lo vide sulla soglia. Egli travers il raggio di sole obliquo che arrivava sino alla parete di contro alla finestra, venne verso di lei.
 Hai aspettato troppo?
 No. Pensavo. Hai veduto don Lorenzo?
Egli le raccont la visita, la miseria della stanza, la tristezza di quegli occhi che non vedevano pi le cose esteriori n le interiori, buio, buio sempre. Ella gli aveva fatto posto accanto a s sulla cassa e gli appoggi la testa sulla spalla come faceva spesso. Stava tanto bene cos, con la testa appoggiata alla sua spalla!
 Dunque, domani...  disse ella dopo un poco, senza amarezza. Questa partenza era cos diversa dalle altre, cos accettata come la necessit stessa, come un avviamento alla vera vita! L'avvenire appariva loro cos sicuro quali che fossero le circostanze esterne! Non si trattava pi per loro di costruirsi una casa: con troppe rinunzie, con troppi abbandoni, con troppe rovine doveva essere oramai edificato il loro universo; ma pure il nuovo edificio sorgeva glorioso, illuminato da un sole di gioia. Le loro dita s'intrecciarono. Egli le aveva posato le labbra sulla fronte e non se ne distaccava, sicuro di possederla tutta e per sempre.
 Domani! Quello che sar penoso sar la mia visita l, prima di partire.
 S, sar penoso. Vorrei che fosse passato, ma non mi piacerebbe che ci fosse risparmiata questa prova.
Ella sent un'impercettibile trepidazione nelle dita di lui, come un accenno a volerle liberare. Onorato alz il capo senza che ella si togliesse dalla spalla di lui.
 Senti, cara... volevo dirti una cosa...
 Una cosa brutta?  fece lei guardandolo, sorridente.
 No... brutta no... necessaria. Mi  parsa necessaria soltanto ora, pensando alla visita che debbo fare lass. Forse Sara mi parler di te...
Maria Antonia si fece seria e impallid leggermente.
 Ebbene?... Io non ho mentito con lei. Da un pezzo non ci scriviamo pi... ed  stata lei la prima a rompere la corrispondenza.
 S, lo so, cara... Non hai mentito, non abbiamo mentito. Ma ora forse si tratter di affermare.  Egli la strinse forte forte, fino quasi a farle male, poi la lasci andare, si alz, le stette ritto davanti.  Vedi, ora bisogna proprio che io senta tutto il tuo consenso... il vero, l'intimo consenso, perch da lontano mi considerer pi che mai legato a te. Io non ti prometto nulla  non la fortuna: non posseggo quasi pi niente  non la gioia: sono stanco, malato...  non la fama; non produrr pi nulla, lo so: davanti alla gente, dichiaro fallimento, fallimento di tutto quello che  stato la mia scienza, le mie convinzioni, la mia morale... Sono un profugo della societ, lo sar sempre pi, e con me anche tu lo sarai. Rinnegata dai tuoi, messa al bando, senza pi nessun appoggio... E pure vuoi essere mia, vero? mia... come Brand domandava ad Agnese di essere sua?... Pi ancora, perch io ti domando di essere mia di l dal Bene e dal Male, in un universo che ci saremo formati noi... Forse potrebbe essere il vuoto! Chi sa? Ma in questo universo, se esister, non avremo per giudici che noi stessi, e capisci come dovremo essere severi? Come dovremo comprare la nostra libert a forza di rinunzie, di sacrific?... Perdonarci noi stessi il nostro amore a forza di amare gli altri, tutti, i peggiori, i pi ostili, i pi superbi?... A forza di umilt non soltanto verso i caduti ma verso i trionfatori?... Queste cose ce le siamo dette sempre ma ora si tratta di affermarle definitivamente... ora la mia partenza  un passo verso la nostra vera vita... perch io ti posso lasciare soltanto se sono assolutamente sicuro di te e se tu sei assolutamente sicura di me, nel senso che intendo io. Dimmi, dimmi di s un'altra volta, come quella sera a Sejano.
Maria Antonia si alz anche lei, prese le due mani di Onorato e lentamente le baci una dopo l'altra.
 S.
 Ah!  egli respir come dopo una corsa faticosa.  Grazie. Ora mi pare che ci troviamo su di uno scoglio, in mezzo al mare, e che le onde mai potranno sommergerci... qualunque cosa accada, qualunque....
Egli apr le braccia e Maria Antonia vi si rifugi, molto triste e molto felice.
Il sole si era ritirato dalla stanza. Gi gli angoli erano al buio ma la finestra formava un rettangolo ancora luminoso.
 Sar l'ora del treno  disse Maria Antonia, sciogliendosi dalla braccia di lui.
 Non ancora  disse Onorato, guardando l'orologio.  Puoi restare un altro quarto d'ora qui e poi ti accompagner alla stazione.
Un altro quarto d'ora! Mai forse ella ebbe cos viva la sensazione che la gioia e il dolore sono una cosa sola, come in quei pochi momenti contati che le rimanevano nell'imminenza di una separazione che sarebbe durata anni. Qualcosa di solenne si sprigionava dalla banalit stessa delle cose e tutto le pareva prendere un significato, come se ogni minuto, aggiungendosi al minuto precedente, formasse un'armonia suprema.
Il portiere picchi all'uscio di scale bench Onorato lo avesse lasciato aperto. Erano venuti i facchini per prendere le due casse. Se le caricarono in spalla, aiutati dal portiere, e cominciarono a scendere piano piano, facendo rumore con le grosse scarpe a chiodi, dandosi la voce a ogni scalino per mantenere in equilibrio il peso. Un ragazzo che era con loro vide in terra il piumino col manico rotto e se lo prese.
Di nuovo Maria Antonia e Onorato restarono soli. Ora nella casa non rimaneva assolutamente pi nulla.
 Guarda ancora l'orologio  disse Maria Antonia. Onorato guard.
 Fra cinque minuti.
Il rettangolo chiaro della finestra si andava facendo opaco. Dalle porte aperte veniva l'ombra delle altre stanze vuote. Ella si rifugi ancora nelle braccia di Onorato e la realt della cara presenza, il sentire sotto le dita la stoffa del suo vestito, la catena dell'orologio, la riemp tutta di una trepidazione di gioia dolorosa. Gli occhi le brillavano di lacrime.
 Ora andiamo.
 Andiamo.
A un tratto lei lo ferm, gli si raggomitol tutta sul petto, come se avesse voluto sparire fra le braccia di lui.
 Senti... non ne abbiamo mai pi parlato da tanto tempo... Ma sai come ci ho pensato spesso a Dino Valeri?... Tanto, tanto ci ho pensato, e sempre con lo stesso tormento, col tuo tormento... E poi, tutt'a un tratto, ci ho pensato con serenit... in bellezza e in dolcezza... te lo volevo dire, e non sapevo...
Onorato l'allontan da s, la guard negli occhi con infinita tenerezza e disse lentamente:
 S, io pure adesso... ci penso; penso a lui e a tutti quegli altri che sono morti... anche a quelli che forse saranno stati uccisi da me... Ci posso pensare ora: prima non potevo.
 Bisogna saper perdonare a se stessi,  mormor Maria Antonia.
 S. Hai ragione. Guai a non saper perdonare a se stessi.
E quelle ultime parole si confusero nel loro ultimo bacio.
LVIII.
Il treno filava a traverso la campagna tutta vestita delle tinte ricche dell'autunno. Sulle alture si vedevano ancora rosseggiare i pampini; gli alberi, pronti a perdere le foglie, facevano larghe macchie d'oro sui prati rasi, e la terra arata presentava i suoi profondi solchi d'un colore oscuro di sangue raggrumito. Qua e l un bosco tagliato che lasciava vedere i ceppi ancora freschi, stillanti e lucidi, come verniciati, un casolare in rovina, siepi abbattute, tracce di devastazione che l'erba gi andava coprendo come di un oblio pietoso. Onorato, allo sportello, guardava. Era rimasto solo nello scompartimento con un militare, un tenente degli Alpini, perch tutti gli altri viaggiatori era discesi a Udine. Il prossimo incontro con Sara lo rendeva un po' nervoso: accendeva sigaretta su sigaretta, divertendosi a guardare il fumo che usciva dal finestrino e si perdeva nell'aria chiara, un'aria gi invernale in quei paesi del nord d'Italia. In un campo che si trovava un po' in basso, perch l il binario della ferrovia correva su di un rialzo di terreno a scarpata, vide tre donne che si affaccendavano intorno ai buoi d'un aratro, inabili a condurli: una era vecchia, con un fazzoletto nero legato intorno al capo e un grembiule nero: le altre due erano giovani, una anzi quasi addirittura bambina, e anche quelle avevano il fazzoletto nero in capo e il grembiule nero: e le segu un pezzo con l'occhio, anche quando il treno era gi lontano. Per un grande tratto di campagna non si vedeva altro che quelle tre donne, con quei miseri segni di lutto, affaccendate intorno ai due buoi, enormi e bianchi, e all'aratro affondato nel solco ineguale. Tre donne, forse tutto quello che avanzava di una famiglia distrutta, tre povere creature che univano i loro sforzi per coltivare il loro campo, rimaste senza uomini, senza il marito, senza il padre, senza il fratello, incapaci a quel lavoro che non avevano fatto mai, rassegnate, che continuavano a vivere... Mai forse una cos viva immagine della guerra si era presentata alla mente di Onorato come in quel quadro di desolazione, in quelle tre donne che spingevano quell'aratro, nella campagna sulla quale l'autunno moribondo sporgeva la sua angoscia torbida.
Quella visione serv a distoglierlo dai suoi pensieri personali, a far prendere alla sua immaginazione una via diversa, pi larga, e quindi a calmarlo. Ebbe l'impressione che ora le barriere fossero abbattute e non solo lui ma tutti si trovassero a vagare in un mondo pi grande, pi terribile ma pi bello anche, pi umano, pi vero. La guerra aveva compiuto la sua opera di distruzione, ma ora, fra le rovine, nascevano dei fiori, non i fiori dei giardini di una volta, ma fiori umili, dolorosi, che tutti potevano cogliere.
Il freno che rallentava bruscamente la corsa del treno diede una scossa al vagone, e Onorato si accorse che gi si entrava nella stazione di ***. Gett la sigaretta, scese. Pochi altri viaggiatori scesero anche: il tenente degli Alpini proseguiva. All'impiegato che era alla porta a raccogliere i biglietti chiese a che ora passava il treno per Udine, seppe che passava alle cinque, sicch aveva quattro ore da rimanere a ***. Difaccia alla stazione, nella piazza, c'era un caff di apparenza modesta: Onorato vi si diresse, chiese da far colazione e al cameriere, che gli serviva un paio d'uova e un piatto di legumi, meravigliandosi che rifiutasse una cotoletta, il pollo e il pesce che egli gli aveva proposto, domand informazioni dell'asilo dei vecchi, seppe che era fuori del paese, a una mezz'ora di strada.  Se vuole una vettura, ce n' ancora una l, davanti alla stazione, guardi.
Onorato ringrazi, disse che andava a piedi, pag il conto e si avvi, contento di avere ancora un po' di tempo davanti a s. La strada, alberata, saliva con un leggero pendio. Tutti i suoi pensieri, quetati ma desti, gli facevano nella testa come un sussurro di api in un alveare, quando hanno sciamato e si riposano. Cammin svelto, felice di quel moto all'aria aperta; svolt a destra, come gli avevano indicato, infil una strada pi stretta, senz'alberi quella, in salita, non carrozzabile: a un certo punto cominciava una cordonata, e a destra e a sinistra orti cinti da muri bassi. Due ragazzine scendevano per la cordonata, coi panierini al braccio. Egli seguit a salire. Pi su c'era una fontanina e l'acqua scorreva in un rivoletto, di fianco alla strada. Gli venne in mente la strada di Sejano, gli ulivi, e sullo sfondo Maria Antonia. La mattina le aveva scritto nell'albergo, a Udine, ma aveva lasciato la lettera aperta per finirla la sera.  Cara! pens  buona! mia!  ed ebbe un sorriso interiore, una grande dolcezza. L era la pace, l era la sua coscienza d'uomo, fuori dalla casella: il resto era soltanto lo spettacolo che poteva commuoverlo, appassionarlo, affliggerlo: ma era lo spettacolo, non lui.
Mentre cercava qualcuno a cui chiedere dell'ospizio si trov davanti, svoltando, una casa bianca a due piani, con le persiane verdi e col tetto molto sporgente. Dopo la casa, seguitava un muro alto e nel muro c'era un portone dipinto di fresco con una grande scritta.  Ospizio per i Vecchi e un medaglione di maiolica a fondo turchino che rappresentava San Giuseppe. Accanto al portone c'era la maniglia di ferro di un campanello. Suon, attese. C'era un gran silenzio. Per la stradetta in salita, ombrosa, c'era un odore di paglia, di concime e di cotogne troppo mature. Venne ad aprire un vecchio con una giacca a righe grige e marrone e un berretto bianco. Zoppicava. Aveva le mani deformate dalla gotta, enormi, e il viso color terra cotta, tutto grinze. Dal portone socchiuso si vide un cortile alberato, e a sinistra cinque scalini di pietra sotto a una tettoia anche dipinta di fresco. Fra gli alberi apparivano altre giacche a righe grige e marrone e altri berretti bianchi.
Il vecchio squadr Onorato con diffidenza, gli chiese chi volesse: egli nomin Sara. Il vecchio gli diede una seconda occhiata meno sospettosa, brontol non so che, scosse il capo e si avvi verso un'entrata posteriore, lasciando il portone socchiuso. Onorato si mise a passeggiare in su e in gi, per la strada, davanti al San Giuseppe di maiolica. Dal muro di faccia spuntavano rami di meli intorno ai quali ronzavano le vespe. Si sent una campana che suonava alla cappellina dell'ospizio. Passarono cinque o sei minuti. Il vecchio torn e da lontano fece segno a Operato di entrare. Onorato spinse il battente del portone ed entr.  La signora  nella cappellina. Ora finisce l'istruzione del catechismo ai ragazzi. Vuole entrare nel parlatorio?  Onorato lo segu, girarono l'angolo del fabbricato, passarono davanti alla cappellina, la cui porta, sormontata da una croce di ferro, era aperta. C'era una tenda di panno abbassata che ondeggiava e di dietro alla tenda venivano le voci acerbe e acute dei ragazzi che dicevano in coro: Vi  un solo Iddio in tre persone, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Il vecchio fece una specie di genuflessione e si lev il berretto, poi, passando davanti a Onorato lo introdusse in una stanza a pianterreno che era dopo la cappellina e alla quale si accedeva per una porta vetrata. La stanza era piuttosto grande, rettangolare, con le pareti verniciate di ripolino, grigio scuro fino ad altezza d'uomo e pi su grigio chiaro. C'era in mezzo una tavola di legno lucido, intorno delle sedie disposte simmetricamente e alla parete una grande oleografia della Madonna del Buon Soccorso in una cornice dorata con una piccola lampada di cristallo celeste che le ardeva innanzi. Tutto era pulito e si sentiva un leggero odore di pittura fresca. Sull'ammattonato era stata spruzzata dell'acqua che asciugava in larghi giri concentrici.
Il vecchio mostr una sedia a Onorato, ma egli non sedette. Si tolse il cappello e stette ad aspettare, appoggiato alla tavola. Si sentivano a ondate le voci dei ragazzi dalla cappellina: Nostro Signore Ges Cristo s'incarn nel seno di Maria Vergine.
 A quest'ora sempre c' la dottrina  disse il vecchio.  Saranno una quindicina di ragazzi di qui attorno...  E alz verso Onorato il viso grinzoso, con la bocca sdentata dalla quale colava un filo di saliva. Vedendo che Onorato non voleva attaccar discorso, brontol ancora qualche cosa, poi and a raddrizzare il lucignolo della lampadina che fumava e mandava un odore rancido, e spar per una porticina a sinistra.
Passarono ancora dieci minuti. Poi le voci tacquero, ci fu un urtare di panche, uno stropiccio di passi, e nel cortile risate e gridi, rumore di piedi infantili sulla ghiaia e finalmente il colpo secco del portone che si chiuse. Onorato si fece sulla porta vetrata. Pass ancora qualche minuto. Poi egli vide una figura di donna comparire sull'uscio della cappellina, voltarsi, fare il segno della croce, e venire verso di lui, non frettolosamente n lentamente, con passo pacato. Ella portava un vestito nero, di lana, col colletto e i polsini bianchi, e sul capo una sciarpa a maglia, incrociata alla gola e coi lembi rigettati indietro. Aveva in mano un fascio di libretti con la copertina gialla. Si diresse verso Onorato che si tir da parte per lasciarla entrare. Non si erano pi visti dopo il loro colloquio all'ospedaletto da campo. Sara gli parve invecchiata. Riconobbe subito quel suo modo di socchiudere gli occhi, i suoi grandi occhi a mandorla, e questo gli diede un'emozione violenta. La ritrovava tutta in quel modo di socchiudere gli occhi. Si sent impallidire. Lei no. Pos tranquillamente sulla tavola i libretti che aveva portati e gli tese la mano.
 Parti eh?... Per la Cina?... un lungo viaggio....  La sua voce non era cambiata; anche nella sua voce egli ritrovava certe inflessioni abituali, certi passaggi dal grave all'acuto.
 S, lungo. Per ci ho voluto venire....  Ella gli fece cenno di sedere, sedette anche lei.
Si guardarono. La sciarpa di lana le scivol un poco dal capo lasciando scoperte le tempie. Onorato not qualche capello bianco, tre o quattro.
 Hai trovato facilmente l'ospizio?
 S. Me lo hanno indicato subito.
 Un bel posto, vero?
Egli non aveva notato il paesaggio: rispose con un gesto vago.
 Qui si sente ancora l'odore della pittura fresca. Si sta rifacendo tutta questa parte perch abbiamo cambiato posto ai dormitor degli uomini. Ora abbiamo anche sei donne: proprio stamane ne  entrata una.  sempre una difficolt quando entrano: sono riluttanti. Eppure stanno bene, mangiano bene, hanno dei buoni letti...
Entr una donna piccola, grassa, vestita anche lei di nero, col goletto e i polsini bianchi come Sara.  Scusi, non sapevo che avesse gente...  Stava per ritirarsi.  Venga, venga,  disse Sara. Onorato si alz.  Il falegname ha portato la scanzia per la stanza N. 2. Vuol vedere?
 Tra poco salir. Intanto guardi lei, e si faccia dare il conto. Don Albengasio deve avere lui il preventivo. Forse sar ancora nella cappellina: ce l'ho lasciato.
 Vado a chiamarlo,  disse la donna e usc, senza far rumore, dalla porticina a sinistra.
 Don Albengasio  il nostro direttore spirituale  spieg Sara.  Un uomo d'eccezione, un vero sacerdote. A proposito... Hai pi veduto quel povero don Lorenzo Oncino?
 L'ho veduto,  disse Onorato.  E...  interrog Sara esitando   proprio vero, che?...  Onorato fece cenno di s.  Ah! ne ero certa. Che orrore! che orrore!...
  quasi cieco... fa piet.
 S, ma questo  nulla: il terribile  quello che ha fatto. Dio! Ma come si pu?... Tradire cos tutta la propria vita!...  Sara ebbe un gesto come davanti a uno spettacolo nauseabondo.
 Se si  sbagliato...
 Se si  sbagliato... si paga  disse Sara con voce aspra.
 Tutto si paga. Ma... nessuna indulgenza?...  chiese Onorato con un leggero sorriso.
 Dio  misericordioso,  fece Sara  ma l'uomo non deve presumere della misericordia di Dio per fare il suo comodo nella vita.  E di nuovo socchiuse gli occhi, con le lunghe ciglia brune che le mettevano un'ombra a sommo delle gote. Onorato sent un freddo passargli dentro e non rispose.
Dopo un momento Sara riprese: Forse ti farebbe piacere di visitare il nostro ospizio?.  Onorato non os rifiutare. Sara si alz, lo precedette verso la porta vetrata.  Faremo il giro per di fuori.  Uscirono nel cortile alberato.  Questa  la cappella  disse Sara indicandola ma non lo invit a entrare: invece lo fece passare per la porta grande, sotto la tettoia, salire una scala, infilare un corridoio molto luminoso, con grandi finestroni ad arco. Tutto era nuovo nuovo, dipinto, verniciato: i pavimenti lucidi, le mura tutte come nel parlatorio, sotto, di un grigio pi scuro, da una certa altezza in su di un grigio pi chiaro. In fondo al corridoio comparve una ragazza col camice bianco pulitissimo e con una cuffietta nera che le nascondeva quasi interamente i capelli biondi.  Caterina,  disse Sara vedendola  dite alla cuoca che per stasera faccia una minestra di fagioli. Dodici chili. Pesateli voi.  Poi si rivolse a Onorato.  Ora ti faccio vedere il primo dormitorio degli uomini.  Apr una porta: si vide una grande sala, chiara chiara, con due file di letti di ferro verniciati di bianco, con le coperte bianche. Accanto a ogni letto un tavolinetto di ferro verniciato col piano di cristallo. I letti allineati lasciavano in mezzo una lunga striscia di pavimento nel quale ci si poteva specchiare. In uno dei letti c'era un vecchio che sonnecchiava.   quasi idiota  disse Sara.  Ha novantacinque anni. Non si pu mandarlo all'infermeria perch non  malato.  Altri vecchi erano seduti accanto ai letti: uno diceva il rosario con un brontolio eguale, uno mangiava dei semi di zucca che nascose in fretta sentendo aprire la porta. Sulla parete in fondo c'era un gran crocifisso che arrivava fin quasi al soffitto.
Sara pass fra le due file dei letti.  Non si mangia nei dormitor  disse al vecchio che aveva nascosto i semi di zucca, lasciandone cadere qualche buccia sul pavimento.  Non si deve insudiciare qui. Presto, prendete la granata e spazzate.  Il vecchio, traballando sulle gambe tremolanti, and a prendere la granata.
 E ora passiamo al dormitorio N. 2  disse Sara.
 No, grazie, ho veduto,  disse Onorato  basta. Tutto  perfetto, tenuto in un ordine magnifico.  Si sentiva una tristezza infinita nell'anima. Scesero. A pianterreno, Sara apr una porta, gli mostr il refettorio, con la lunga tavola coperta di una tela incerata, gli sgabelli di legno, la statua di San Giuseppe, in gesso, su di una mensola. Tutto pulito, chiaro, senza una macchia.
 Capisci che cosa ci vuole per mantenere tutto cos in ordine? che disciplina?... Guai se ci si lascia commuovere dai lamenti di questi vecchi!  All'uscire dal refettorio incontrarono don Albengasio, un prete lungo lungo, asciutto, con un viso austero che pareva scavato nel legno. Sara si ferm a dirgli qualche cosa e intanto Onorato aspettava sotto la tettoia alla quale mettevano i cinque scalini di pietra. Provava il malessere che si prova visitando un carcere. Traversarono di nuovo il cortile alberato. Sara vide uno dei vecchi che sputava.  Vergogna! Vi si  detto tante volte che non dovete sputare in terra. Ci sono le sputarole.  Il vecchio, un impiegato, ridotto alla miseria a forza di bere, divent rosso, di quel rossore penoso dei vecchi. Balbett una scusa. Sara condusse Onorato a veder la cucina, ampissima, con le casseruole e le caldaie di rame che rilucevano come l'oro, le pareti a mattonelle bianche smaltate, l'acquaio anche tutto a mattonelle, i rubinetti d'ottone lucidi lucidi.
 L poi abbiamo la lavanderia, la stiratoria... abbiamo un sistema speciale per fare asciugare i panni d'inverno...  Sara si accorse che Onorato era distratto: lo ricondusse nel parlatorio.  T'ho fatto grazia del reparto delle donne. Ma vedi, siamo bene istallati...  Ci fu un silenzio. Di fuori veniva il rumore d'una sega e ogni tanto il fruscio dei rami delle acacie perch s'era messo un po' di vento.
 Capisci, disse Sara dopo qualche momento  avevo bisogno di circondarmi ancora di dolori... Ne avevo veduti troppi, ero troppo abituata a veder soffrire. Non mi sarebbe stato pi possibile vivere fra la gente che si diverte.  Onorato pens a Prometeo che ha perduto l'avvoltoio; s, era vero, lo sentiva anche lui, sentiva che c'era intorno, nell'aria, questo bisogno di crocifiggersi ancora e ancora: il senso della gioia pura era morto, morto per sempre forse? per molto, molto tempo almeno.
Onorato guard l'orologio: pens che avrebbe abbreviato la visita e sarebbe tornato al caff, dove s'era fermato prima, per aspettare l'ora del treno. Si sentiva oppresso. Sara gli domand se voleva prender qualcosa: egli rifiut, chiese il permesso di accendere una sigaretta.
 Qui sar vietato di fumare, m'immagino.
 Sai, la domenica si permette ai vecchi di fumare la pipa o un sigaro. Ma tu puoi accendere la tua sigaretta.
 Senti...  cominci Onorato dopo due o tre boccate di fumo.  Tu sei contenta, vero?... contenta proprio, senza un rimpianto?... Dimmelo, cos, come una notizia storica: tanto le nostre due vite sono oramai cos separate!...
 Sono contenta  disse Sara guardandolo.  Ho trovato il mio equilibrio e questo  tutto nel mondo. Le mie azioni sono in perfetto accordo con quello che penso e che credo... meno qualche deficienza, si sa... Non fo quanto vorrei ma non fo nulla che non vorrei fare. E di nuovo gli fiss negli occhi il suo sguardo diritto e acuto.  E tu?
 Io...  fece Onorato con un gesto vago,  io l'equilibrio non lo cerco pi: cerco altre cose. Quest'ordine che tu trovi nell'universo e che crea, secondo te, certe leggi... io non lo trovo. Ti scandalizzo, lo so. Non parliamo di questo.
Sara si era fatta seria.  No, non parliamo di questo. Ma c' un altra cosa della quale ti voglio parlare, ti debbo parlare. Ho esitato a lungo, te ne volevo scrivere, ma poi mi hai annunziato la tua venuta e ho pensato che era meglio spiegarci a voce.... Anzi ti dir che ne ho anche parlato con don Albengasio...  Onorato corrug le sopracciglia.  Sai, don Albengasio  un uomo di grande mente... e di cuore. Un altro mi avrebbe risposto in un modo reciso, ma lui si rende conto, valuta le cose...
 Dunque?...  fece Onorato un po' nervoso.
 Ecco; capirai che dopo il nostro completo distacco in me non pu persistere nessun sentimento di astio... di... come debbo dire?...
 Capisco  disse Onorato alzandosi per andare a gettar di fuori la sigaretta poi torn a sedersi accanto alla tavola.
 Per ci quello che ti dico lo dico per te e per un'altra persona che mi  stata cara... e mi  cara... Dio ci vede e ci giudica. Io non giudico.
 So quello che vuoi dire. Forse sarebbe inutile proseguire questo discorso...  Onorato batteva con impazienza il piede per terra, a piccoli intervalli: le labbra gli tremavano un poco.
 No, non  inutile. Se ti parlo di cose che mi ripugnano, s, mi ripugnano profondamente,  perch sento il dovere di parlartene. Naturalmente io disapprovo il divorzio, mai ci avrei pensato... mai... qualunque cosa avessi potuto soffrire io... Ma dato che le cose sono a questo punto.  Onorato abbass il capo con un cenno che era di consenso o semplicemente di rassegnazione ad ascoltare.  Dato che le cose sono a questo punto... Non ti meravigliare che io sappia, eh?...
 Non mi meraviglio  disse Onorato.
 Forse... ci ho pensato a lungo, ti ripeto... forse, per quanto il divorzio mi sia penoso... non lo capisco,  una mostruosit per me... forse  meglio che...  abbass la voce  che vivere fuori della legalit. Se io ti posso facilitare in qualche modo... non mi opporr, ho deciso di non oppormi. Puoi andare a Fiume, chiedere...  La voce di Sara era sicura e chiara: quella di Onorato trem un poco nel rispondere.
 Grazie... Ti sono grato, s... Ma noi non pensiamo al divorzio, non ci abbiamo mai pensato n lei n io. Mai.
 No?  fece Sara un po' sorpresa.
 No.  inutile spiegarti. Noi viviamo un poco fuori dalla vita, non ci sentiamo pi parte di un organismo sociale... Siamo lei, io... due esseri, non due funzioni... due esseri perduti nella grande confusione universale.  difficile capire...
 S,  difficile  disse Sara un po' duramente.  Vedo che anche in questo momento non ci intendiamo. Io, invece, sento sempre pi di essere una individualit distinta, di avere una speciale missione nella vita, nella societ... piccola, infima missione, ma alla quale non potrei sottrarmi senza tornare a uno stato di barbarie... perch Dio mi ha fatto quello che sono, mi ha dato una volont, un'anima immortale... Come potrei perdermi in questa confusione che tu dici?... Ma sarebbe orribile, orribile... sarebbe la disperazione...
Onorato sorrise.  Per me invece  il solo modo di poter concepire la gioia. Ma te l'ho detto,  inutile spiegare...
 Forse hai ragione  disse Sara.  Oramai la nostra sola dignit  nel silenzio. E intorno a noi  meglio fare silenzio. Soltanto questo volevo dirti... che se mai non ci vedessimo pi... in qualunque momento, in qualunque circostanza, pensa che io... ti ho perdonato e ho perdonato a lei... come Ges Cristo m'impone di perdonare. E non ti sembri dura questa parola perdono perch se io non la pronunziassi... mi sentirei consenziente, e non posso esserlo. Ma nel mio perdono entra tutta l'umilt....
Qui anche la voce di Sara trem un poco. Per non lasciarsi andare alla commozione ella si alz, come ricordandosi improvvisamente di una cosa che dovesse fare. Onorato, credendo che ella volesse terminare il colloquio si alz pure.
 No... ora vengo  disse Sara.  Voglio prevenire la signora Giuditta che vada lei a presiedere al refettorio.
 Ma io debbo andar via  disse Onorato.
 Aspettami. Anch'io debbo uscire un momento. Mi sono dimenticata di dare a don Albengasio i libretti degli alunni per far la somma dei punti. Sai, a fine mese hanno un premio...  Ella spar per la porticina di sinistra. Onorato usc nel cortile dove le acacie facevano una corona d'ombra. Si mise a camminare lentamente, un po' stanco, ma con la sensazione di lasciare dietro di s un gran buio e un gran freddo e andare nella luce e nel tepore...
Una vecchietta, non ancora vestita dei panni dell'ospizio, quella che era entrata la mattina, stava seduta su di una sedia di paglia addossata al tronco di un'acacia. Onorato si ferm a guardarla, prima distratto, poi interessandosi a quel viso di vecchia senza pi una fisonomia propria, reso quasi simile al legno, alla pietra, alle cose che non vivono della vita nostra. La donna aveva in mano un fazzoletto bianco e lo spiegava, lo ripiegava, tutt'assorta in quell'occupazione, movendo le labbra come se parlasse.
Onorato le chiese se si trovava bene l. La vecchia alz gli occhi cisposi (uno era quasi chiuso) e croll il capo.  No,  rispose in dialetto veneto  non si trovava bene, voleva stare a casa sua, con i suoi. Non voleva stare all'ospizio. No, no.  Ripeteva quel no sommesso, crollando il capo. Doveva essere un po' scimunita.  E poi qui non mi lasciano avere il tabacco e sa? io sono abituata a prendere il tabacco... perch io sono nata bene veh!... Non sono mica di qui, io... sono di...  E nomin un villaggio distante un chilometro e mezzo.  Mah!  concluse crollando ancora il capo e dando una stirata con le mani al fazzoletto che aveva spiegato sulle ginocchia.  Si sa dove si nasce e non si sa dove si muore eh?...
Onorato tir fuori qualche moneta.  Questo per comprare il tabacco, quando ve lo permetteranno  disse posandogliele in grembo. La vecchia le prese, le annod in una cocca del fazzoletto, come per nasconderle, con la malizia di un bambino che fa una cosa proibita.
 Non gliele faccio mica vedere a loro... no. E per lei... dir un'Avemaria.  Brontol ancora delle parole in dialetto che Onorato non cap, ma, senza saper perch, gli faceva piacere che quella vecchietta sconosciuta pensasse a lui quando pregava.
Sara comparve sulla porta vetrata. Onorato prov l'impressione che ella avesse gli occhi rossi. S'era annodata sotto la gola la sciarpa di lana nera e aveva in mano il fascio dei libretti e una borsa lunga di stoffa marrone gonfia di roba. Dalla gonna che arrivava fin quasi a terra uscivano le scarpe grosse, con le suola con le bullette. Onorato ebbe un momento la visione della signora elegante che aveva una cos minuta cura della propria persona e che si stentava a riconoscere nella direttrice dell'ospizio dei vecchi. Alla mano sinistra che teneva la borsa, mano diventata ruvida e rossa, egli not che l'anello d'oro delle nozze non c'era pi...
 Allora ti accompagno fino alla casa di don Albengasio  disse Sara.
Uscirono dal portone e cominciarono a discendere per la cordonata. Incontrarono una donna che portava il latte su all'ospizio. Sara si ferm un momento per osservare che il latte, il giorno prima, era stato acquoso.
 Ma no, ma no,  come si munge dalla vacca, glielo giuro  protest la donna.
Scesero ancora. Scambiarono qualche parola insignificante. La campagna intorno era tranquilla, nell'oro del meriggio autunnale, tutta colori, brividi, rimpianti, promesse, rami di alberi gi nudi, rami ancora coperti di foglie gialle, solchi aperti... Onorato gir lo sguardo intorno fin dove arrivava l'occhio. Case coi tetti rossi sporgenti, il campanile della collegiata, prati, vacche che pascevano, e laggi boschi, macchie nere all'orizzonte, e in fondo alla vallata il fiume, gi nell'ombra, con le sue ripe scoscese....
Erano giunti alla casa di don Albengasio. Su di una finestra c'era un geranio tutto fiorito, rosso. La porticina era chiusa. Si fermarono. Erano tristi tutt'e due. Sara non voleva lasciar vedere le lacrime che aveva negli occhi mentre Onorato non nascondeva le lacrime che erano nei suoi.
 Addio  disse Sara.
 Addio  disse Onorato.
Egli ebbe un gesto verso di lei ma ella tir lievemente il viso indietro e il bacio non fu dato. Si strinsero la mano.
In quel momento la porticina si apr e comparve una donna con le maniche rimboccate e le braccia coperte di schiuma di sapone, vecchiotta, con un viso butterato di vaiuolo ma piacente e ridente.
 Ah!  lei, signora?... Sto facendo il bucato, guardi.  venuta per vedere don Albengasio?...
 S  disse Sara, un po' nervosa.
  laggi... in fondo all'orto  disse la donna, indicando un vialetto bordato di mortella, che si vedeva dalla porticina aperta.  Sta potando i ciliegi.... Vuole andar da s?... La strada la sa.
 Vado.
Oltre il vialetto si vedeva uno sfondo di verde, la vallata e il sole che si avviava al tramonto.
Di nuovo Sara e Onorato si strinsero la mano, ma gi non avevano pi lacrime negli occhi. L'una and verso Occidente, l'altro and verso Oriente. Non si rividero pi.
...
FINE.